Una birra con Bob: “Going for a Beer” e l’arte della dissacrazione.

Coover_15.indd
Robert Coover, “Going for a Beer” (Norton & Co., 2018; La Babysitter e altri racconti, traduttori vari, NN Editore, 2019)

C’è chi fa letteratura e chi invece la disfa, la ridicolizza, la trasforma in satira e parodia, dissacra il sacro e il sacralizzato, in poche parole: la rende più umana. A questa tradizione appartengono per esempio il Satiricon o il Decamorone, e tra i contemporanei per certi versi Pynchon. A questa tradizione appartengono anche alcuni esempi cinematografici, come Buñuel, musicali come Captain Beefheart, o recenti esempi televisivi, da cartoni animati come i Simpsons, American Dad e South Park, a serie tv che mescolano meta-narrativa a parodia come Community, a stand-up comedian che continuano rendere provocatoriamente esplicito l’implicito come Amy Schumer. L’anello che lega la tradizione ormai classica alla nuova corrente irriverentista è Robert Coover. Nel 2018 è uscito Going for a Beer (da noi La Babysitter e altri racconti, NN Editore, traduttori vari) testo che raccoglie una buona selezione dei suoi racconti, scritti e pubblicati tra l’inizio degli ani ’60 e la fine degli anni ’10, e che mostrano benissimo il percorso che Robert Coover ha fatto, partendo dai primi esperimenti di decontrazione di fiabe, miti, religioni e leggende, fino alla sua produzione di parodie (il western in Ghost Town, il noir in Noir), sequel di storie ormai metabolizzate nel dna culturale occidentale (Pinocchio in Pinocchio in Venice e Huck Finn in Huck Out West), pastiche di generi (il superbo The Public Burning), fino agli esperimenti “cinematici” di Lucky Pierre. 

