Rainbow Reading #6 — Parte 3, Episodi 19-32

Gli episodi 10-18 iniziano con Slothrop che si risveglia da un’interrogatorio forzato sotto gli effetti dell’Amytal e incontra Margherita/Greta Erdmann, i due si dirigono insieme verso Swinemünde a bordo dell’Anibus dove Margherita trova la figlia Bianca. Terminano con Bianca che perde l’equilibrio sul ponte della nave e Slothrop che nel vedere la scena viene tramortito e finisce nelle acque dell’Oder. Nell’ultimo tralcio della terza parte, Slothrop viene rinvenuto da Frau Gnahb (Gnahb è bhang al contrario, ossia il nome di una bevanda indiana a base di cannabis, e no, con Pynchon i riferimenti alle droghe non sono mai casuali). Qui iniziano le sue ultime avventure: incontra Der Springer, che poi è il regista Von Göll, torna sull’Anubis per recuperare un carico di hashish, vede il cadavere di Bianca, incontra Närrisch, l’esperto di guida che ha lavorato al V-2, insieme a Närrisch va a salvare Von Göll, rapito da Čičerin, e inizia a vagare da solo per la Germania del nord, sempre meno sicuro di sé, sempre più incerto e più rarefatto. Finisce per assumere la sua ultima identità, quella del maiale-eroe Plechanzuga, col quale affronterà un’ultima e decisiva volta il maggiore Marvy. È l’ultimo dirizzone prima del finale che occupa gli episodi della quarta e ultima parte. Qui si annodano alcuni fili, Pynchon chiude i conti con alcuni personaggi e perfeziona la sua visione dei limiti della scienza moderna.

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Nella Vita di Pericle Plutarco scrive che niente impedisce che “avessero ragione tanto lo scienziato quanto l’indovino, poiché uno aveva ben compreso la causa e l’altro il fine del fenomeno; allo scienziato spettava infatti esaminare per quali morivi e in qual modo esso si fosse verificato, all’indovino di dire a che scopo si fosse verificato e che significato avesse.”  La frapposizione fra scienza e misticismo arriva fino al primo Wittgenstein e l’empirismo logico che relegherà ogni metafisica nel campo del privo di senso. Pynchon dialoga con l’empirismo logico soprattutto su V, il suo primo romanzo, dove cerca di mettere in discussione la distinzione fatti/valore, il criterio verificazionista del significato e, soprattutto, la teoria emotivista dell’etica. SU Gravity’s Rainbow va oltre, e critica l’idea di scienza che nella prima parte del novecento si era ereditata dalla cultura tedesca e che era ancora troppo legata a una scienza ormai obsoleta come quella del positivismo ottocentesco, newtoniano e darwinista. Einsten (relatività ristretta e relatività generale), Gödel (incompletezza) e Heisenberg (indeterminazione) avevano messo in crisi tutti i capisaldi della vecchia scienza, a partire dal principio di causalità. A ben vedere, c’è una specie di ritorno all’antichità di Plutarco, che continua il passo citato sopra con “quanti sostengono che la scoperta della causa comporta l’eliminazione del significato non si rendono conto che in questo modo respingono, insieme ai segni divini, anche quelli escogitati dall’uomo, come il suono dei timpani e i segnali luminosi e le ombre degli gnomoni: effetti prodotti tutti da una causa e al fine di significare qualcosa.” 

Pynchon collega quella scienza, che negli Stati Uniti era arrivata dalla Germania e era stata assorbita dal pragmatismo, al complesso industriale-militare che ha creato gran parte degli orrori del XX secolo, portando la scienza sempre più verso una tecnicizzazione che non teneva conto degli aspetti umani e spirituali (di nuovo, questa è una cosa che aveva già ampiamente trattato su V). Viene in mente il DeLillo di End Zone, romanzo apparentemente sui rapporti tra football americano e guerra nucleare, ma in sostanza un romanzo sulle strutture linguistiche che sono alla base dei giochi sportivi come delle strategie militari: qui al centro del libro c’è una lunga telecronaca di una partita tra il Logos College e il West Cetre Biotechnical Institute—da una parte scienza come astrazione e ricerca, dall’altro scienza incarnatasi pragmaticamente in tecnica. 

