Book Log 10/19: Cavezzali, Choi, Fajardo-Anstine, Jamison.

Una raccolta di saggi di una delle migliori saggiste americane contemporanee, un libro di racconti di una giovanissima autrice da tenere d’occhio, un romanzo dagli intarsi metanarrativi, ma che finisce per soccombere sotto il suo peso, e un coraggioso e convincente esperimento ibrido tra narrativa, esofiction e cronaca di un giovane autore italiano.

coverLeslie Jamison, Make it Scream, Make it Burn (Little, Brown) — Dopo una bellissima raccolta di saggi sull’importanza dell’empatia e dopo un bellissimo libro ibrido tra memoir, saggio critico di letteratura e saggio sulle dipendenze, Leslie Jamison torna con una raccolta in verità un po’ confusa. Make it Scream, Make it Burn contiene 14 saggi scritti negli ultimi anni e pubblicati su varie riviste. I saggi sono suddivisi e raccolti in tre parti. La prima parte, “Longing,” analizza il desiderio, la brama per ciò che non si può avere o che non si può essere, o non si è stati, sfruttando una timida dicotomia essere/avere. A dettare il passo il primo saggio “52 Blue”, che racconta per l’appunto della Balena 52 Hertz, unico esemplare di balena che comunica emettendo suoni alla frequenza di 52 Hz, cosa che la rende “la balena più sola al mondo.” Alla brama per ciò che non si può avere (nel caso della balena, compagnia, per un difetto di comunicazione), Leslie Jamison contrappone altri saggi sulla brama per ciò che non si può essere: “We Tell Ourselves Stories in Order to Live Again” parla di persone che credono in qualche forma di reincarnazione, e “Sim Life” di Second Life, ma in generale dei social come costruttori di un io alternativo e virtuale. Nella seconda parte, “Looking” invece Leslie Jamison mette in evidenza la difficoltà di guardare le cose del mondo, quelle che nascondiamo, che autocensuriamo, e si apre a considerazioni sulla fotografia, sul realismo, sulla miseria del nichilismo che rifiuta l’esistenza di fatti, su come la realtà abbia spesso solo bisogno di meno intellettualismo per essere colta. Peccato che le belle promesse delle prime due sezioni vengano disattese in una terza sezione molto più confusa, “Dwelling” dove Leslie Jamison torna al saggio personale, nettamente sbilanciato verso una forma memoiristica, dove parla soprattutto di se stessa (la gravidanza, cosa significa diventare e sentirsi matrigne, l’attaccamento alla famiglia, al padre e al fratello in particolare, il matrimonio, lo spettro della separazione, in un saggio sul Museo delle Relazioni Interrotte in Svezia, dove vengono raccolti e conservati civili di storie d’amore finite), senza nemmeno sfiorare quell’universalità che era viva nei suoi due libri precedenti. Nelle prime due sezioni però Leslie Jamison simula una specie di sfida con i maestri della non fiction—Didion, Sontag, Wallace in particolare—e dimostra di essere tagliente quanto la Didion e  (vivaddio) meno cinica, più profonda della Sontag ma esente dalla sua artificiosità, più intuitiva di Wallace e senza la sua imprecisione e confusione.

coverKali Fajardo-Anstine, Sabrina & Corina (One World)— La giovanissima Kali Fajardo-Anstine viene da Denver, Colorado, e ha pubblicato una sola raccolta di racconti che le è bastata per essere tra i cinque finalisti del National Book Award. I racconti di Sabrina & Corina sono racconti diversi su un tema simile: il mondo femminile attorno alla comunità ispanica di Denver e dintorni, o comunque Colorado, usato per mostrare come la cultura e società americana siano formate anche da elementi culturali ispanici. Ci sono storie tristi, come “Sugar Babies,” che è una riflessione sull’abbandono e su come a volte ci si possa sentire isolati in una cultura che ha seviziato la tua. Ci sono racconti macabri, come “Sabrina & Corina,” nel quale Corina è chiamata a truccare il cadavere dalla cugina morta Sabrina perché la bara possa essere lasciata aperta, e è una riflessione su come a volte sia impossibile fuggire da una provincia che ti soffoca. O “Galapago” dove una nipote cerca di potare la nonna altrove dopo che ha subito ripetuti furti. O”Julian Plaza,” dove si fanno i conti con una madre che sta morendo di cancro. C’è un costante riferimento alla famiglia, alle opportunità di riscatto in un contesto provinciale, alla netta dissonanza tra città moderne e piccoli centri rurali arretrati (come in “Tomi,” dove Nicole, ex galeotta, cerca di abituare il figlio del fratello a crescere senza videogiochi). Non tutti i racconti sono ben riusciti, ma nessuno è noioso o pretenzioso. Una raccolta solida. 