Going for a Beer contiene racconti tratti dalle quattro raccolte di Coover, Pricksong & Descants (1969), In Bed One Night (1981), A Night at the Movies (1987) e A Child Again (2005), più una manciata di racconti inediti su libro, tra cui un paio di recentissima pubblicazione sul New Yorker. Inevitabilmente si perde il senso particolare che avevano quelle raccolte, ciascuna sapientemente costruita attorno a un nucleo tematico e organizzata in un percorso definito e delineato. Su Pricksongs & Descants c’è un prologo e un epilogo che racchiudono un universo multiforme costruito su parodie e riscritture di classici. Pricksong è il modo in cui gli spartiti musicali venivano scritti e stampati, descants sono i controcanti a un cantus firmus, delle variazioni che in origine non venivano scritte, e i racconti di Pricksongs & Descants sono quasi tutti variazioni, interpretazioni, a volte parodie, di vecchie forme più o meno canonizzate, qui prevalentemente fiabe (Hansel e Gretel, Cappuccetto rosso, Giacomino e il fagiolo magico e la Bella e la Bestia), ma ci sono anche delle “novelle esemplari” costruite sullo stampo di quelle di Cervantes, (e delle quali su Going for a Beer ritroviamo solo “The Brother” e “The Wayfarer”) e diversi riferimenti a fonti filosofiche e scientifiche, insomma a tutto quello che usiamo per costruire la nostra immagine di mondo e per darci una spiegazione della realtà quotidiana. Coover disfa tutto e lo ricostruisce, cercando di realizzare nuove forme da quelle vecchie, e lo fa con un perverso gusto dissacrante, a partire dal titolo che in uno dei racconti viene storpiato in death-cunt-and-prick songs.” Se da un lato si perde il filo che legava quei racconti in un discorso compatto e consistenze, dall’altro nei racconti ritagliati su Going for a Beer appare più evidente il sussulto che ha spostato quasi drasticamente l’interesse di  Coover da naturalismo obliquo (il romanzo d’esordio The Origin of the Brunists) verso territori post-moderni già abitati dagli esperimenti di Donald Barthelme e alcune cose di John Barth.
Stesso discorso per A Night at the Movies, dove Coover continua col suo lavoro di distruzione e ricostruzione delle forme del senso. Se su Pricksongs & Descants lo aveva fatto col codice delle fiabe, dei miti, delle origini della forma romanzo e lo faceva esibendo appieno le sue ispirazioni (Beckett, Ionesco, Cervantes, i classici greci e latini), su A Night at the Movies lo fa col cinema, cioè con l’ultima nata delle arti creatrici di senso e significato. In realtà Coover aveva già giocato con le forme audiovisive sui tre frammenti di “The Sentient Lens” in cui, partendo forse dai cinegiornali di Dos Passos, sperimentava con nuovi modi di raccontare la realtà sfruttando la soggettiva della macchina da presa. Su A Night at the Movies fa lo stesso gioco per esempio su “After Lazarus” (una riscrittura della parabola di Lazzaro, non inserito su Going for a Beer), sui tre “Selected Short Subjects,” soprattutto su “Inside the Frame” (dove già nel titolo riprende un termine tecnico della semiotica testuale, quello di “frame,” ossia uno schema cognitivo che media tra linguaggio e mondo) e soprattutto su “Intermissions” dove una voce narrante segue una protagonista sballata tra diversi generi cinematografici ormai codificati (commedia, noir, avventura) che ormai costituiscono un immaginario comune e condiviso. Quello che i racconti di A Night at the Movies mostrano è che i linguaggi narrativi del ‘900 sono costruiti su una diversa fenomenologia, determinata dalla nascita dell’elemento audio-visivo, e quindi dinamica, mobile e più plastica di quella prevalentemente pittorica del secolo precedente: se prima l’ekphrasis (ossia il modo in cui la letteratura cerca di descrivere una forma figurativa) era legata alla pittura, quella degli scrittori del ‘900 è legata al cinema, o anche al fumetto, che a modo suo mette in scena un’azione. Quella di Coover però è l’ekphrasis di un anarchico, di un dissidente, un profanatore che costruisce qualcosa di nuovo dissacrando il vecchio pur mantenendolo come strumento formale. Coover affronta i generi, e tramite questi, il senso comune e lo spoglia di ordine e necessità. Mostra come si possano dire e fare cose che prima era vietato dire e fare, arricchisce i generi fino a farli esplodere o a frantumarli: introduce l’entropia, ossia l’errore, il disturbo, nel mondo regolato, pettinato e logicamente rigoroso dei luoghi comuni narrativi. Così su “The Phantom of the Movie Palace” segue un proiezionista impazzito in un cinema vuoto che proietta spezzoni di film, fino a sovrapporli in nuove narrazioni: fa da introduzione a una raccolta che si legge come una specie di romanzo (esattamente la stessa funzione che “The Door. A Prologue of Sort” aveva su Pricksongs & Descants ) mescolando e incrociando alcune fiabe. “Shootout at Gentry’s Junction” prende il western (con un esplicito riferimento a “Mezzogiorno di fuoco”) e ne ribalta assunti e regole. “Charlie in the House of Rue” è l’idea per il film che Charlie Chaplin non ha mai fatto, e anche qui Coover prende le regole delle comiche e le dà in pasto all’entropia che domina il mondo (entrambi racconti non inseriti su Going for a Beer).  Su “Cartoon” un uomo che è di cartone animato guida la sua macchina di cartone animato in una città cartone animato e investe un uomo reale, e da qui inizia una curiosa e dissacrante ibridazione tra realtà e animazione: è “Chi ha incastrato Roger Rabbit” rovesciato, pochi anni prima che uscisse il film. “Top Hat” (originariamente pubblicato su Playboy) decostruisce l’avanspettacolo che è alla base dei musical e “You Must Remember This!” è una ricostruzione di una delle scene più famose di Casablanca, dove Rick e Elsa iniziano con lo scambio di battute del film ma finiscono per creare una specie di film porno, causando un cortocircuito nella narrazione (del film). Coover prende il nuovo immaginario, più o meno appena nato, e lo scardina, lo sconsacra, a volte lo deride e irride, lo allarga e lo sfilaccia per mostrare che la realtà è molto più complessa, disordinata e molteplice per essere rinchiusa in gabbie così costrittive e prevedibili.

