Book Log 05. Ellis, Escoria,Young, Ffitch, Moulton, Miller.

Tra le letture di maggio: una specie di memoir in cui Bret Easton Ellis dice a tutto il mondo di essere diventato uno dei soliti stronzi; un romanzo che è un memoir che è un romanzo, un po’ come lo era A Boy’s Own Story di Edmund White; un’altra autofiction sotto forma di saggi personali; il romanzo post-apocalittico meno post-apocalittico possibile, e quindi il più sinceramente post-apocalittico; un horror quasi perfetto che mescola ShiningAbout a Boy (più o meno); un romanzo su cosa significa invecchiare e continuare a vivere quando nessuno sembra aver più bisogno di te.

ellis2019Bret Easton Ellis, White (Knopf) — L’autofiction americana sta prendendo sempre più la forma del “saggio personale,” ossia di saggistica costruita su alcuni elementi autobiografici, cosa che permette una costante dialettica tra individuale e universale. Il caro vecchio Bret Easton Ellis non vuole essere da meno e si cimenta anche lui, capostipite per certi versi della Generazione X, con un genere forse legato alla generazione dei Millennials e al duepuntozerismo, dove social e virtualità alimentano la domanda di racconti personali, dai blog ai post di facebook alle stories di IG. Su White commenta a margine la sua attività mediatica, soprattutto quella su Twitter, dove quotidianamente nutre il feed di un account che è un po’ una versione annacquata di quello (ormai defunto) di Milo Yiannopoulos. Le cose più interessanti sono forse nei primi due saggi, dove seppur brevemente parla della genesi dei suoi primi tre romanzi, e dove si cimenta con una certa disinvoltura e confidenza come critico cinematografico occasionale, e parla di come e quanto un film modesto come American Gigolo abbia influenzato il suo immaginario, e con quello molta estetica degli anni ’80, e di come gli anni ’80 siano stati forse l’ultimo decennio dell’Impero, basato sulla fama di star separate dal loro pubblico, prima che i Millennials, o Generation Wuss, trasformassero tutto in una società post-warholiana, dove ognuno ha diritto ai suoi attimi di protagonismo, sigillato e schermato da ogni forma di critica negativa. Altre parti del libro sono semplicemente un’espansione della sua attività di anticonformista in servizio permanente su Twitter, come “Twitting,” dove seguendo un filo illogico di digressioni salta da Joan Didion a David Foster Wallace a Sky Ferreira a Tarantino, cercando di delineare una fenomenologia dell’autenticità e della sincerità (concetti lanciati con forza inaudita dalla prima ondata di wallaciani a cavallo tra anni ’00 e anni ’10). Purtroppo i contenuti non sono che concetti ormai ampiamente metabolizzati e ripetuti (il mondo creato dai social, la società liquida che ha inaugurato il post-Impero dove tutto è fugace, veloce e incontrollabile, il click che si è sostituito al valore estetico) e BEE si limita a fare un uso quasi infantile di una capacità dialettica, e come i cattivi apprendisti nella Repubblica di Platone “se ne serve come di un giocattolo per il gusto di contraddire.”

escoria2019Juliet Escoria, Juliet The Maniac (Melville House Books) — Ossia un’altra autofiction, anche se in questo caso è scritta come un romanzo e difatti si legge come un romanzo. Juliet Escoria sembra aver seguito l’esempio di Edmund White, quando nel 1982, dopo aver scritto quella che di fatto era un’autobiografia, ma non potendo permettersi, ai tempi, di pubblicare un memoir nel suo stato di scrittore semi-esordiente, risolse il problema scrivendo “Romanzo” sulla copertina del libro invece che “Memoir.” Juliet Escoria non nasconde il lato autobiografico del libro, tanto che la protagonista si chiama Juliet Escoria e è facile ritrovare elementi del suo vissuto sparsi nel racconto. Quello che ne esce è un interessante romanzo di non formazione, o di autodistruzione, che ci proietta nelle oscurità degli anni ’90, tra magliette di Calvin Klein, jeans Guess e JNCO e disagio, esperienze con droghe, sesso, omosessualità ai confini del buon senso, ai confini tra vita e seduzioni della morte. C’è un livello metanarrativo, nascosto e forse anche involontario, che mostra come l’autofiction in ultima analisi sia realtà che sembra finta, esattamente come il realismo quando è ben riuscito è finzione che sembra realtà. 