Negli ultimi episodi della terza parte di Gravity’s Rainbow la giustapposizione tra scienza e misticismo, e quella interna alla scienza tra ricerca e tecnica, si fa ancora più esplicita e persistente. Già fin dall’inizio del libro Pynchon ha inserito sedute spiritiche, astrologici, varie credenze esoteriche, e, negli ultimi episodi, racconta di un Lyle Bland che padroneggia le esperienze extracorporee fino al suicidio, tutto per attaccare apertamente la concezione tecnocratica della scienza. Gli Herero, per esempio, si vedono come dei “Cabalisti… il nostro destino è quello di essere maghi-eruditi della Zona, nella quale si trova, da qualche parte, un Testo da analizzare frammento dopo frammento, da annotare, da interpretare, da masturbare finché non s’affloscia, da spremere fino all’ultima goccia.” C’è un passaggio, quindi, tra un approccio scientifico basato sulla ricerca di cause e effetti a uno quasi olistico-divinatorio, e passare dalle simmetrie e dalle latenze del Testo alla sua oscurità. Il rifiuto non della scienza, ma della scienza trasformatasi in bieca tecnica è totale:

Fa’ pure fratello, metti la T maiuscola alla tecnologia, edificala, se questo ti fa sentire meno colpevole—però, così facendo, ti metti di fatto nel mucchio dei castrati, degli eunuchi preposti all’harem della nostra Terra rubata, preposti alle erezioni malinconiche e intorpidite dei sultani, un’élite umana che non ha nessun diritto di essere dov’è.

La tecnologia creata l’uomo sta portando l’umanità pericolosamente vicina all’autodistruzione, o almeno questo era un timore molto vivo negli anni ’60, anni della Guerra Fredda e della corsa allo spazio, dove missili e razzi dominavano l’immaginario collettivo. La scelta sembrava essere quella tra annichilamento e sopravvivenza. Serviva un salvatore, o meglio, un cambiamento radicale di mentalità, di paradigmi scientifici, una ribellione culturale, da consumarsi anche in ambienti accademici, che portassero verso una nuova concezione della scienza e che uscissero dalla ricerca scientifica tesa solo a confermare i propri paradigmi: è la preoccupazione di Thomas Kuhn ne La struttura delle rivoluzioni scientifiche, pubblicato una decina di anni prima Gravity’s Rainbow. 

La salvezza, il cambiamento di paradigma, la “rivoluzione scientifica” che serve è incarnata da Slothrop. Nella terza parte Slothrop è l’eroe che mediante una serie di avventure mette in pratica le sue nuove potenzialità. Per tutta la seconda e terza parte ha cercato la sua identità, persa a inizio seconda parte, quando Katje lo ha coperto con un drappo rosso e fatto vedere come faceva “sparire un certo tenente americano.” Successivamente Slothrop ha preso l’identità del corrispondente di guerra Ian Scuffling, Rocketman, Max Schlepzig, e ora lo vediamo indossare un “abito che gli va a pennello” lungo il suo cammino verso Swinemünde, quindi la divisa di Čičerin e il costume da Plechazunga, il maiale-eroe. Il suo, oltre che un percorso di ricerca di identità, è anche un percorso verso la preterizione, ossia rappresentante dei preteriti, coloro che sono stati oltrepassati da Dio nel suo atto di scegliere gli eletti da salvare. Preteriti sono i maiali che allevava l’antenato William Slothrop, animali che trovava di buona compagnia ma poi “sacrificava” al macello, così come preterito è Giuda, in un certo senso sacrificato perché si compisse l’elezione di Cristo. In questi ultimi episodi il Narratore fa notare come Slothrop “a partire dall’eoisodio dell’Anubis, ha cominciato a rarefarsi, a disperdersi.”  La trasformazione di Slothrop si compirà nella quarta parte, dove scomparirà del tutto, restando come presenza quasi immateriale, i resti di una scienza che si è dissolta a colpi di eccessi di razionalità, ma è comunque interessante vedere come la progressiva frammentizzazione di Slothrop possa essere vista come un riferimento ai buchi neri. L’immaginario dei buchi neri è presente un po’ in tutto il libro, la Zona della parte Terza, è a tutti gli effetti una zona immersa in un buco nero in uno spazio storico e politico, una specie di triangolo delle Bermuda dove la realtà viene in un certo modo sospesa (l’idea è di Laweence Kappel, “Psychic Geography in Gravity’s Rainbow,” Contemporary Literature 12.2, 1980). Allo stesso modo, la prima scena del libro, quella dell’evacuazione sognata da Prentice, pare quasi descrivere la formazione di un buco nero quando la voce narrante afferma “non ci si libera, anzi ci si aggroviglia sempre di più” (più esplicito il riferimento al lessico della fisica nell’originale in inglese “no, this is not a disentaglement, but a progressive knotting into.”), e ancora tutto avviene “nel buio più totale, senza neppure un barlume di luce,” e “nel tentativo di portare tutto allo Zero Assoluto”: nei buchi neri tutto collassa fino  volume zero e densità infinita. C’è di più: ogni buco nero pare sia circondato da un arcobaleno appena percettibile , e forse non è un caso che Pynchon abbia voluto un titolo che rimandasse a quel flebile arcobaleno di luce che circonda l’orizzonte del destino del nostro universo.

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