Rainbow Reading # 3 — Parte 2, Episodi 1-8.

Terza nota di lettura di Gravity’s Rainbow e siamo nella seconda parte, “Un perm aux Casino Herman Goering,” ossia “in licenza al casinò Hemann Goering.” Qui Slothrop diventa protagonista assoluto della storia, e è il momento dell’educazione dell’eroe del romanzo eroico, nel quale il suddetto eroe inizia a forgiare una sua nuova identità. Questa è anche la parte dove su innesca la paranoia, come elemento cardine del libro, e dove iniziano a farsi vedere gli elementi post-moderni meta-testuali e citazionisti. Da notare che, come la prima parte era dominata dal segno zodiacale dei Pesci (simbolo per dissoluzione e morte), qui il segno dominante è l’Ariete, che rappresenta la libertà dalle costrizioni sociali: Slothrop prima perde libertà e identità, per poi riguadagnarne di nuove in nuove forme.

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Forse non tutti sanno che una volta Laurie Anderson voleva creare un’opera ispirata a Gravity’s Rainbow. Non lo fece, ma esiste comunque un pezzo—“Gravity’s Angel, su Mister Heartbreak—ispirata e espressamente dedicata proprio a Pynchon. Per il resto Laurie Anderson ha raccontato in un’intervista di quella volta che scrisse a Pynchon e che Pynchon le rispose: 

«Ammiro davvero tanto Thomas Pynchon, e uso la parola “artista” nel suo senso più ampio. Gravity’s Rainbow è così bello perché sa essere così fortemente multidimensionale. Mi piacciono quei libri che puoi in un certo senso anche sentire oltre che pensare, che sono così grafici e visuali. Volevo fare un’opera su quel libro, in effetti, e gli scrissi anche per chiedergli se per lui andasse bene (riuscii anche a trovarlo; lui è abbastanza un recluso). E lui mi scrisse questa lettera buffa, nella quale rispondeva ‘Puoi farlo, ma solo se usi soltanto il banjo.’ E io ho pensato ‘Grazie lo stesso, ma non so se riesco a farlo così.’ Credo fosse il suo modo gentile per dirmi ‘No. Non ci pensare neanche.’» 

Laurie Anderson non ha forse capito che Pynchon probabilmente non stava scherzando e, anzi, quasi tutti i suoi libri sono pieni di canzoni improvvisate senza una vera ragione, spezzoni di musical o gente che si mette a suonare l’armonica o l’ukulele. Questo avviene in misura abbastanza massiccia nella seconda parte di Gravity’s Rainbow, intitolata “Un perm aux hotel Hermann Goering,” e che segue il personaggio finora protagonista del libro, Tyrone Slothrop, in licenza in Francia, tra il Natale del 1944 e la pasqua dell’anno seguente, una forbice temporale che sembra dare un significato quasi religioso, dalla natività alla morte e resurrezione. Qui Slothrop inizia a imparare cose sui missili, sulle forze politiche in gioco, e sulla cultura del controllo e della manipolazione e conseguente perdita di libertà e identità. 

L’intera parte ha un che di picaresco: vedremo Slothrop alle prese con una piovra gigante, assorbire alcune informazioni sulla missilistica, su un misterioso materiale plastico chiamato Imipolex G, sull’inquietante Jamf che ne sarebbe l’ideatore e su altre cose poco chiare che contribuiscono a far crescere in Slothrop un vero e proprio senso di paranoia, perché questa seconda parte è la parte in cui si innesca definitivamente l’elemento paranoico del romanzo. Slothrop finisce in una festa dove qualcuno ha mescolato dell’hashish alla salsa olandese, dove un bizzarro agente segreto o qualcosa del genere di nome Blodgett Waxwing  gli propone di fargli da tramite per una transazione di denaro, oppio e un carroarmato Sherman (hey, è Pynchon!), finisce a Nizza, da qui a Zurigo e quindi a Genova, incontra un agente segreto russo, un anarchico argentino, un contrabbandiere che lavora per la Sandoz, ditta farmaceutica coinvolta in qualche modo nella produzione dell’Imipolex. 

Altra caratteristica peculiare di questa seconda parte è il citazionismo a partire dall’epigrafe, “Ti daremo l’attore protagonista più alto e tenebroso di tutta Hollywood,” che è una frase che il regista di King Kong, Merian C. Cooper, ha detto alla protagonista dello stesso film Fay Wray. Ora, una traccia di King Kong la si può vedere anche nel sogno dell’invasione dell’Adenoide Gigante che Pirata Prentice fa nel primissimo episodio del libro, quasi una premonizione di quanto accade a inizio di questa seconda parte. Ritroviamo l’affascinante e misteriosa Katje Borgesius, che nella prima parte stava girando delle riprese video, e ora sappiamo che quelle riprese servivano per condizionare dei meccanismi stimolo-risposta in Grigori, la piovra gigante, che qui, sulle spiagge di Nizza in una scena che ricorda moltissimo quella di King Kong che rapisce Ann Darrow, attacca Katie Borgesius sotto gli occhi di Slothrop. Noi sappiamo che Katje sta recitando una parte. Slothrop lo sospetta, ma nonostante tutto non riesce a non accorrere in suo soccorso (stimolo-risposta). 

Già il primo episodio racchiude due degli elementi che occuperanno le pagine della seconda parte: forme di controllo, paranoia per sentirsi controllati. Slothrop sospetta che quello che sta accadendo sia costruito, come poi inizierà a sospettare di essere vittima di un complotto (e in effetti è così, tutta la prima parte ci ha spiegato quel complotto), e il suo sospetto “è un riflesso puritano, il voler cercare altri ordinamenti al di là del mondo visibile, un riflesso noto anche come paranoia.”

