«The Nix» di Nathan Hill

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Nathan Hill, The Nix (Knopf, 2016); “Il Nix” (trad. it. Alberto Cristofori, Rizzoli, 2017)

Una lista dei i libri recenti ingiustamente sottovalutati prima, e ingiustamente per quanto inevitabilmente dimenticati dopo, la inizierei probabilmente proprio con The Nix di Nathan Hill. Un libro che ha avuto una sua gestazione, anche dolorosa: pare che l’autore, poco più che ventenne, si sia trasferito a New York con un hard disk pieno zeppo di suoi testi, in cerca di un agente, riviste che pubblicassero qualche suo racconto o saggio, magari qualche casa editrice che pubblicasse i suoi libri, insomma una carriera, e abbia invece trovato un ladro che gli ha portato via computer, e con esso, lavori, sogni, speranze. Era la metà degli anni ’00, e dopo un colpo simile un ventenne poteva solo immergersi totalmente in War of Warcraft. Cosa che però ha dato a Nathan Hill l’impulso per scrivere una storia che mescolasse saga familiare, videogiochi, politica e altre cento cose che quasi nascono una dall’altra. Una storia, quella personale di Nathan Hill, non poi tanto distante da quella—fittizia—che è alla base di Book of Numbers di Joshua Cohen, dove uno scrittore di belle speranze perde il suo primo romanzo alla vigilia della pubblicazione che avrebbe dovuto avvenire l’11 settembre dell’anno di quel fatidico 11 settembre.

La cosa curiosa è che The Nix è stato in qualche modo distrutto dopo la sua pubblicazione: accostato spesso a City On Fire, uscito l’anno prima, ha finito per essere ingiustamente creduto un City on Fire, ossia un libro diventato famoso soprattutto per il suo stato di fallimento editoriale. Un’altra cosa curiosa è che, nonostante io abbia letto The Nix alla sua uscita, e lo abbia anche apprezzato, ho finito per dimenticarmelo completamente, ho quasi dimenticato di averlo letto, ho dimenticato che mi era piaciuto, ho dimenticato quanto mi era piaciuto, così come ho dimenticato libri mediocri come The Girls di Emma Cline o il libro di racconti di quella di “Cat Person,” talmente rimosso che oltre a non ricordare  il titolo del libro non ricordo neanche il nome dell’autrice… ah, sì, Kristen Roupenian. In realtà il motivo per cui ho dimenticato The Nix, come gli altri libri citati sopra, è che Nathan Hill dal 2016 è praticamente scomparso: non un suo racconto, non un suo articolo, non una sua recensione, almeno nel mio radar, e questo ha forse cancellato dalla mia memoria l’autore, e con lui il suo pur meritevole libro. (Hallberg lo ricordo, ma solo perché lo vedo spesso citato come esempio negativo, essendo City on Fire diventato, mi dicono, un case study sui flop editoriali).

Insomma: The Nix non dovrebbe stare nella lista dei libri pacco degli ultimi anni, né in quella, altrettanto infama, dei libri derivati da Infinite Jest. C’è chi lo ha paragonato a Irving, chi a Dickens, chi poi lo paragona (con qualche ragione) a Wallace, e chi (con qualche ragione in più) a Pynchon: in realtà Nathan Hill è solo Nathan Hill, se qua e là ricorda Wallace è perché anche Wallace qua e là ricordava Pynchon. “The Nix” però riesce a alzare la testa sopra i surrogati di “Infinite Jest” (che è un modo elegante per dire Adam Levine e Sergio de la Pava), e a elevarsi se non all’originalità e alla freschezza di Joshua Cohen, almeno alla dignità di qualcosa di ben fatto e consistente, abbastanza per suscitare l’interessare J.J. Abrams e Maryl Streep per una miniserie tv (oops, la riduzione televisiva è un’ altra cosa in comune con City on Fire e con il libro di quella di “Cat Person.”)

La storia è semplice: uno scrittore fallito ritrova la madre che lo abbandonò quando aveva dodici anni e cerca di ricostruire la sua storia, in un arco di tempo che grossomodo va dalle rivolte di Chicago del 1968 fino al movimento Occupy Wall Street del 2011. Ne risulta un affresco dell’occidente dominato dalle multinazionali, in bilico tra omologazione e rivoluzione, dove verità e realtà sembrano essere diventati concetti sempre più plastici e vaghi.

Certo alcuni personaggi sono quasi macchiettistici (in generale quelli delle parti degli anni sessanta e Pwnage, intossicato di MMOG—forse l’elemento più wallaciano del libro) ma accanto a quelli ce ne sono molti splendidi, come Laura Pottsdam, studentessa non decisamente modello, o Olga Schwingle, luciferina insegnante anti-femminista di Economia domestica, o Periwinkle —“Interest Maker,” che incarna la cancrena della cultura che diventa sempre più commercio, fino a un cameo di Allen Ginsberg in visita al Circle College di Chicago. 

Tutti questi personaggi illustrano la complessità della realtà e dell’identità personale. In un certo modo si comportano come entità quantistiche nella loro doppia natura di onda e particella e che variano comportamento in presenza o assenza di osservazione. Quasi tutti i personaggi del libro hanno un’apparenza pubblica, definita dalle interazioni sociali con altre persone e dall’interazione privata con la realtà che li circonda, e un’identità personale nascosta, più autentica, per certi versi segreta che sembra manifestarsi solo in assenza di osservazione.

E l’ambiente che accoglie questi personaggi è una realtà multiforme, anch’essa cambiata e plasmata dall’osservazione, come avviene con i tv dinner, nati per rispondere all’esigenza delle famiglie di cenare insieme e che hanno invece creato le condizioni di eliminare quel bisogno. A volte sembra di vedere in atto un’applicazione della fenomenologia, con una realtà propria (diretta, ottenuta per percezione) e una realtà impropria (indiretta, ottenuta per descrizione) e l’impossibilità di avere del mondo una conoscenza propria ma solo particellare, approssimativa, monca. Una realtà che finisce per masticare e metabolizzare ogni tentativo di osservazione o di modifica, come accade a ogni movimento rivoluzionario che tanto fatica solo per «produrre qualcosa che poi ti rivomita addosso l’estetica dominante. Era deprimente. Anche la sovversione era stata sovvertita.»

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