Cinque libri per i mesi estivi.

Uno dei giochini ricorrenti in estate pare essere quello di consigliare dei libri da leggere sotto l’ombrellone o sotto l’ombra di qualche frasca di montagna, o sotto le pale di un ventilatore speso al soffitto. A me non piace consigliare libri, quindi mi limito a segnalare dei libri che potresti aver voglia di leggere, ma hey, se invece preferisci giocare alla Playstation, ingrassare di birra o semplicemente dormire, fine with me. Quelli che seguono sono cinque libri, due di donne, due di uomini e uno di un Dio, non necessariamente recenti, anzi di recente ce ne sono solo tre, un altro è stato ripubblicato da poco, un altro ancora è un libro talmente figo che dovresti davvero farti venire voglia di leggerlo.

 

Thomas Pynchon, Contro il giorno (trad. it. Massimo Bocchiola, Einaudi)

978880624419HIGTi diranno che è un libro faticoso, bolso, sovraccarico, lungo, a tratti illeggibile. Balle! e se le senti l’unica cosa che dovresti fare è alzarti e andare via. Cioè è un libro lungo, con le sue 1000 pagine e spicci, ma è anche quello che reputo il miglior libro del massimo scrittore americano dell’ultimo secolo. Ha le  stesse profondità e le stesse altezze speculative del ben più famoso L’arcobaleno della gravità, ma ha anche la non trascurabile caratteristica di essere immensamente più facile e più divertente del suo illustre predecessore. Qui troverai: cinque compari in un dirigibile sospesi a mezz’aria tra realtà e finzione in compagnia di un cane che sa leggere, troverai un intero romanzo wester (tra le cose più belle che ha scritto Pynchon), troverai un romanzo anarchico, un romanzo di vendetta, un romanzo, anzi tre romanzi di formazione, un romanzo di fantascienza e avventura nella vena di Jules Verne con tanto di elementi horror lovecraftiani, episodi erotici ispirati da von Sacher-Masoch con varianti queer, troverai viaggi nel tempo e realtà e troverai anche un Pynchon inaspettatamente dolce e umano che ti parla di relazioni padri-figli e di amori sfiorati, sfioriti o impossibili, tutto senza la benché minima sbavatura. È soprattutto un libro che demolisce il vecchio realismo primitivo e ottuso, e cerca di porre le basi per una nuova concezione della realtà, e conseguentemente di un nuovo realismo in narrativa, più adatto a cogliere le sfumature di un mondo che ormai da più di un secolo è diventato controintuitivo e anarchico: quale miglior modo di rappresentare questo mondo se non un romanzo che mescola in modo anarchico generi e stili, livelli di realtà e di astrazione, scienza e metafisica? Probabilmente ti terrà compagnia per tutta l’estate e per un pezzetto di autunno, ma hey, è pur sempre Thomas Pynchon! Probabilmente ne hai sentito parlare con il nome di Dio. 

Robert Coover, La babysitter e altri racconti (traduttori vari, NN Editore)

71BFYd0Gt8LCoover insieme a Pynchon, a Donald Barthelme e a John Barth, ha contribuito a fondare quella narrativa post-moderna che oggi qua in Italia va tanto di moda gnegnegnare. In realtà quel post-moderno era anche un post-umanesimo che rispondeva anche all’esigenza di reagire alla sempre più perniciosa sterilità ingessata dei vecchi realismi moderni. Thomas Pynchon sarà icastico nel suo blurb a Nog di Wurlitzer dove senza mezze misure sentenzierà che “The Novel of Bullshit is Dead” e Coover racconterà di come da giovane, leggendo Bellow, abbia quasi gettato via Augie March, esasperato da quel realismo vecchio e asfittico e abbia invece mutuato il suo personale realismo da Kafka (episodio raccontato anche nell’introduzione di Luca Pantarotto a questo volume). Perché sì, anche se non ci credi, anche se ti sembrerà difficile crederlo, la realtà che c’è là fuori è molto più simile a un romanzo di Kafka che ha un soporifero racconto minimalista. Anzi è più simile a un racconto di Coover, dove finzione e realtà convivono in un fruttuoso incesto, dove un certo classicismo viene stilizzato e immunizzato, dove la modernità viene violentata ferocemente, a partire dalle parabole bibliche, dalle fiabe e dalle favole, fino ai nuovi miti contemporanei che nascono nei film, nei fumetti, nei musical, nei programmi televisivi, nella pubblicità. Questa raccolta passa in rassegna alcuni dei racconti che Coover ha scritto e pubblicato da metà degli anni ’60 fino alle ultime vignette scritte a fine del decennio scorso. Ti aiuteranno a familiarizzare con un nuovo concetto di normalità, uno privo di tabù, e che ti sarà utile quando deciderai di leggere altre cose di Coover, tipo Huck Out West, il sequel di Huckleberry Finn che sempre NN Editore dovrebbe pubblicare in futuro. Cosa che dovresti davvero voler fare, e se invece questi racconti non ti piacciono, be’, non abbiamo proprio niente da dirci. Spiace.

Amelia Gray, Viscere (traduzione di Stefano Pirone, Pidgin)

cover_viscere_amelia_gray-1Per certi versi la figlia dispettosa e illegittima di Coover e di Barthelme, anche se in realtà Amelia Gray parte da presupposti diversi e segue strade diverse. È un po’ come se avesse ricostruito quel post-moderno senza volerlo fare, come se avesse mostrato che, come tutte le strade portano a Roma, se capisci quanto sia inutile restare attaccati al realismo posticcio e primitivo delle storielle semplici e lineari, finisci per arrivare a un concetto di realismo molto vicino a quello che ha costruito Coover partendo da Kafka. Molti dei racconti di Viscere sono parabole filosofiche, altri sono dei veri e propri atti di violenza efferata sui pregiudizi che inconsciamente ci portiamo dietro: Amelia Gray ti mostra che non è necessario che una fiaba abbia un lieto fine, anzi non è necessario neanche che abbia un finale, e anzi non è necessario neanche che abbia un senso, perché in un mondo che continua a mettere in crisi il rapporto di causa-effetto (è la stessa cosa che ha fatto Pynchon con i missili colpiscono il loro obiettivo prima che tu possa sentirli arrivare), in un mondo dominato da indeterminazione e caos, cosa mai puoi fare se non cercare di trovare sensato l’insensato? Del resto Amelia Gray è un’autrice che un libraio temeva essere troppo strana anche per uno come Jeff VanderMeer, che però di questo libro ne comprò sei copie proprio perché sapeva quanto fosse strana. Insomma Amelia Gray o la ami o la odi—io vorrei fosse mia sorella—ma se questi racconti non ti piacciono, probabilmente è perché sei una brutta persona.

Junot Díaz, La breve favolosa vita di Oscar Wao (traduzione di Silvia Pareschi, Mondadori)

71EarKZbq3LSe sei un nerd, specie se sei nato in uno di quegli anni che compongono l’Alba del Nerduniverso (dal 1968 al 1977 grossomodo), se sai parlare Elfico, o se non sai parlare Elfico ma vorresti saperlo fare, se sai citare a memoria Star Wars, se hai calibrato il tuo gusto estetico e la tua idea di mondo più sui fumetti della Marvel che su Essere e tempo, allora questo è il libro che con ogni probabilità descrive la tua infanzia e adolescenza. O quella di qualcuno che conosci. In questo libro troverai non dei personaggi eroici, come decenni di realismo pettinato ti hanno abituato, troverai dei perdenti, dei vinti, degli emarginati, vuoi che siano dei nerd cresciuti a pane e fumetti, o degli adolescenti Goth che invece si nutrono con erba e Joy Division, vuoi che siano le cosiddette minoranze sottorapresentate nella cultura occidentale: il Grande Romanzo Americano è anche quello raccontato da un dominicano sfigato, anzi soprattutto, e gli Stati Uniti sono più simili a serie tv come Atlanta che a quelle come Hazzard, sono la pentola dove ribolle la cultura pop che si è poi solidificata nei fumetti, nei vari generi di musica popolare, mainstream e indipendente, nei videogiochi, giochi di ruolo, serie tv, che riescono a essere strumenti di comprensione del reale molto meglio di ogni grimaldello dell’armamentario culturale del buon borghese. Del resto lo diceva anche Joseph Turner/Robert Redford nei Tre giorni del Condor: “Gran parte delle cose che conosco le ho imparate leggendo i fumetti.”

Emily Nussbaum, Mi piace guardare, (traduzione di Fabrizio Coppola e Rocco Fischetti,  Minimum Fax)

mi-piace-guardareE probabilmente quello che non hai imparato dai fumetti l’hai imparato dalle serie tv, che non sono la nuova letteratura, come vorrebbe un falso e stupido luogo comune, ma come la letteratura creano storie, personaggi, ambientazioni e immaginari capaci di diventare uno strumento di comprensione del reale almeno quanto i romanzi, e forse di più, e forse anche meglio. Non è forse Mad Men un colossale affresco dell’occidente contemporaneo visto attraverso la lente d’ingrandimento dell’advertising negli anni ’60? Non è forse, a modo suo, un Grande Romanzo Americano? Emily Nussbaum raccoglie qui alcuni dei suoi pezzi sulle serie tv pubblicati prima sul New York Times e poi sul New Yorker, parte da Buffy e da  I Soprano per mostrare come le serie tv presentino nella loro economia le stesse dinamiche della narrativa, dove stili e generi si confondono, vengono ripresi, ampliati, usati in modo meta-linguistico. Sui Simpson ritrovi le stesse strutture anarchiche dei romanzi di Pynchon, su Community la stessa ipertestualità bizzarra di Coover, e Breaking Bad non fa forse quello che fanno i romanzi di Don Winslow?  (e per me lo fa anche meglio). Ma se il nuovo corso delle serie tv nasce con Buffy, I Soprano, Lost e Mad Men, il punto di arrivo sono le nuove serie tv di taglio “razziale” come Atlanta e Black-ish, quelle dal taglio femminista come Glow o Marvelous Mrs. Maisel, o la nuova quotidianità ipercontemporanea di Easy e il classicismo stilizzato di This is Us. Insomma, è forse il momento di iniziare a avere un occhio più critico anche su televisione e serie tv, e magari ci accorgeremmo come Trump sia maledettamente simile a un pessimo stand-up comedian. Cosa della quale Emily Nussbaum si è accorta benissimo. 

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