Da una parte Katje che viene usata per controllare Grigori, dall’altra Grigori, o meglio la farsa dell’attacco a Katje, che viene usato per controllare Slothrop, più avanti entreremo nei laboratori della White Visitation, dove si fanno esperimenti con topi da laboratorio, che diventano in un certo senso un simbolo per la condizione umana tutta: i topi sono strumenti al servizio di una “morte razionalizzata,” ossia “la morte al servizio della sola specie afflitta dalla consapevolezza di dover morire.” Sono i pensieri di  Webley Silvernail, tecnico di laboratorio, che esterna la teoria determinista più cinica e agghiacciante, secondo la quale 

“Neppure qua fuori siamo liberi. Tutti gli animali, e le piante, i minerali, perfino gli uomini di un certo tipo, vengono fatti a pezzi ogni giorno, smontati e rimontati, allo scopo di proteggere pochi eletti, i quali sono sempre i più insistenti del reclamare la libertà—ma anche i meno liberi di tutti. Non posso neppure promettervi che tutto questo un giorno cambierà—che Loro la smetteranno, e bandiranno dai propri pensieri la morte, e lasceranno perdere il terrore intricato della Loro tecnologia, e cesseranno di impiegare spietatamente le altre forme di vita per mantenere a un livello tollerabile ciò che angoscia l’umanità”

Un vero complotto sociale che nasce da caratteristiche naturali, quindi. Cosa che ci porta alla concezione della scienza sei-settecentesca, quella che si trova su Mason & Dixon, quella ancora lineare, newtoniana e euclidea, che si vuole ingenuamente quanto arrogantemente capace di controllare e manipolare la natura. La scienza contemporanea invece, basata su relatività, indeterminazione e incompletezza, ha ampiamente abbandonato quella chimera. Giustapposizione che Pynchon riflette nella dicotomia tra morte razionale e irrazionale, controllo razionale e irrazionale: se da una parte c’è il controllo inteso come “morte razionale,” dove esiste un rapporto di causa-effetto, una ratio per ogni intervento, dall’altra c’è il controllo come forma irrazionale, quasi messianica, sublimato nella (ehm) “bellissima” scena del rapporto coprofago tra Pudding (veterano della prima Guerra Mondiale, in forza alla White Visitation) e Katje Borgesius nella sua impersonificazione della Domina Nocturna: è la più perversa e irrazionale forma di rapporto tra dominatrice e controllato. C’è di più: Silvernail sa di non aver nessun potere di interazione col fenomeno che sta osservando, mentre il controllo di Domina Nocturna su Pudding è totale e ricorda più l’ormai classico luogo comune della scienza del novecento che vuole che l’osservatore cambi il fenomeno osservato solo con l’atto di osservarlo. La stessa dinamica si ripropone con Slothrop preso come fenomeno da studiare: a studiarlo è Stephen Dodson-Truck, sessualmente impotente (ricorda un po’ il Jake Barnes di The Sun Also Rise, e nel corso della seconda parte c’è anche un altro riferimento a Hemingway) e per questo “occhio impassibile, neutrale, che registra tutto… senza nessuna passione…”

Prima e forse più importante  conseguenza di un qualunque rapporto di controllo è la perdita di libertà e quindi di identità del controllato. Slothrop nel corso della picaresca avventura raccontata nella seconda parte, perde la sua identità quando Katje lo nasconde sotto una tovaglia di damasco rossa e fa “sparire un certo tenente americano” (episodio 2).  Per tutto il resto della parte Slothrop passa di avventura in avventura quasi privo di identità, e di libertà nonostante sia in licenza, quindi in uscita libera. Assume un primo travestimento (in un improbabile zoot bianco) e una nuova identità, quella del corrispondente di guerra inglese Ian Scuffling (episodio 7), che userà per spostarsi tra Zurigo, Nizza e Genova in cerca di informazioni su quel poco che ha scoperto. Slothrop si rende conto poco a poco, di avere davanti una specie di nemico invisibile e diviso, particellizzato, cosa che riflette il nuovo ordine e i nuovi equilibri di potere. È quello che gli dice il russo Semyavin in una Zurigo anonima e irriconoscibile, dove non c’è nessuna nazionalità, ma “solo Guerra, un unico paesaggio sconvolto” perché “la guerra ha modificato lo spazio e il tempo a propria immagine e somiglianza.”  Semyavin fa notare a Slothrop come ormai la vera moneta di scambio che regola gli equilibri di potere in un mondo dove tutto è sempre più automatizzato sia diventata l’informazione, primo elemento definitorio di un mondo che più che all’occidente del secondo dopoguerra, è spaventosamente più simile a quello che stava nascendo negli anni Sessanta, e ancora di più a quello che è nato dopo la Tech Bubble a cavallo tra il millennio scorso e quello in cui stiamo vivendo.

Tutta questa girandola di avventure per uno Slothrop paranoico, confuso e in cerca di identità, per certi versi è una vera e propria trattazione del Disturbo  da Stress Post Traumatico, cioè un disturbo ancora sconosciuto per i reduci delle due guerre mondiali, ma centrale per i veterani della guerra del Vietnam (su questi temi si veda il volume Contemporary American Trauma Narratives di Alan Gibbs) per esempio, altro elemento che spinge a vedere Gravity’s Rainbow come un romanzo che usa la Seconda Guerra Mondiale per parlare del nuovo ordine sociale che nasce negli anni Sessanta e che dagli anni Sessanta arriva almeno fino all’11 settembre. E infatti Pynchon riprenderà il discorso interrotto proprio su Bleeding Edge, ma questa è un’altra storia.

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