Book Log – Gennaio 2020

Kevin Wilson, Nothing to See Here (Ecco)

coverUn libro spassoso e divertente che cerca di raccontare i limiti del potere, soprattutto per chi è avvezzo a esercitarlo su cose e persone a piacimento, e che ci sono cose che spesso sfuggono al nostro stesso autocontrollo.  Lillian viene chiamata da Madison, una ex compagna di college, studentessa viziata figlia di papà diventata moglie di un senatore. Al college aveva addossato la colpa di un misfatto a Lillian, che quella colpa se l’era presa e si è fatta espellere al posto di Madison. Dopo anni una è diventata la donna di potere che sognava di essere, l’altra una donna che quel potere lo subisce. Fin qui niente di particolare, ma il libro prende una lieve piega surreale quando si scopre che i due figliastri di Madison, due gemelli di 10 anni, figli di primo letto del marito politico, prendono fuoco. Letteralmente, si incendiano come la Torcia Umana dei Fantastici 4 e rischiano di distruggere le cose che hanno intorno, persone comprese. Lillian, per qualche ragione, dovrebbe trovare un rimedio se non una cura, ma finirà per essere più un’incauta testimone dell’ingestibilità di quei due bambini, in un romanzo che sembra essere una versione alternativa di Turn of the Screw di Henry James, ma usato per raccontare quanto sia difficile gestire cose che si rifiutano di sottostare a qualche forma di controllo.  La critica a una certa presunta onnipotenza da parte della nuova aristocrazia striscia poi al di sotto di un’accorata analisi della genitorialità, ma alla fine i genitori per i figli sono sempre una specie di aristocrazia potente che non sempre riesce a esercitare il suo potere.

Anna Wiener, Uncanny Valley (MCD)

coverUncanny valley (o zona perturbante) è un neologismo coniato negli anni ’70 dall’ingegnere robotico giapponese Masahiro Moti, e si riferisce al modo in cui superato un certo limite di somiglianza con l’umano, i robot iniziano a essere percepiti con disagio. È lo scheumorfismo che si ostina a essere tanto simile alla realtà analogica da finire per diventare un kitsch di pessimo gusto, e oggi è la virtualità del mondo delle app che sembra sempre più prendere il posto della vita sociale, più che fornire uno strumento per viverla. Uncanny Valley di Anna Wiener è un memoir dove l’autrice già collaboratrice per il New Yorker racconta le sue poche ma significative esperienze lavorative: da giovane assistente speranzosa in una casa editrice che si accorge di quanto quel lavoro sia spesso più pagato in presunto prestigio sociale che in reddito, a impiegata in una start-up che intendeva colonizzare il settore degli e-book a analista per una società di web Analytics a San Francisco, dalla Silicon Alley alla Silicon Valley. Siamo negli anni ’10, gli anni in cui il mondo delle app e delle nuove tecnologie di comunicazione e aggregazione sociale hanno consolidato il loro ruolo nelle nostre vite. Tutte realtà che sono presenti nel memoir sebbene non siano mai nominate: così abbiamo “il social network che tutti odiano,” “il grande Motore di Ricerca di Mountain View,” “la compagnia software altamente litigiosa di Seattle,” e ancora “la piattaforma per la condivisione di case,” “il social network per persone che si presentavano come creativi e si eccitavano per cose tipo la dimensione dei font e i supereroi.” “l’app per chiedere un passaggio in macchina” e così via. Anna Wiener ribalta in un certo senso il motto di Masahiro Moti e mostra come il disagio non nasca più quando il robotico assomiglia troppo all’umano, ma quando l’umano diventa troppo algoritmico, il reale troppo virtuale, il sociale troppo individuale. Uncanny valley è un memoir che forse racconta cose che tutti sappiamo (la raccolta di dati statistici per alimentare gli algoritmi che alimentano un mercato sempre più invasivo), ma apre ampi spazi di riflessione su una delle più grandi rivoluzioni sociali degli ultimi anni e su come forse dovremmo imparare a usare degli strumenti tecnologici tanto potenti da prendere il controllo delle nostre vite.

Garth Greenwell, Cleanness (Farrar, Straus and Giroux)

coverCome l’esordio, What Belongs to You, anche Cleaness è ambientato in Bulgaria e come quello è diviso in tre parti. La parte centrale racconta di un professore americano che insegna letteratura in un liceo di Sofia e della sua relazione sentimentale con R., studente universitario portoghese in Bulgaria per una borsa di studio. La storia che apprendiamo quasi subito essere una storia finita, è incastrata tra due sezioni che invece contengono frammenti di vita ordinaria dell’innominato professore: di come una volta abbia incontrato un uomo omosessuale preoccupato di essere gay nell’iper-conservatrice Bulgaria, di come abbia fatto visita a un uomo conosciuto on-line per del sesso BDSM, di come abbia preso parte a una manifestazione contro il governo. Tutti quei frammenti sono vettori diretti a illuminare una fase del passato del Professore, e di ognuno Greenwell si serve per vivisezionare la natura del desiderio. In un’intervista ha detto che per lui “una delle componenti del desiderio è un desiderio di obliterare se stessi, vuoi come esperienza metafisica di trascendenza, vuoi come desiderio di essere resi nulli.” In sostanza, una volta ottenuto quello che si desidera, si supera un limite e si diventa altro da quello che si era prima di realizzare quel desiderio. La relazione tra il professore e R., è una relazione che ha ricalibrato la vita sentimentale del professore, ma soprattutto quella sessuale, più nascosta e intima.  Greenwell riesce a analizzare quasi al microscopio sentimenti e volizioni del professore. In questo ricorda un po’ Richard Ford, ma più tetro, più connesso alla componente umanamente erotica implicita nell’animale uomo. Lo fa con scene in cui gli atti sessuali sono descritti in modo vivido e esplicito. Prende il sesso come strumento di comunicazione, di potere e controllo. Mette in evidenza le regole attrazione, e lo fa in modo brutale, come lo ha fatto forse Bret Easton Ellis, ma senza il cinismo e senza l’urgenza infantile di provocare o scioccare a ogni costo.

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