young2019Damon Young, What Doesn’t Kill You Makes You Blacker (Ecco) — Ossia ancora, un’altra autofiction, questa volta dichiaratamente sotto forma di “Personal Essays,” e la parentela diretta con un altro recente lavoro di autofiction, Heavy di Kiese Laymon è palpabile e quasi ovvia anche se probabilmente involontaria. Kiese Laymon raccontava della sua formazione di uomo afro-americano nel profondo sud degli Stati Uniti, Damon Young racconta la sua formazione di uomo afro-americano a Pittsburgh, PA. Ripercorrendo la sua vita dall’adolescenza alla presa di coscienza della sua maturità di scrittore, Damon Young lega insieme una serie di capitoli nei quali è palpabile l’ansia della ricerca di un’identità nera, cosa che accomuna diverse opere in diversi mezzi: Atlanta in televisione, film come Sorry to Bother You e Get Out! Per il cinema, dischi come “Good Kid, M. A. A. D. City” di Kendrick Lamar, ma anche “Lemonade” di Beyoncé o “LEGACY! LEGACY!” di Jamila Woods. In ogni caso si tratta di definire un’identità afro-americana mediante la ricognizione di un processo di crescita personale in un mondo caotico, multi-etnico, dove non si tratta solo di trovare la propria identità, ma anche di capire quanto la propria identità etnica contribuisce alla formazione di un’identità nazionale americana, e non solo americana: occidentale.

ffitch2019Madeline Ffitch, Stay and Fight (FSG) — Dopo i convincenti racconti brevi di Valparaiso. Round the Horn, MadelIne Ffitch si conferma autrice più che interessante. Stay and Fight inizia come il romanzo post-apocalittico meno post-apocalittico che si può pensare: il mondo non finisce, non c’è nessuna carestia, nessuna catastrofe, solo una coppia che decide di ritirarsi in mezzo all’essenzialità dei monti Appalachi. L’uomo della coppia si arrende subito e lascia la fidanzata Helen da sola in una caravan e un pezzo di terra. Helen decide di restare, di inserirsi nella microsocietà che ha trovato, tra finti misogini, donne che hanno deciso di erigere una mini-comunità di sole donne in stile amazzoni e altri bizzarri personaggi che ricordano un po’ gli abitanti di Cicely di Un medico tra gli orsi. Costruisce una casa insieme a due lesbiche in attesa di un figlio, e il romanzo da post-apocalittico senza apocalisse diventa un romanzo survivalista che mostra come nel mondo che ci ostiniamo a chiamare reale, ormai abbiamo perso le competenze che servono veramente per vivere se dovessimo eliminare tutto ciò che è superfluo o non necessario. Nell’ultima parte il romanzo da survivalista diventa un atipico romanzo di formazione, e segue Perley, figlio di due lesbiche e di una donna disadattata in un mondo che non ha niente della normalità che ci siamo costruiti, e come capisce che essere degli esseri umani significa soprattutto costruire una comunità nella quale vivere davvero insieme, in una condizione di muto soccorso perenne.

Moulton2019Rachel Eve Moulton, Tinfoil Butterfly (FSG) — un horror quasi perfetto, definito e presentato come un incrocio tra Shining e About a Boy, e sebbene il risultato sia ben lontano da essere un mostro metà King metà Hornby, quei due riferimenti non sono disattesi. Il libro inizia in medias res, con Emma, ragazza di soli diciotto anni ma già qualche orrore di troppo nella sua breve vita, che si trova in viaggio verso il South Dakota in autostop, ma si sa, fare autostop non è mai una scelta saggia e porta sempre in posti brutti. Emma si libera dell’uomo ma finisce in una specie di città fantasma dove si trova a dover affrontare i propri demoni interiori (e qui il riferimento a Shining) e doversi prendere cura di un inquietante ragazzino di otto anni (e qui il riferimento a About a Boy).

Miller2019Mary Miller, Biloxi (Liverlight) — Dopo aver vivisezionato le dinamiche familiari per una ragazza adolescente su The Last Days of California, Mary Miller disseziona il cadavere della vita sociale di un uomo di 63 anni, divorziato, con una figlia lontana e distante, pochi amici, anch’essi distanti, in  un Mississipi sorprendentemente freddo e indifferente. Louis, uomo solo e divorziato, fresco orfano di un padre distante, ha lasciato il lavoro e è in attesa di una eredità che dovrebbe garantirgli un certo quieto vivere. Passa le giornate tra birra ghiacciata e pessimi programmi televisivi, ma decide di rimpiazzare gli affetti persi ma che probabilmente non ha mai avuto con un cane, Layla, un border collie. Quel cane porta un po’ di sollievo a un uomo che come molti uomini sulla soglia dell’anzianità “se ne stanno silenziosi nelle loro case finché non si sparano in testa o muoiono di noia.” La cagnetta Layla però innescherà una reazione a catena che porterà brutte sorprese e nuove persone nella vita di Louis, che da  antieroe quasi roth-iano nella sua involontaria e non percepita misoginia, cercherà di capire che vivere significa soprattutto prendersi cura di qualcuno. 

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