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Cormac McCarthy // The Passenger

È risaputo che negli ultimi anni McCarthy si sia interessato sempre di più alle scienze esatte, fino a andare a scrivere questi ultimi libri al Santa Fe Insitute, tanto che ogni tanto spuntavano foto, articoli, post e altre testimonianze del soggiorno di McCarthy nell’Istituo di ricerca del New Mexico. Lì nel 2015 avrebbe anche letto una parte probabilmente di Stella Maris durante un evento chiamato “Drawning, Reading and Counting: Beauty and Madness in Art and Science,” dove scrittori, scienziati e artisti cercavano di parlare, ognuno a modo suo, di bellezza e pazzia tra arte e scienza. Di tutto quella mitologia che voleva un McCarthy affrancarsi dalla metafisica classica dei suoi romanzi precedenti e avvicinarsi a un approccio più compiutamente scientifico, legato alla fisica delle particelle e alla logica matematica, è rimasto poco. Giusto qualche parca paginetta, un accenno veloce a mereologia e alle ontologie relazionali (“A point devoid of physical being leaves you with location. And a location without reference to some other location cant be expressed”). Tutto qui. Poco date le alte aspettative per un libro nuovo di McCarthy, e sarebbe poco anche per un libro contornato da aspettative ben più modeste.

Con Blood Meridian e con Suttree dopo cento pagine ero già rapito, estasiato, stupito e non riuscivo a staccarmene. Un centinaio di pagine dentro The Passenger e già procedevo per inerzia, facendo anche qualche sbadiglio di tanto in tanto, quasi totalmente disinteressato ai suoi sviluppi futuri e non aiutato da uno stile piuttosto basico, molto distante dai toni biblici e miltoniani di Blood Meridian e più vicino (per difetto) a No Country for Old Men. Se però No Country for Old Men è un avvincente noir western cinematico, condito con mormorii cogitabondi di metafisica del male e sorretto da un personaggio esplosivo come Anton Chigurh, The Passenger è un thriller sfilacciato e confuso, privo di personaggi davvero incisivi e con qualche innocuo balbettio sulla struttura del mondo e presunti limiti della scienza qua e là.

Si sa che The Passenger è il primo atto di una dilogia che si chiuderà tra un mesetto con Stella Maris, a quanto pare più una coda che un sequel vero e proprio e si sa che Stella Maris riguarderà più da vicino Alicia Western, la sorella del Bobby Western protagonista di The Passenger. Qui Alicia è relegata nella manciata di corsivi che aprono i capitoli e che sono tra le cose più interessanti e accattivanti del libro: quei bozzetti ti catapultano in un mondo a metà tra Kafka e una versione lynchiana di Alice in Wonderland, con i dialoghi iper-intellettualistici ai confini con il misticismo del DeLillo di Ratner’s Star pieni di giochi di parole (che, dipende da a chi lo chiedi, sono arguti o ridicoli), frasi semi-incomprensibili, umorismo macabro e  mostriciattoli improbabili, tra cui il Thalidomide Kid, minuscolo ragazzo deforme con delle pinne per mani (frutto delle malformazioni che provocava nei figli delle madri che assumevano quel farmaco) che potrebbe essere o non essere un’allucinazione partorita dalla schizofrenia di Alicia (verso la fine del libro va a far visita anche a Bobby Western nel deserto).

Intanto The Passenger ruota attorno a Bobby Western, ex studente di fisica che ha abbandonato gli studi per dedicarsi alle auto da corsa, ora sommozzatore soccorritore che con la sua squadra all’inizio del libro soccorre un jet privato precipitato sul fondale marino. Si trovano otto cadaveri ma da una visita di un paio di agenti si scopre che dovevano essere nove. Dopo la visita degli agenti, Western si accorge che c’è qualcuno che fa irruzione in casa sua e decide di sparire e inizia, nella seconda parte del libro, un vagabondaggio tra Texas, Arizona, Colorado, Idaho fino al Wisconsin dove c’è la struttura ospedaliera che ospitava la sorella morta suicida. Il resto ha una struttura abbastanza simile a certi romanzi di DeLillo: un protagonista (che qui è più spesso bidimensionale che misterioso) intrattiene dialoghi con personaggi improbabili legati da un esile filo di trama. È una struttura che DeLillo sa pilotare benissimo (Cosmopolis, End Zone, Ratner’s Star, Zero K), e McCarthy no. Tra questi dialoghi ce ne sono alcuni in cui McCarthy brilla del suo McCarthysmo (con la trans Debussy Fields, quello semi surreale con Long John Shaddon e col dottor Kline). Negli altri però si precipita senza paracadute in frammenti che sembrano pezzi di tutorial sulla saldatura subacquea, in blog di appassionati di automobili, in pagine wikipedia sul Vietnam e sui complottismi a riguardo dell’omicidio di Kennedy.

Sembrava che il libro decollasse quando Western intavola un dialogo sulla meccanica quantistica, ma, come ho scritto fin da subito, è proprio qui che il romanzo si indebolisce di più, e due paragrafi dopo quel dialogo diventa tanto didascalico da fare invida a Sergio de la Pava, con frasi che sembrano uscite da un manuale di fisica di terza liceo, tipo: “Some of the difficulty with quantum mechanics has to reside in the problem of coming to terms with the simple fact that there is no such thing as information in and of itself independent of the apparatus necessary to its perception” (e sempre sporcate dal solito pregiudizio squisitamente umanista sulle scienze, come “Do you really believe in physics? I dont know what that means. Physics tries to draw a numerical picture of the world. I dont know that it actually explains anything. You cant illustrate the unknown. Whatever that might mean,” o più avanti “You cant get hold of the world. You can only draw a picture. Whether it’s a bull on the wall of a cave or a partial differential equation it’s all the same thing”). Un dialogo che sembra la trascrizione di quelli che McCarthy ha presumibilmente avuto davvero con gli scienziati che han cercato di spiegargli fisica al Santa Fe Institute. E lo sembra perché probabilmente lo è.

Con un accorto cherry-picking chiunque può ritagliare alcune pagine per mostrare come qua ci sia il McCarthy che conosciamo, aulico, metafisico, profondo, ma si pò anche (e più agevolmente) sceglierne altre per demolire il libro e mostrare tutte le volte che diventa scolastico, confuso, inconcludente, inutilmente prolisso. Probabile che con tutte quelle minuzie e quegli sfilacciamenti nella trama, quelle attese continuamente disattese, snodi di trama poi lasciati cadere, McCarthy cercasse di dirci che per quanto ci sforziamo di conoscere ogni minimo aspetto della realtà, finiamo per accorgerci di quanto una conoscenza piena ci sfugga di mano come un’anguilla, ma ha cercato di farlo con un libro che galleggia in quell’immensa palude di libri che non sono brutti, ma neanche belli, che mostrano qualche motivo per essere letti, ma anche tanti per essere lasciati in pace a prendere polvere sugli scaffali. Tra i primi c’è il fatto che l’ha scritto McCarthy, ma aspettarsi che McCarthy scriva sempre capolavori è stupido e poco logico, come aspettarsi che Brian Eno faccia sempre dischi stupendi quando l’ultimo disco davvero bello l’ha fatto nel 1982.

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