Book Log 07/2019: Beagin, Englander, Jemc, Whitehead.

Tra le letture di luglio: il terzo romanzo di Nathan Englander, Colson Whitehead che continua la sua storia alternativa degli Stati Uniti, il ritorno di Mona per Jen Beagin e i racconti di Jac Jemc.

coverNathan Englander, kaddish. com  (Knopf) — Seguo sempre la tesi di John Barth secondo cui gli scrittori, con alcune eccezioni, si dividono tra maratoneti (a loro agio nella forma romanzo e poco convincenti nella forma breve) o velocisti (fuoriclasse nella forma breve ma con poco fiato per le lunghe distanze). Nathan Englander è sicuramente un velocista, e è uno di quegli scrittori che quando scrivono racconti non sbagliano una parola (exhibit #1: For the Relief of Unberable Urges). Putroppo nei romanzi tende a perdersi, pur mantenendo una discreta qualità (exhibit #2: The Dinner at the Center of the Earth). Anche kaddish.com conferma sostanzialmente il verdetto. La prima parte si regge in piedi da sola e da sola potrebbe essere un ottimo racconto di Englander: siamo nel 1999 e troviamo Larry, ebreo ormai secolarizzato che da Brooklyn va a Memphis, Tennessee per la shivah del padre defunto da poco. Secondo la tradizione spetterebbe a lui recitare la Kaddish per un anno intero, ma Larry non pare proprio voler seguire tradizioni per lui diventate sterili e vuote. All’apostasia di Larry fa da contrasto l’ortodossia della sorella Miri e dell’accolita di parenti e conoscenti che si sono radunati per la minyan. Una sera dopo aver usato il portatile per il suo  porno quotidiano, Larry incappa in un servizio di preghiera on-line, kaddish.com (che pare esistere davvero) e paga perché un certo Chemi, reciti l’anno di preghiera al posto suo. Vent’anni dopo Larry è sposato, ha due figli, ha ripreso il nome ebraico di Shuli, insegna in una scuola ebraica, ha eliminato ogni tecnologia informatica dalla sua vita e da apostata è chissà come tornato a essere ebreo ortodosso. Incontra un ragazzino rimasto orfano di padre e questo lo riporta al suo peccato originario: quello di non essere stato capace di onorare il suo padre defunto venti anni prima. Si mette alla ricerca del suo proxy mourner, cosa che innesca una serie di dicotomie, piuttosto schematiche, tra fede e secolarizzazione, tra rituali e vita reale, tra tradizione e autenticità, e sullo sfondo il mondo sempre più globalizzante delle tecnologie informatiche. Purtroppo è tutto un po’ affrettato e a tratti pretestuoso, e l’effetto è quello di avere tra le mani un ottimo racconto che si è rovinato dalla sua voglia di diventare un romanzo.

