Rainbow Reading #1 — Parte 1, Episodi 1-13.

Gravity’s Rainbow è senz’altro un testo chiave, quasi un punto di svolta nella narrativa postmoderna. Fino al 1973, anno della sua pubblicazione, il postmoderno era legato ai nomi di Gaddis (The Recognitions), di Barhtleme (Snow White), di Robert Coover (The Universal Baseball Association e i racconti di Pricksong & Descants) e soprattutto forse di John Barth, fra tutti il più prolifico. Pynchon aveva già fatto un paio di incursioni nel genere, con V, che però aveva ancora una struttura più legata a un modernismo stilizzato (definizione di McHale), e la novella The Crying of the Lot 49. Con Gravity’s Rainbow si passa decisamente dal paradigma di postmoderno segnato da The Recognitions di Gaddis a un nuovo mondo di narrativa postmoderna: è a Pynchon che possiamo poi ricondurre molti scrittori della generazione seguente, dal primo Franzen a Wallace fino a Vollman, Lethem e Chabon (che pare mettere un Easter Egg pynchoniano in tutti i suoi libri). 

Gravity’s Rainbow non è solo importante perché ha vinto un premio importante come il National Book Award, e avrebbe anzi vinto anche il Pulitzer se una commissione affetta da un eccesso di bigottismo non avesse frainteso il libro come un libro amorale. Gravity’s Rainbow è un testo importante anche perché ha mescolato generi e sottogeneri in un primo esempio di quella che poi sarà definita la “satira menippea” di Pynchon.

Gravity’s Rainbow è diviso in quattro parti, ciascuna con un suo titolo, e le quattro parti ripropongono in forma parodiata e in parte stravolta se non capovolta, le quattro fasi del romanzo eroico: 1) l’eroe scopre le sue potenzialità; 2) l’eroe passa per un periodo di formazione; 3) l’eroe mette in pratica le sue potenzialità educate in una serie di avventure; 4) l’eroe si vede confermate le sue potenzialità mediante una epifania. Nella prima parte siamo a Londra tra il 18 Dicembre e il 26 Dicembre del 1944, con alcune analessi che arrivano fino alla Berlino del 1929-30, l’occupazione coloniale olandese dell’Africa nel XVII secolo e l’Inghilterra pre-bellica. Ci sono 21 episodi, i primi 13, di cui parlo qui, vanno dal 18 al 22 dicembre del 1944. Qui troverai già tutti gli elementi chiave del romanzo: il principio di causalità come fulcro della modernità entrato in crisi, una contrapposizione tra sapere scientifico e vaticini esoterici, la paranoia che nasce dalla sensazione di essere costantemente controllati, la guerra come minaccia dell’umanità, la necessità di fondare un nuovo umanesimo. Vengono introdotti fin da subito alcuni personaggi chiave del libro e già vediamo all’opera la capacità parodistica di Pynchon: c’è un flusso di coscienza di Prentice che sogna di essere risucchiato nella tazza del water… e incontra tutte le cose che è normale trovarci dentro; c’è la famosa scena dell’invasione dell’Adenoide Gigante, a metà tra una stilizzazione di King King e un tributo all’horror lovecraftiano, c’è un bizzarro metodo di crittografia che svela l’inchiostro simpatico a contatto con lo sperma, ma c’è anche il primo abbozzo di una grande storia d’amore sfiorato, quella tra Roger Mexico e Jessica Swanlake, descritta con un linguaggio che a volte tocca elementi shakespeariani, e c’è la costruzione di un mondo possibile che nasce dalla contrapposizione e convivenza di elementi razionali (missilistica, statistica, matematica) e elementi paranormali, esperti di telecinesi, maghi folli, sensitivi, a persone che “credono nella vita dopo la morte, nella trasmissione del pensiero, nella profezia, nella chiaroveggenza, nella psicocinesi.”

Inizialmente il libro doveva intitolarsi Mindless Pleasure, con quel “mindless” che tiene legati due sottotracce importanti: da una parte mindless nel senso di automatico, come le risposte agli stimoli trovati da Pavlov, del meccanicismo che tradotto nel mondo etico degli uomini porta all’assenza di valori e quindi di responsabilità, e dall’altro mindless nel senso di irrazionale e qui c’è forse tutta la follia controllata che si troverà dentro le pagine di questo immenso capolavoro. 

