Book Log #06: Ball, Eggers, Lerner, Mills, Omassi, Scibona.

I libri di giugno, tra cui le anteprime di Jesse Ball e Ben Lerner, l’italiana Debora Omassi, che ha scritto un libro che pare quasi americano, il capolavoro di Salvatore Scibona, libro di livello DeLilliano, per trama, sottotesti e anche per stile e che è un serio candidato per essere uno dei migliori libri dell’anno, l’esordio di Simeon Mills con un romanzetto sulle intelligenze artificiali, ma che si perde un po’ troppo in vicoli Young-Adult-eschi, e  l’ennesimo flop di Eggers.

9780062676108_2e71aJesse Ball, The Divers’ Game (Farrar Straus and Giroux) — un altro romanzo etereo, surreale, rarefatto e profondamente morale di uno degli scrittori più interessanti dell’ultima generazione. The Divers Game torna un po’ alle atmosfere cupe e filosofiche di A Cure for Suicide, dopo le parantesi per certi versi più vicine alle forme narrative classiche di Census e How to Set a Fire and Why. The Divers’ Game inizia come un romanzo distopico: siamo gettati in un mondo nuovo che Ball ci costruisce lentamente attorno. Scopriamo che il mondo è diviso tra Pat e Quads, che nei Quads ci sono esseri umani immigrati e accolti con molte riserve, che sono costretti a vivere segregati, insieme a delinquenti, che vengono marchiati e vengono mutilati del pollice, e che i Pat, i nativi, possono agire contro di loro con dei gas che possono addormentare, irritare, ammalare o anche uccidere. In questo mondo i concetti di bene, giusto, violenza vengono ricreati seguendo linee spaventosamente nietzschiane e relativiste. Ma subito il romanzo si trasforma in una favola acida, a metà strada tra Carrol e Beckett, con zoo dove tutti gli animali sono morti e strani riti che sembrano usciti da Attraverso lo Specchio che però sfociano nella violenza più efferata, e termina come una sorta di allegoria filosofica, densa e profonda, capace come poche altre cose di esplorare i confini tra ordine sociale, violenza e responsabilità. Uno dei migliori libri dell’anno finora. Non il migliore, perché il migliore finora è…

coverSalvatore Scibona, The Volunteer (Penguin) — Il secondo libro di Salvatore Scibona a dieci anni dal già notevole The End, altro libro scritto in dieci anni, peraltro. The Volunteer segna una marcata sterzata in territori DeLilliani: qui siamo in zona Libra, Underworld o anche Players. La storia inizia con un bambino di cinque anni abbandonato all’aeroporto di Amburgo nel 2010. Si tratta del figlio di Elroy Heflin, un giovane militare che ha prestato servizio in Lettonia, Kuwait, Afghanistan. Doveva portarlo con sé negli Stati Uniti, ma all’improvviso decide di abbandonare il figlio in aeroporto. Ma Il Volontario non è Elroy Heflin, che torna negli Stati Uniti, nel New Mexico dal suo tutore legale, Dwight Elliot Tilly, nato a Davenporto, Iowa. E nemmeno Dwight Elliot Tilly è Il Volontario del titolo. Anzi lo è, ma come Eugene Frade, e non è nato nemmeno a Davenport, ma in una città vicina, e viene soprannominato the Volunteer, o Vollie, dai suoi stessi genitori, vendendo fin da subito la sua ostinazione a vivere. Diventa Volontario di fatto, e si arruola nell’esercito per il Vietnam. Combatte a Dong He e Keh Sanh, ma viene coinvolto in un’azione strategia segreta degli USA in Cambogia. Diventa Volontario per la seconda volta quando accetta di scomparire e rinascere sotto il falso nome di Dwight Elliot Tilly, e prestare servizio per una misteriosa agenzia di intelligence in una missione nel Queens degli anni ’70. Assisterà a azioni ai limiti estremi della moralità, sospese tra la banalità del male e la difficoltà di essere veramente liberi e scegliere volontariamente il bene. Passerà una vita clandestina, tra i rimasugli di una comune in New Mexico e i casi della vita che lo riporteranno a quell’indissolubile legame con i chiaroscuri morali dell’agenzia di intelligence per cui è stato strumento, volontario ma anche in un certo senso inerte. Diventerà patrigno, tutore legale, rinnegato, confuso osservatore della nuova Vietnam nel Medioriente del nuovo millennio e si chiederà fino alla fine quanto possiamo veramente essere volontari e responsabili delle proprie azioni, quanto possiamo essere individui libri al di sotto della Famiglia, della Patria, o di qualche altra oscura Agenzia in un mondo dove il male deriva comunque da scelte umane. In Italia arriva in autunno per 66th and 2nd.