coverColson Whitehead, The Nickel Boys (Knopf) — La NIckel Academy del libro è una versione nemmeno poi tanto fittizia della Florida Dozier School for Boys, aperta a inizio ‘900 e chiusa nel 2011. Era fondamentalmente una scuola di formazione, di avviamento professionale per ragazzi problematici, come la Nickel Academy del libro, dove giovani problematici erano accolti per essere separati da cattive compagnie per “ricevere un’educazione fisica, morale e intellettuale, essere riformati e recuperati per la comunità.”  Anche gli eventi del libro sono parzialmente reali, o verosimili, come lo erano quelli che Whitehead ha raccontato su The Underground Railroad, dove una struttura vagamente surreale si sovrapponeva a un romanzo storico.  Se lì però riusciva a dare un resoconto delle dinamiche schiaviste e delle mai sopite questioni razziali, sebbene in modo scolastico e schematico, adatto a un’acquisizione per licei e college,  qui Whitehead si limita a raccontare la storia di giovani ragazzi adolescenti maltrattati prima dalla società e poi dalla società vestita da istituzione: Elwood Curtis è l’eroe/protagonista adolescente che negli anni ’60 subisce la sua storia di formazione. Elwood, giovane intraprendente, intelligente e sveglio, cresce ascoltando i dischi dei discorsi di Martin Luther King e matura un senso di giustizia. Doveva frequentare il college, ma per un incidente balordo viene dirottato nella Nickel Academy, dove è al tempo stesso testimone e vittima di un’educazione che era solo una scusa per picchiare, seviziare, violentare e quasi torturare dei ragazzi, fino anche alla morte. Si può vedere un progetto in formazione: The Underground Railroad fotografava la situazione a fine del secolo scorso, e su The Nickel Boys un secolo dopo le cose invece di cambiare si sono solo nascoste e camuffate. The Underground Railroad sfruttava la metafora del sotterraneo per mostrare come dietro la storia ufficiale americana ci fosse (ma che sorpresa!) una storia di segregazione razziale. The Nickel Boys inizia con degli archeologi che scavando nel sito che ospitava la vecchia Accademia trovano delle tombe “cancellate dalla storia,” come a suggerire la sottotraccia razziale segreto di Pulcinella che dà forma nascosta alla storia americana. Come il precedente libro però anche questo soffre di un eccessivo distacco. La storia viene raccontata con una voce impersonale, ripulita, quasi asettica. Elwood è un personaggio talmente ripulito e perfezionato che sembra più un ideal-tipo che il protagonista di una storia, cosa che fa perdere al libro quasi tutto il suo potenziale emotivo. Qualche snodo narrativo accende un po’ una trama troppo esile e sbrigativa. 

coverJen Beagin, Vacuum in the Dark (Scribner) — Ossia il seguito di Pretend I’m Dead, che fa sperare che sia lunga la saga di Mona, donna delle pulizie arrivata a Taos,  New Mexico tramite California e New England. Se su Pretend I’m Dead avevamo imparato a conoscere la bizzarra e surreale Mona, tra le sue avventure e disavventure con gli occasionali datori di lavoro (Mr. Disgusting, Henry, Betty) e vicini di casa (Yoko e Yoko), qui continuiamo a seguire Mona mentre pulisce sporcizia e rifiuti dalle case altrui e si ritrova sistematicamente a ripulire anche la sporcizia che le persone con entra in contatto si portano addosso. A farle compagnia c’è la sua voce interiore, una specie di amica immaginaria che ha la voce e l’inflessione vocale della presentatrice radiofonica Terry Gross.  Ancora una volta, pulire e mettere a posto diventa metafora per mettere mano al disordine caotico che diventano quasi inevitabilmente le nostre vite. Strutturato in quattro capitoli, come il precedente, ognuno dei quali può benissimo stare sui suoi piedi come novella autonoma, scopriamo lentamente alcune cose del passato di Mona mentre la seguiamo nel suo presente: a casa della non vedente Rose e il marito “Dark” (come lo chiama lei), dai Kosas, Paul e Lena, una coppia ungherese radical chic che si divide tra arte, pillole e un branco di gatti semi-barbari. Torna a Los Angeles, da madre e patrigno, dove incontra Kurt/Curt e ancora una volta incasina e mette in disordine tutta la sua vita mentre cerca di fare ordine nel disordine che sono le vite degli altri. 

coverJay Jemc, False Bingo (Farrar, Straus and Giroux) — Quelli di False Bingo sono racconti eccentrici, spesso molto brevi e incisivi, e tutti più o meno ruotano attorno a ciò che la società moderna ci chiede di essere. Così sul quasi perfetto racconto iniziale si legge in filigrana il distacco che esiste tra noi contemporanei della fine del mondo, dove ogni persona è quasi interscambiabile con altre. Su Delivery assistiamo da vicino un anziano pensionato che non riesce a smettere di acquistare cose di cui non ha nessun reale bisogno. Loser è il ritratto perfetto della vita dell’adolescente medio stritolato tra la ricerca di consenso altrui e la difficoltà di ottenere quel consenso. Trivial Pursuit mette in mostra gli stereotipi della provincia e del provincialismo. Tutti i racconti hanno una qualità se non horror almeno vagamente inquietante, lasciano la sensazione minacciosa che qualcosa stia per accadere qualcosa di angosciante e spiacevole, ma alla fine è tutto più surreale che sinistro, più un film di Jarmusch o Lantimos che uno di Lynch. 

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