Ma Gravity’s Rainbow è prima di tutto un romanzo storico, il primo romanzo storico di Pynchon, che poi proseguirà con Mason & Dixon (ambientato nel XVIII secolo) e con il maestoso Against the Day (che si estende dalla fine ‘800 al primo dopoguerra, nei decenni della crisi fondazione della matematica). Come avviene con tutti i romanzi storici, anche GR usa un periodo storico precedente per parlare di quello attuale: Pynchon anzi usa la storia per mettere sotto accusa  l’America, come si conviene a ogni buon esempio di  Grande Romanzo Americano, e l’America che aveva sotto gli occhi era quella degli anni ‘60, della cultura del controllo, la guerra fredda, la guerra “calda” in Vietnam, la crisi missilistica di Cuba, l’assassinio di Kennedy e conseguenti complottismi, ma anche della nascente cultura capitalistica incarnata nell’advertising la controcultura hippie e filoanarchica.. Ora, leggere o rileggere GR oggi, alla luce di quanto poi Pynchon ha fatto negli ultimi anni, può generare una tentazione allettante. Una delle sottotracce più affascinanti di Against the Day è quella che vuole vedere la Storia quasi come una funzione  vettoriale. A un certo punto, verso la fine del libro, uno dei personaggi si trova a riflettere su tempo e spazio fin quasi a vedere “gli avvenimenti sovrapposti l’uno sull’altro” in una “geometrica che si deformava irrazionalmente all’infuori e in tutte le direzioni comprese un paio di dimensioni in più.” Lì Pynchon usava l’anarchismo di fine ottocento e primi del novecento, i primi attentati anarchici e proto-terroristici come chiave di lettura per parlare dell’11 settembre. Di più: si spogliano di contesti storici e geografici le strutture delle forze in gioco (anarchismo/plutocrazia) e ecco che attentati anarchici nelle miniere, attentato a Francesco Ferdinando, attentati al Los Angeles Times e a Wall Street sembrano tutti valori della stessa funzione, così come lo sarà l’attentato del fatidico 11 settembre.  Passando a Gravity’s Rainbow, la prima scena della prima pagina è la descrizione di un’esplosione di un edificio e conseguente evacuazione. È un sogno, e chi lo fa è un soldato alla fine della Seconda Guerra Mondiale, ma quel “crollo temibile, spettacolare, il crollo di un palazzo di cristallo,” quello “schianto terribile e nient’altro,” e quegli evacuati che “hanno finito la loro scorta di tempo e di fortuna” potrebbero essere un altro modo di descrivere quello “spazio di cenere in caduta e semioscurità,” i “calcinacci e il fango” e le “sagome dentro finestre a trecento metri di altezza, che cadevano nel vuoto”: cioè la prima scena della prima pagina di Falling Man, il libro che DeLillo ha scritto proprio sull’11 settembre.  Potrebbe, ma non è così, anche se in realtà su Gravity’s Rainbow Pynchon finirà per spogliare la Seconda Guerra Mondiale di ogni sua caratteristica storica fino a farla diventare un grimaldello col quale scardinare il suo tempo: gli anni Sessanta. E un po’ anche gli anni che stiamo vivendo oggi, ma, hey! Non è quello che devono fare i romanzi storici?

Gravity’s Rainbow è romanzo storico che usa la Seconda Guerra Mondiale per parlare della contemporaneità, ha vinto il National Book Award, ha quasi vinto il Pultizer, premi in genere riservati a una letteratura dal taglio realista, ma Gravity’s Rainbow è anche, anzi soprattutto, un romanzo di fantascienza e fu uno dei finalisti per il prestigioso Nebula Award (quell’anno vinto da Rendezvous with Rama di  Arthur C. Clarke, poi definito “più che un romanzo un diagramma schematico.”). E di elementi fantascientifici ce ne sono: il primo personaggio che incontriamo in è il Capitano Geoffrey “Pirata” Prentice che si sveglia dal sogno di un bombardamento e si appresta a preparare una delle più famose colazioni del mondo della narrativa. La prima cosa che ci viene detta di Pirata Prentice è il suo ruolo di “fantasista surrogato”: Prentice ha la “capacità di … penetrare le fantasie altrui,” e è anzi capace di “accollarsi il fardello di gestirle.” Una qualità decisamente fantascientifica, che può essere usata per “salassare” i leader politici dai loro crucci perché restino calmi e lucidi. Anzi è usata proprio per questo dall’inquietante Ditta, la Special Operation Executive o SOE, cui fa capo Prentice, e la sua divisione, la White Visitation, che ha sede in un ex ospedale psichiatrico e recluta scienziati accanto a para- e pseudo-scienziati e paragnosti.  Oggetto di studio della Ditta è Tyrone Slothrop, uno dei personaggi cardine del romanzo, e anche Slothrop ha un elemento “fantascientifico” noto a chiunque abbia sentito parlare del libro almeno qualche volta, e cioè: Slothrop sembra avere un’erezione qualche giorno prima esattamente nei siti che verranno poi colpiti dai missili V-2. 

Ora come Pynchon usa la storia per parlare di America, parimenti usa questi elementi di fantascienza bizzarra per trattare un altro tema caldo, ossia la Modernità, e in particolare la concezione di scienza propria della filosofia della scienza della prima metà del ‘900. L’impegno di Pynchon in tutti i suoi romanzi è quello di dialogare proprio con la filosofia a lui coeva, ossia ciò che resta del Neopositivismo e ciò che dal Neopositivismo nasce, quello stesso corpo di filosofie che ha segnato un periodo di “ateismo/positivismo logico poi sfociato in un’ondata di fantascienza” (è lo stesso Pynchon a raccontarlo su “Thomas Pynchon at Twenty-Two,” una breve autobiografia intellettuale che aveva scritto nel 1959 come allegato alla domanda per una borsa di studio presso la Ford Foundation, ripubblicato dalla rivista American Literature nel 1990.)

Quella fantascienza come critica della modernità ha poi assunto per Pynchon il programma enunciato nelle bozze di V, dove il narratore parla del “dilemma dello scienziato o del positivista nel mondo decadente di oggi.” Lì, su V, il dilemma era la distinzione fatti/valori e la teoria emotivista dell’etica, su The Crying of the Lot 49 sarà il Principio del Terzo Escluso (con l’icastica chiusura su Oedipa Maas che “had heard all about excluded middles; they were bad shit, to be avoided,” cito in originale perché la traduzione italiana può essere fuorviante) e arriverà a intaccare il Principio di Identità e la Legge di Non Contraddizione (e molte altre cose) su Against the Day. Su Gravity’s Rainbow il dilemma dello scienziato positivista era il Principio di Causalità della linea che da Newton e Galileo passa per Hume e arriva fino a Kant e ai positivismi vecchi e nuovi. Il principio di causalità è il cardine su cui gira la concezione moderna della scienza che si vuole capace non solo di descrivere, ma soprattutto  di controllare e quindi manipolare la natura. Pynchon rompe il giocattolo: i V-2 superano la barriera del suono e esplodono prima che tu possa sentire il loro rumore, Slothrop ha un’erezione nei posti dove cadranno i V-2 prima che quei V-2 ci cadano. Alla White Visitation, l’accolita di scienziati e paragnosti si fanno diverse ipotesi: c’è chi crede si tratti di psicocinesi e c’è chi crede si tratti di precognizione. Poi ci sono Ned Pointsman, psicologo pavloviano—presentato come una specie di scienziato iniziato, quasi religioso, è uno dei sette detentori del Libro (di Pavlov), parla “come un Mistico Orientale”— che crede ci sia comunque un rapporto di causa-effetto, stimolo-risposta, un determinismo per quanto esoterico, una risposta metafisica a uno stimolo altrettanto metafisico, e Roger Mexico, statistico e uomo di scienza, “un anti-Pointsman” che invece insisterà per la loro natura totalmente e eminentemente casuale, statistica e probabilistica, per quanto strana e fortuita. A essere messa in discussione è “l’illusione del controllo. Che A potesse produrre B. Ma questo era falso, completamente falso. Nessuno può produrre niente. Le cose capitano e basta, A e B sono due entità illusorie, il nome di due parti che dovrebbero essere inseparabili.” A parlare è lo spirito di un morto evocato in una seduta spiritica alla White Visitation, e sì: come già detto su Gravity’s Rainbow, come in tutti i suoi romanzi, Pynchon mescola scienza e metafisica, normalità e para-normale, natura e sovrannaturale e accanto a termini tecnici, teorie matematiche, fisica, geometria, chimica, ingegneria, è solito mettere una buona dose di esoterismi assortiti, occultismo, telepatia, astrologia, metempsicosi, insomma al “mondo che accade” Pynchon affianca il “Mistico” in tutte le sue forme più variopinte.

Se erezioni di Slothrop e esplosioni dei V-2 seguono una medesima distribuzione di Poisson solo per puro caso, se dobbiamo evitare la fallacia del Post hoc ergo propter hoc di Pointsman, allora tutto questo “demolisce le eleganti sale della storia, minaccia l’idea stessa di causa e effetto,” nota il Narratore e Roger Mexico, voce di un nuovo positivismo probabilistico e indeterminato, noterà come “questa storia della causa-effetto sia stata portata al limite estremo, [e] la scienza, per poter andare avanti, debba partire da una serie di premesse meno anguste, meno… sterili. La prossima grande conquista della scienza potrà arrivare quando avremo il coraggio di scartare completamente il concetto di causa-effetto, cercando di procedere da un’altra angolazione.” C’è di più: in entrambi i casi, sia che il rapporto erezioni/V-2 sia statistico e casuale, sia che sia un rapporto di causa-effetto in senso pavloviano, la responsabilità viene eliminata. Non c’è più etica, non ci sono più valori, perché o si ha un caso o un meccanismo inerte. Il problema del nesso causa-effetto nasconde così un altro problema, di natura etica: se eliminiamo tutti i valori e ci atteniamo solo ai fatti, a “ciò che accade,” dobbiamo trovare un modo per definire i concetti morali di buono e cattivo, giusto e sbagliato, lecito e vietato; checché ne pensasse la commissione del Pulitzer, Gravity’s Rainbow è un romanzo eminentemente morale, già nelle prime 90 pagine.

Tutti i numerosi esempi di hysteron proton sparsi per Gravity’s Rainbow, sia nei contenuti che nella forma, tutte le istanza cioè in cui si ribaltano cause e effetti o nelle quali si elimina, quasi pavlovianamente, uno stimolo lasciando la reazione, sono un modo per illustrare le nuove dinamiche che la scienza dovrà affrontare in un’epoca in cui i principi della fisica classica sono entrati in crisi. Non servirà solo un nuovo concetto di scienza: servirà un nuovo concetto di realtà e di realismo. Anche in letteratura. 

[vai a Raibow Reading 2, Parte 1, Ep. 14-21]

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