Book Log 09/19. Brodesser-Akner, Nussbaum, Zink.

Tra le letture di settembre: un candidato nella longlist per il National Book Award, purtroppo non è arrivato in finale, ma Fleishman is in Trouble riesce benissimo a amalgamare profondità e leggerezza, un libro-saggio sulla televisione che in un certo senso parla anche e soprattutto di dinamiche narrative, e un altro libro che da saga familiare mostra il passaggio dagli anni ’90 agli anni dell’antropocentrico e dell’era Trump.

fleishman.jpgTaffy Brodesser-Akner, Fleishman is in Trouble (Random House) — Il titolo richiama classici del passato, tipo la serie Rabbit Angstrom (che ora corre, ora è ricco, ora riposa), o anche alcuni libri recenti, su tutti Eastman Was Here di Alex Gilvarry, e anzi, è proprio con quest’ultimo che Fleishman is in Trouble condivide alcuni temi e scenari: il nuovo ruolo per il sesso maschile in un mondo finalmente ricalibrato, la difficoltà di reinventarsi passata la beatitudine della gioventù, dover fare i conti con la dolorosa perdita di una giovinezza che sembrava perenne. Qui Toby Fleishman, epatologo in carriera appena quarantenne, con quindici anni di matrimonio finito alle spalle e una quasi ex moglie che si è in qualche modo volatilizzata (non risponde alle chiamate né ai messaggi) dopo avergli affibbiato i due figli in età pre-adolescenziale e adolescenziale a tempo intedeterminato. Toby cerca di rigenerarsi usando le nuove dating app che gli illuminano il telefono dall’alba al tramonto. Si trova davanti un mondo di donne di tutte le età che hanno perso tutte le loro inibizioni, un mondo dove le nuove tecnologie di informazione e comunicazione iniziano a plasmare la mente dei loro utenti fin dalla più tenera età. Toby però non cerca solo una sana e consenziente leggerezza, ma una stabilità affettiva. Spesso ricorda il Ted di How I Met Your Mother, come l’amico di college e donnaiolo incallito Seth spesso ricorda il Barney Stintson della stessa serie televisiva, in più di un’occasione). Tutto viene raccontato da un’altra ex compagna di studi di Toby Libby Epstein, ex giornalista diventata famosa per un articolo femminista prima del movimento #meToo e del neo-rinato e rinnovato femminismo, ora madre e moglie a tempo pieno. Libby sembra spesso sapere cose che non dovrebbe sapere, si avvicina al narratore onnisciente senza doverlo esserlo, e forse nella seconda e terza parte del libro si dilunga un po’ troppo in geremiadi personali, ma rappresenta un controcanto essenziale per mostrare come il mondo voglia sbarazzarsi di certo patriarcalismo e sia anche giunto il momento perché ciò accada.

doxology.jpgNell Zink, Doxology (Ecco) — una falsa partenza di poche paginette e poi si è immersi in una saga familiare multigenerazionale che inizia a fine anni ’80 e arriva fino ai tempi di noi contemporanei della fine del mondo, in un modo che però, va detto, ha del disomogeneo, come se avesse attaccato insieme due novelle, legate solo da un filo parentale dei personaggi che le vivono. Nella prima siamo negli anni ’90, nel mondo delle fanzine, della cultura DIY, del nascente indie-rock in procinto di avere una sua fisionomia definita. Pam, ragazza piuttosto nerd (lavorerà come programmatrice nella prima rivoluzione informatica), ma anche punk di elezione, cresciuta in una famiglia piuttosto bigotta, si destreggia tra la sua formazione, specchio di una società blanda, dimessa, omologata, e la sua ispirazione, derivata da una quasi venerazione di Ian MacKaye tra Minor Threat e Fugazi, che la porta a mettere in discussione quella sua formazione. Conosce Daniel, aspirante produttore musicale di cose indie, e Joe, giovane rockettaro affetto dalla sindrome di Williams che ricorda un po’ il Bucky Wunderlick di Great Jones Street, un po’ cantautori tipo Daniel Johnston o Jandek, o James Chance. In questa prima parte assistiamo alle frizioni tra le velleità artistiche di chi ha in testa la rottura degli schemi, e l’economia e la società figlia del reaganismo, dove si trattava di rielaborare anche gli schemi rotti per poterli vendere. La stessa frizione si ripresenta nella seconda parte del libro, dove Pam, David e Joe vengono relegati su uno sfondo, comprimari della vita di Flora, che da pura millennial, si troverà a dover fare i conti con l’ascesa del Trumpismo, il cambiamento climatico e i suoi negatori, in una serie di dinamiche che nella struttura ricordano la controcultura di cui i genitori sono stati attori, sebbene in un contesto diverso. Le due parti giustapposte possono mostrare come l’agenda politica sia cambiata, da economia e espressioni artistiche, a clima e minacce tanto grandi da trascendere le divisioni politiche. È in ballo la verità, quella verità che è “indistruttibile, ma brutta, inelegante, goffa. La società non è il suo ambiente naturale. Non può fare imboscate al potere senza l’aiuto della bellezza.”

nussb.jpgEmily Nussbaum, I Like to Watch (Random House) — Sostanzialmente una raccolta di saggi sulla televisione che Emily Nussbaum ha scritto nel corso degli ultimi dieci anni, tra il New York Magazine e il New Yorker, con l’aggiunta di due saggi scritti appositamente per il libro. Il primo saggio riguardo la nascita della nuova generazione di serialità televisive, e lo fa giustapponendo Buffy—che segna un po’ la fine degli anni ’90 e insieme detta il passo per la nuova concezione delle serie tv, ibride, ironiche, meta-televisive—e I Soprano, spesso considerata una delle prime serie del “nuovo corso,” insieme a Lost. L’altro, ben più corposo, e strategicamente posto al centro del libo, è “Confessions from the Human Shield,” dove Emily Nussbaum cerca di fare il punto della situazione su patriarcalismo, nuovo femminismo, movimento #metoo, a partire da Woody Allen, suo “eroe” giovanile e non solo, fino a arrivare a Louis CK e Nanette, cercando di capire come la televisione, ormai una forma di arte al pari, se non al di sopra, di cinema e narrativa, crea, disfa e ricalibra gli strumenti che abbiamo per trarre del significato dall’esperienza quotidiana, magmatica e caotica. In un altro saggio mostra come la campagna elettorale di Trump potesse essere letta e vista come una specie di serie tv, e come Trump stesso spesso si potesse essere quasi scambiato per uno stand-up comedian. Nel caso di Lous CK, Weisntein e il movimento #metoo, per Emily Nussbaum si tratta di capire “come trattare (o collaborare con, subire l’influenza di, rigettare, accettare, denunciare) artisti maschi che hanno fatto cose orribili, ” e che, tra cinema e tv hanno plasmato le nostre aspettative sul mondo. Molti saggi qui contenuti, forse quelli più interessanti, riguardano il processo creativo, sensibilmente diverso da quello della produzione narrativa, collettivo invece che individuale, controllato da un rapporto dialogico col pubblico, e che ancora si muove in un territorio pressoché inesplorato. Soprattutto su meta-serie come The Comeback, Community (purtroppo solo citata di passaggio), Jane the Virgin, o anche la seminale Buffy, la serie da cui tutto in un certo senso è iniziato. Prima lentamente e poi di colpo.

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