Chuck Klosterman, “L’uomo visibile” (Alter Ego)

Chuck Klosterman è forse più famoso come commentatore sagace di cose pop che come romanziere, e nel corso degli ultimi vent’anni più o meno, ha raccolto una serie di saggi su diversi snodi della cultura popolare, dai Van Halen a Billy Joel al videogioco The Sims a Star Trek e Tom Cruise all’emopunk, spesso cercando di mostrare come la pop culture abbia creato e continui a creare costantemente dei veri e propri mondi narrativi, con tanto di personaggi che crescono e diventano parte di un racconto più ampio e eterogeneo.  A onor del vero nelle pagine di The Visibile Man, suo secondo romanzo    pubblicato nel 2011 e ora disponibile in italiano (L’uomo visibile, traduzione di Leonardo Taiuti, Alter Ego),  si sentono risuonare le raccolte  come Sex, Drugs and Cocoa Puffs e Eating the Dinosaur e anzi, resta l’impressione che su L’uomo visibile Chuck Klosterman abbia voluto procedere a un’analisi dell’influenza della cultura di massa sulla società sotto forma di romanzo, che spesso assume la forma del monologo da leggersi come un articolo di Vice (o come articolo Vice sotto forma di monologo innestato in un romanzo).  Non che questo tolga qualcosa al libro che, anzi, resta un gustoso romanzo pop su argomenti pop scritto dallo scrittore più pop che esista. 

La trama del libro è apparentemente quanto di più semplice si possa immaginare: un uomo riesce  in qualche modo a raggiungere l’invisibilità mediante una tuta speciale e una crema che riflette e sposta la luce (una cosa molto simile a una delle diavolerie di Lost, serie tv che Klosterman ridicolizza nel romanzo) e in questo modo riesce a  spiare la vita di altre persone. Klosterman si impegna fin dall’inizio a sottolineare le differenze tra questa sua storia e altre storie di uomini invisibili (più o meno letteralmente invisibili), come quelle di H. G. Wells o di Ralph Ellison, notando come quello dell’invisibilità sia un espediente narrativo che è stato ampiamente sdoganato anche nella cultura popolare (vedi Chevy Chase).  Riesce anche a rendere le cose più accattivanti introducendo una psicoterapeuta, la dottoressa Victoria Vick, che serve anche per innescare l’espediente narrativo del “manoscritto”: quello che stai leggendo è ovviamente un manoscritto, anzi, è la raccolta delle sedute che il paziente invisibile ha avuto con lei e che lei ha deciso di trasformare in libro e proporlo a Simon & Schuster.

L’introduzione di un duetto tra la terapeuta Victoria Vicks e l’uomo invisibile, che la terapeuta chiama Y____, serve a Klosterman per mettere in gioco da una parte una visione empatica, che ricerca sincerità e condivisione emotiva (Victoria Vicks), e dall’altra la visione cinica e sarcastica, in cerca più del sacro Graal dell’autenticità che di sincerità (di Y____).  Y____ dice fin dall’inizio che il suo scopo, lo scopo delle sue incursioni nascoste nelle vite altrui, è uno scopo puramente scientifico. Torna l’ormai abusato assunto che gli umanisti riprendono in modo piuttosto superficiale e grossolano dalla meccanica quantistica e il principio di indeterminazione: osservare un fenomeno significa cambiarlo. Qui Y____ riesce a osservare i suoi oggetti senza che questi lo sappiano, e quindi non cambierebbe la realtà del fenomeno osservato.  

Y____ vuole “definire la coscienza. Definire la realtà,” e una volta invisibile crede di poterlo fare senza crearsi aspettative, e quindi senza pilotare le sue osservazioni. Così vede persone che al sicuro nella loro solitudine fanno air-playing ascoltando i Rush (il classico guilty pleasure), che si masturbano mentre navigano il web, che si ricreano in una personalità aumentata su internet, un alter ego fatto di quello che vorrebbe essere e come vorrebbero essere visti. In sostanza L’uomo visibile è una versione ampliata, per certi versi, del suo precedente saggio sul voyeurismo, “Through a Glass, Blindly” (contenuto su Eating the Dinosaur), e qui, su L’uomo visibile, il rinnovato rapporto della società con i mezzi di comunicazione e di intrattenimento è centrale. Osservi una persona che si costruisce una vita alternativa sul web e ecco che internet diventa “l’aspetto più importante della sua identità: eliminava l’infelicità del presente agevolando la possibilità di gioia futura. Rimpiccioliva la parte oscura della sua mente, e al contempo ampliata all’infinito i limiti della sua parte ottimista.”  La televisione e il cinema d’altro canto, dimostrerebbero l’impossibilità del realismo, i film “non possono mettere in scena la realtà, perché una rappresentazione sincera offenderebbe le persone intelligenti.”

Quello che ne esce è anche una reazione ai nuovi dogmi della New Sincerity, o Post-ironia, o come la si voglia chiamare, ossia quella nuova fase della produzione artistica che avrebbe sepolto il cinismo naïf dell’epoca derubricata come “post-moderno.” Quello che cerchiamo non è  più nasconderci (εἰρωνεία in greco significa proprio dissimulazione, finzione), ma mostrarci nelle nostre debolezze, nelle nostre vite sincere.  Il problema è che la New Sincerity presuppone una comunicazione attiva, una comunione non virtuale nella quale esercitare quella sincerità. Klosterman osservando “persone invisibili in bella vista” mostra come le nuove generazioni, Millennial e Zoomer, sono talmente abituate a vivere nella campana di vetro delle loro identità digitali da non riuscire non solo a comunicare in modo sincero,  ma non riescono nemmeno più a capire l’ironia, “non capiscono le battute se non sono loro a farle. Tra cent’anni nessuno sarà più capace di parlare in pubblico. I discorsi faranno la fine delle botteghe dei fabbri.” E forse è anche  per questoche nel libro si cita Daniel Johnston, uno dei nomi che circolano sempre come esempi di New Sincerity nel campo della musica indipendente: né Y____, né Victoria Vicks, né Valerie (la ragazza spiata mentre ascoltava “The Beatles” di Daniel Johnston), riescono a capire se si trattasse di una forma infantile e folle di sincerità o una versione demenziale di ironia. L’autenticità forse non è di questo mondo. E la realtà è diventata invisibile.

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