Est modus in suburbia. “A misura d’uomo” di Roberto Camurri.

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Roberto Camurri, A misura d’uomo (NNE, 2018)

Il principio antropico afferma che se vogliamo spiegare perché il nostro universo è fatto così come è fatto, è perché deve avere le qualità e caratteristiche che permettano l’esistenza di creature senzienti capaci di porsi quella domanda. In sostanza l’universo è a misura d’uomo. In piccolo, anzi in microscopico, la provincia, fatta di Sassi, Erba, Asfalto, Neve, Ghiaccio, Buio, Cielo e altre cose prevede esseri umani capaci di capirla, di adattarsi alla sua violenta indifferenza, di vedere “la bellezza insinuata dentro la routine del quotidiano,” prevede persone “stanche di vivere giorni sempre uguali” e che con quella provincia finiscono per litigarci, fuggirne, farci la pace e poi tornarci o ricostruirla altrove, perché alla fine quella provincia ti regala delle radici che per quanto possano allungarsi e diventare elastiche, non ti faranno mai cadere. Quella provincia ha tanti nomi, e è in sostanza la stessa in tutto l’occidente. Qui su A misura d’uomo si chiama Fabbrico, è un comune in provincia di Reggio Emilia, in quella bassa padana che è la protagonista di molto immaginario comune, dalla Brescello di Guareschi (peraltro citata su A misura d’uomo), alle canzoni di Guccini e forse ancor di più di Bertoli e del primo Ligabue, fino alle scene di vita quotidiana salmodiate dagli Offlaga Disco Pax, alla favola dolce-amara del frainteso e sottovalutato Jack Frusciante di Brizzi e che forse ha il suo capostipite negli Altri libertini di Tondelli.

Ecco proprio Altri Libertini, libro che lo stesso Tondelli amava definire “romanzo a episodi” è forse il parente più stretto di A misura d’uomo. Non siamo più negli anni ’70, dove la trasgressione qua in Italia era ancora tutto sommato una scoperta, e non siamo più nemmeno negli anni ’80 che quella trasgressione sono riusciti a sterilizzarla e venderla: siamo ai giorni nostri, più o meno, in un nuovo millennio che però in provincia sembra sempre un po’ vecchio, sonnolento e perennemente in ritardo. In questa provincia di inizio millennio ci sono persone che si trascinano tra eventi minimi e quotidiani di giorni che tutti uguali, assistono, inerti ma partecipi, alla morte (fin dalle prime pagine), a nascite, a litigi, rappacificazioni, ricordi che a volte sono rimorsi e a volte sono rimpianti, ma che il tempo ha trasformato in ricordi e basta. In questa provincia ci sono tante persone, che come in ogni provincia sono sempre di passaggio. Ci sono Valerio e Anela, forse i due personaggi centrali, quelli che con la provincia ci litigano un po’ ma continuano a conviverci, che scappano, ritornano, vedono morire un amico, si costruiscono ricordi, fanno una figlia, continuano a costruirsi ricordi; c’è Giuseppe, memoria storica e anima di quel fatidico “ventisette febbraio millenovecento e quarantacinque,” quando Fabbrico sembrò per un giorno il centro del mondo; c’è la Bice, che gestisce da sempre il bar del paese (una specie di Bar Mario, ma un Bar come tutti i bar che hanno tutte le provincie) e anche quando il bar diventa di qualcun altro, tutto cambia perché nulla cambi; ci sono Elena e Mario che vivono tra favola e tragedia, Maddalena, lo scrittore Luigi, e Davide l’unico che in un mondo di calibri e incastri “non aveva mezze misure.” Camurri è bravissimo a inserire tutti i suoi personaggi all’interno del vero protagonista del libro, Fabbrico, o meglio la Provincia che vive ai margini delle mille luci delle città, un po’ come il midwest dove “la cara, vecchia normalità fluttua greve nell’aria umida” (frase di Richard Ford), e dove “non c’è niente da vedere e niente che ti impedisca di vederlo” (frase questa di McInerney) e è bravissimo a rendere questa Provincia talmente unica da sembrare paradossalmente generica. Per assonanza vengono in mente subito Guccini, Tondelli e Brizzi come scritto poc’anzi, ma quello che viene raccontato è un universale sotto forma di particolare e allora si sentono timide eco (eco niente di più) di Richard Yates, Sherwood Anderson, o di canzoni come “Racing in the Street,”  “My Hometown” e “Atlantic City” di Springsteen (quest’ultima non a caso citata in esergo).

Il problema è che più che un romanzo sotto forma di racconti concatenati, o “romanzo in racconti” come viene definito nel risvolto, A misura d’uomo è una raccolta di racconti che spesso sembrano incastrati a forza uno addosso all’altro in un improbabile tetris a forma di groviera. Presi singolarmente i capitoli che compongono il libro hanno ciascuno una maturità stilistica e una consistenza che l’insieme non riesce a mantenere, e anzi, si raggiungono alcuni piacevoli picchi inattesi, com’è il caso di “Asfalto,” che già da solo forse varrebbe tutto il libro.  I personaggi scompaiono spesso dietro le loro voci, e a volte non è facile riconoscerli da capitolo a capitolo, o ricordarsi cosa avevano fatto nei capitoli precedenti, e alcuni, quelli più “storici,” Giuseppe e la Bice, avrebbero potuto servire da collante tra uno ieri e un oggi spaventosamente simile a quello ieri, ma purtroppo sono rimasti lì, compressi in uno spazio troppo angusto per loro.

Quello che invece è apprezzabile, è la forma, il modo in cui Camurri racconta la vita di provincia. Come voleva Orazio, “est modus in rebus,” e il compito di trovare la misura delle cose è il compito che sin dal titolo si autoimposto l’autore. Compito riuscito: lo stile  è uno stile asciutto, non privo di una sua eleganza ma sempre semplice, e anche quando si fa grezzo riesce a mostrare sempre un lato umano, empatico, per usare una parola sempre più spesso inutilmente bistrattata.  In questo A misura d’uomo riesce veramente a raggiungere la sua misura, a non sovrapporsi mai e mai affogare i bozzetti raccontati con un linguaggio che sarebbe dissonante. Riesce così a non cadere nei due grandi baratri della narrativa italiana più recente: quello del poeta-romanziere che infioretta costruzioni sintattiche sempre più confuse e indistinte ma che nascondono una preoccupante carestia di temi sotto l’alibi della ‘literary fiction,’ e quello del filosofo-romanziere, che pontifica una filosofia da pizzicagnoli su tre libri di filosofia scelti male e letti male.  Qui non ci sono trucchetti da mamma-guarda-senza-mani, non c’è la presunzione di voler dare una ricetta per la sopravvivenza in un mondo ostile. C’è una prosa controllata, forse anche fin troppo umile e timida, e a volte qualche accelerazione lirica in più non avrebbe guastato, ma è a ben vedere l’unico modo in cui si può parlare di quella terra di mezzo che è la provincia occidentale senza cadere nel provincialismo italiano. Perché la gente di campagna è gente semplice, che resta semplice anche quando tempo, fatica e voglia di fuggire hanno dato qualche ruga di complessità. Hanno sempre una mezzaluna di terra sotto le unghie, non amano il cinismo, non capiscono le morali sballate, e a loro piacciono “più quelli che ci provano di quelli che ci riescono.” Forse perché si somigliano un po’ in tutto il mondo.

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