41cY228g8RLDebora Omassi, Libera uscita (Rizzoli) — in un certo senso legato a The Volunteer ma non poi tanto, Libera uscita è un romanzo autobiografico dove l’autrice racconta in parte la sua esperienza come modella prima e come volontaria nell’Esercito Italiano dopo raccontando le vicende di Barbara Gasser, modella, volontaria nell’esercito e aspirante scrittrice. Il trucco che è alla base del libro è un po’ lo stesso che usò Edmund White ai tempi di A Boy’s Own Story: non poteva pubblicare un’autobiografia perché quelle potevano permettersele solo personaggi davvero famosi, e allora cambiò i nomi e scrisse “Romanzo” sulla copertina del libro. Nel caso di Libera uscita  probabilmente il formato romanzo ha dato maggior zona di manovra per affrontare un tema, quello dell’identità, dei confini tra femminilità e pulsioni verso una mascolinità indotta, che forse un’autobiografia avrebbe costretto in confini troppo personali. Barbara Gasser ricerca la sua identità da donna nel mondo più maschile e maschilista che esista, in un ambiente che dovrebbe d’altra parte, annullarti talmente tanto da eliminare le differenze tra uomo e donna. La divisa (e qui il debole legame con The Volunteer) come qualunque altro abito ci si metta addosso, compresi i lustrini da modella, sono solo maschere che nascondono una natura umana sostanzialmente simile, “disgustosi diorami di vita,” come vengono definite a inizio libro le mute dismesse delle cicale su un prato. 

coverDave Eggers, The Parade (Knopf) — questo racconto allunga con del brodo di dado in una novella spacciata per romanzo nasce da un’idea che Eggers si è fatto venire nel 2007, mentre lavorava a What is the What e si era imbattuto in una impresa di pavimentazione stradale svedese che faceva le strade in Sudan. Dodici anni dopo scrive questo pamphlettino geopolitico, ambientato in uno stato sud-africano o mediorientale appena uscito da una silver war, un paese che non viene mai nominato ma che ha tutte le caratteristiche degli “shithole nation” di Trump. Qui due operai devono asfaltare una porzione della strada che dovrebbe congiungere il ricco nord al sud povero del paese, e essere così una fonte preziosa per lo sviluppo economico e democratico del paese. La strada verrà poi inaugurata da una parata (quella del titolo) organizzata dal Presidente che avrebbe portato la pace nel paese. I due operai non hanno nomi, sono tenuti a mantenere un rigido anonimato, e a scegliere un numero da 1 a 10 per nome: Four è la parte razionale, ligia al dovere, un veterano al suo sessantaseiesimo lavoro, soprannominato malgré lui Clock, l’orologio,  Nine è “l’agente del Caos,” sporco, trasandato, che si intromette nella vita locale e spesso si approfitta dell’ospitalità del luogo. Per contrappasso, proprio Nine, agente del Caos, elemento di disturbo, ha il compito di assicurarsi che la strada realizzata non abbia imperfezioni, fino alla fine dei lavori, quando quella strada verrà usata per una parata che sarà una scusa per riprendere la guerra. E sì, ho svelato il finale, perché tanto è un libro tirato via, schematico e banale che per quanto breve non vale la pena perdere tempo a leggerlo per vedere come va a finire. 

Lerner2019Ben Lerner, The Topeka School (Farrar, Strauss and Giroux) — Ideale terzo capitolo di una trilogia inziata con Leaving the Atocha Station—dove l’alter-ego di Ben Lerner, Adam Gordon si trova  con una borsa di studio a Madrid nel 2004, dove dovrebbe lavorare a un suo lungo poema sulla guerra civile americana mentre segue a distanza le dinamiche dell’occupazione statunitense dell’Iraq—e continuata con 10:04—dove Adam Gordon torna a essere Ben e si barcamena tra impegni accademici e blocchi dello scrittore tra l’uragano Irene del 2011 e l’uragano Sandy del 2013. In entrambi i casi si ha un curioso e intelligente ibrido tra fatti e finzioni, elementi autobiografici e nel caso di 10:04 anche di elementi metanarrativi. Su The Topeka School ritroviamo lo stesso Adam Gordon, però qui è adolescente negli anni ’90 a Topeka, Kansas, dove è studente liceale con l’Ivy League nel suo destino (Columbia, come Ben Lerner), fa parte della squadra di dibattiti del liceo (come Ben Lerner), è aspirante poeta (come Ben Lerner), e figlio di una psicanalista attiva nel femminismo (come la madre di Ben Lerner). Tutti questi elementi autobiografici si amalgamano in una elegante struttura cerebrale, un autentico meccanismo preciso e perfettamente sincronizzato costruito attorno al tema della Mascolinità Tossica, fino al culmine, nell’ultima parte del libro, quando incontriamo un Adam Gordon adulto coinvolto in qualche modo con le strutture patriarcali e razziste che hanno innescato il risentimento maschile su cui Trump ha fatto leva, vero obiettivo occulto dell’intero libro, che in questo modo si inserisce nella lista, sempre più corposa, dei romanzi dell’era-Trump. Ne scrivo più a lungo qui.

coverSimeon Mills, The Obsoletes (Skybound Books) — Una versione comedy di Blade Runner, scritta come romanzo di formazione in un’America anni ‘90, dove i robot, come gli androidi di Dick, sono abbastanza avanzati da potersi confondere tra gli umani. Darryl e Kanga Livery sono due robot in età adolescenziale che cercano di sopravvivere e mantenere un profilo più umano possibile in una scuola robofobica, finché Kanga non inizia a giocare a basket e Darryl a nutrire un interesse affettivo per la coetanea Brooke Noon.  Interessante il modo in cui si usano obsolescenze e peculiarità robotiche per mostrare limiti e capacità squisitamente umane. Quello che non funziona sono i personaggi: tutti asettici, piatti, spesso noiosi e talvolta apertamente respingenti. La storia ha una parte centrale che gira un po’ a vuoto, e in sostanza in mezzo a tutto il libro si nasconde un racconto di fantascienza YA-ish con delle sue potenzialità, se non avesse inutilmente voluto diventare un romanzo. 

 

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