coverSusan Choi, Trust Exercise (Henry Holt & Co.) — Un libro diviso in tre parti e che per certi versi può ricordare Fates and Furies di Lauren Groff, per come la storia viene in un certo senso rivoluzionata lungo il libro, o Asymmetry di Lisa Halliday, per come seconda e terza parte giocano con la prima a un livello quasi meta-narrativo, ma forse questo tipo di sperimentazione si avvicina più a alcune cose di Dag Solstad, tipo Armand V. T Singer. Nella prima parte siamo negli anni ’80, in un liceo a indirizzo artistico (il Citywide Academy for the Performing Arts o CAPA) in una imprecisata città di un imprecisata parte degli Stati Uniti. Qui Sarah e David iniziano una complicata relazione affettiva, che viene raccontata nella prima parte, che culmina con una difficile scelta che dovrà fare Sarah. La seconda parte cambia completamente registro. A raccontarla è Karen e mette in discussione molte delle certezze che il testo ha costruito nella prima parte, costringendo a rivederne alcune dinamiche. Una terza e più corta parte cambia ancora tutto, e può quasi essere letta come un racconto separato (un po’ come la terza parte di Asymmetry). I Trust Exercise, che sono gli esercizi che gli studenti del CAPA devono fare per maturare un senso di empatia e di fiducia nel prossimo e in stessi, finiscono per avere un meta-significato e diventano, alla fine del libro, esercizi tra il lettore e il libro che mette costantemente in crisi la sospensione dell’incredulità alla base di ogni esperienza di lettura. Il problema è che forse Susan Choi è più interessata a creare una ragnatela meta-narrativa che a costruire un congegno capace di mantenere le promesse che il libro fa e che si perde in qualche leziosità di troppo. Bel tentativo, ma risultato riuscito a metà.

coverMatteo Cavezzali, Nero d’Inferno  (Mondadori) — a metà tra finzione, cronaca, esofiction e romanzo storico, Nero d’inferno è uno dei libri più attuali nel panorama della narrativa italiana e sembra volersi confrontare con un genere molto battuto dall’altra parte dell’oceano. Qui si racconta la storia di Mario Buda, anarchico italiano emigrato negli Stati Uniti, dove pare sia stato individuato come responsabile dell’attentato a Wall Street del 1920, fino a essere considerato l’inventore dell’autobomba (e diventarne quasi un sinonimo in lingua inglese). Il Mario Buda che incontriamo è un calzolaio immigrato negli Stati Uniti, e da immigrato racconta le sue ragioni, illuminando le ragioni del terrorismo di ieri e di oggi, della fede mista a nichilismo che sembra alimentare le frange estreme del dissenso, della perenne difficoltà di trovarsi immigrato in un paese pacificamente ostile.  Tutto viene impreziosito da “intermezzi”  che riproducono documenti ufficiali e dalle testimonianze inventate, o meglio, immaginate, di chi era stato vicino a Mike Buda (la madre, la moglie Matilde,  l’anarchico Luigi Galleani, l’affittuaria Emily Van Morrison, il capitano dell’FBI, fino addirittura al Ku Klux Klan e all’antropologo padre della criminologia Cesare Lombroso). Uno stile forse un po’ troppo asciutto e frammentario, e troppo infiorettato di citazioni racconta una storia con le cautele di chi teme di disperdere il senso del testo, ma il risultato è comunque un libro efficace che procede per accumulazione di particolari e punti di vista, prende per il mano il lettore e lo porta pazientemente a spasso tra le dinamiche oscure di chi per eccesso di amore per la giustizia finisce dalla parte opposta.

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