Dal breve ma importantissimo per capire la poetica di Robert Coover In Bed One Night sono stati ripresi i racconti “in bed one night,” “the tinkerer” e “the fallguy’s faith” e “beginning” (originariamente scritta nel 1972). È forse la raccolta più incisiva di Coover, dove la sperimentazione dei racconti che lo compongono non è uno sterile eserciziario di tecniche post-moderne e soprattutto tradisce la fonte che più ha ispirato Coover: Samuel Beckett, qui spettro che aleggia tra riflessioni sul vuoto, sulla morte, sull’assurdità della vita, sull’incomunicabilità. “in bed one night” originariamente pubblicato su Playboy, è un flusso di coscienza che parla di un uomo che trova nel suo letto una piccola comunità di estranei, e Coover se ne serve per mostrare come e quanto sia assurda la vita contemporanea e di come l’uomo sia un animale capace di adattarsi a qualunque tipo di assurdità. Compresa la scrittura senza punteggiatura. “the tinkerer” si avvicina alla forma canonica: un inventore inventa la Mente, che pur non essendo la sua invenzione migliore, per qualche motivo continua a catturare la sua attenzione. Allora capisce di non aver inventato la Mente, ma l’Amore, che nel frattempo sta portando scompiglio nel mondo. L’inventore decide così di trasformare l’Amore in Serenità e liberare il mondo di “slapdash and stumble and the manace of begotten thingamajigs.” Allegoricamente: Amore è goffo, imbranato, devastante, ma chi vuole vivere senza? “the fallguy’s faith”  è uno dei due pezzi più canonici e uno dei due pezzi ”filosofici”: è un’allegoria delle paradossali conseguenze della recente svolta linguistica in filosofia (il racconto è del 1976) per cui tutto è il linguaggio: qui il narratore segue un uomo che cade e si chiede cosa significhi cadere e conclude che forse quell’uomo “had he fallen … merely to have it said he had fallen?” “beginnings” è forse il racconto migliore, e parla di uno scrittore che vive su un isola e la inventa scrivendola, a meno che non sia lui stesso un’immagine fittizia partorito a sua volta dalla mente di uno scrittore. Ci sono tutti gli elementi di “The Universal Baseball Association” e di parte della migliore letteratura post-moderna scritta sull’orlo tra finzione e realtà. 

Coover riprende poi le fila del suo antico e mai sopito interesse per le fiabe, le favole, le mitologie che sono alla base di molta della nostra cultura popolare sui racconti nelle novelle Brian Rose e Stepmother, ideali compendi della sua ultima raccolta A Child Again ossia, “di nuovo bambino.” E l’unico requisito necessario per non essere più bambini è essere cresciuti, maturati, invecchiati. I 4/5 dei racconti raccolti su “A Child Again” Coover li ha scritti dopo il 2000, cioè a quando si avvicinava ai settant’anni e molti di questi racconti contengono sporadiche ma incisive riflessioni sul non essere più bambino, o giovane: in molti racconti fa capolino la morte, il tempo che passa e ti invecchia e lentamente ti cancella. La Morte che sarà un tema ricorrente in quello che Coover scriverà nei dieci anni che seguiranno (“Hang of a Schoolmarm,” per esempio, o anche in alcuni passi intensi e accorati del suo ultimo “Huck Out West.”  In realtà qui un Coover invecchiato e matura, sembra applicare la sua stessa lezione, quella lezione che ha costruito in raccolte rivoluzionarie e sperimentali come Pricksongs & Descants e A Night at the Movies. Sembra voler dire quello che si era dimenticato di dire in altri racconti, fare meglio e con più maturità quello che aveva fatto prima, e forse a volte con troppo impeto, o riempire i buchi e i vuoti lasciati prima, come ad esempio “House Cards, racconto scritto su tredici carte da gioco di un seme, con l’inizio e il finale forzati, ottenendo così 2048 diverse variazioni. È un po’ il gioco che aveva fatto, in altri modi, con “The Babysitter,” ma i racconti più riusciti della raccolta sono quelli che si scostano da questo motivo principale come il bellissimo “Stick Man” che riprende Baudrillard, e la migrazione dei personaggi tra mondi narrativi di Umberto Eco, qui per mettere alla gogna il senso sempre più trasformato in simulazione.

Coover non si ferma qui. Ha già detto di avere in testa un libro parodia sull’era Trump, con tanto di un Hulk ottuagenario, e un seguito dei racconti di A Night at the Movies. E chi meglio di Coover può riuscire a cogliere gli ibridi tra diverse forme comunicative che rappresentano questi anni? Tra cinema che diventa fumetto, fumetto che diventa letteratura, letteratura che si trasforma in videogioco e miti vecchi che vengono spesso reinventati, riscritti, modificati in un’incessante proliferazione di senso che la realtà usa beffardamente per nascondersi. 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Crea un sito o un blog gratuito su WordPress.com.

Su ↑

Crea il tuo sito web con WordPress.com
Crea il tuo sito
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: