The Great Southern American Novel: “American Pop” di Snowden Wright

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Snowden Wright, American Pop (William C. Morrow, 2019; edizione Italian: American Pop, trad. Anna Mioni, Nutrimenti, 2020)

Curioso come American Pop di Snowden Wright, una saga familiare multigenerazionale, abbia un incipit molto simile a quello di un’altra saga familiare multigenerazionale, Lo sport dei Re di C. E. Morgan. Lì Henry Forge, anello di congiunzione tra il passato e il futuro della famiglia Forge, scappa tra i filari di granoturco mentre la voce fuori campo di un narratore onnisciente lo ammonisce, “Quanto puoi correre lontano da tuo padre?” Per tutto il libro si tratterà di vedere quanto le costrizioni di ambiente e soprattutto della natura, possono costringere un percorso e compromettere il poco di libertà che ci è concessa. American Pop inizia con una domanda analoga: “How far would he go?” Si chiede Montgomery Forster, primogenito della terza generazione di Forster in America, figlio di Houghton Forster nato nell’anno del primo centenario degli Stati Uniti e fortunato inventore della Panola Cola, una fittizia bevanda gassata, ideale terza concorrente di Coca e Pepsi Cola. Se su The Sport of Kings non c’è storia, se non sotto forma di uno sfondo culturale molto sfumato su cui C. E. Morgan erige delle palafitte da cui nascono interessanti riflessioni scientifiche (questioni di razza e di genere vengono rielaborate con gli strumenti della biologia e della genetica e non sdraiate su oziose e ormai sterili considerazioni socio-politiche) su American Pop è invece proprio la storia la protagonista, intesa come produzione delle stesse radici culturali che ci permettono di crescere senza cadere, come le radici di un albero.

La storia raccontata procede a singhiozzi e sussulti tra il 1876 e il 1976, con una coda che arriva fino alla metà degli anni ’80, saltando di anno in anno, avanti e indietro tra secoli e decenni, tra Mississipi, New York, Los Angeles, Parigi e il Sudamerica, e tra i vari personaggi che compongono la famiglia Forster, nessuno dei quali può dirsi protagonista più di altri. Due secoli di storia americana, dove la storia non è tanto la storia politica quanto la storia della cultura popolare. Una storia che accompagna qualunque cosa accada, che se ne sta sullo sfondo, pacifica, latente, come il fumo passivo o l’educazione cristiana in Italia. Che i due secoli della storia della familia Forster, ma di ogni storia di ogni famiglia o individuo, sia sempre accompagnata e coperta dalla cappa della tradizione storica e culturale è forse il miglior modo per mostrare come negli Stati Uniti, e soprattutto nel Sud degli Stati Uniti, quella storia sia un eterno presente, una vedetta in servizio permanente che regola e gestisce ogni altro evento, un codice genetico immateriale che definisce e fissa un’identità nazionale e culturale quasi impossibile da eludere. Così la saga dei Forster è preceduta da un albero genealogico che ne anticipa per certi versi il destino, istruendoci su chi nasce e chi muore e quando.

American Pop sboccia nella culla d’America il delta del Mississipi, o “The Most Southern Place on Earth,” come viene chiamato in virtù della sua spiccata regionalità. È in quel rombo di terra racchiusa tra il Mississipi e lo Yazoo, tra Memphis e Vicksburg che nascono blues e jazz e è da lì che inizia la Grande Migrazione nelle città del nord ,Nel corso del libro si fa largo uso di fonti e studi ufficiali, come God Shakes Creation di David Lewis Cohn e Caste & Class in Southern Town di John Dollard, accanto altre fonti probabilmente inventate e spacciate per vere. Su queste radici profonde di una certa americanità, Snowden Wright incastona una più recente ramificazione dello “spirito americano” e si chiede cosa sarebbe successo se, per esempio, i Kennedy o i Ford fossero stati una famiglia del Mississipi e avessero costruito la loro fortuna inventando la Coca Cola, ossia la bevanda più squisitamente e simbolicamente americana, l’equivalente a stelle strisce della birra per la Germania, del vino per Italia o della vodka per la Russia.

Houghton Forster, è il primo Forster americano, nato da genitori immigrati dall’Europa che in America avevano paradossalmente ritrovato quella stessa Europa dalla quale erano usciti: “Una volta raggiunta l’America, si sono trovati a viaggiare di nuovo per l’Europa, e a incontrare immigrati irlandesi nei loro soggiorni a New York, spagnoli quando hanno costeggiato la punta della Florida, francesi quando sono attraccati a New Orleans e tedeschi quando hanno passato il confine del Tennessee.” Siamo alle origini della formazione dell’identità americana che nasce per certi versi dai detriti della cultura europea, e l’America sembra quasi essere una versione imbastardita e  pop del Vecchio Continente. All’aristocrazia europea, colta e borghese, si sovrappone una nuova classe media di arricchiti dall’intraprendenza capitalista, i nouveau riche, di cui i Forster diventano presto membri e ambasciatori. Alla cultura alta europea si sostituisce una cultura popolare, imbastardita, integrata e che nasce dal basso, lontana dall’elitarismo da cui per certi versi fiorisce. Come ha notato Carlo Freccero, “quel pensiero critico che l’Europa esprimeva con la filosofia, rinasce in America sotto forma di immaginario e narrazione. Da sempre il cinema, la letteratura, la fantascienza, hanno rappresentato per l’America un modo di esprimere il disagio di fronte a una realtà positiva che il mito della nuova frontiera aveva imposto come discutibile” (Carlo Freccero, Televisione, Bollati Boringhieri, 2013).

Questo pop culturale trova forse la sua più sincera e diretta metafora nei soft-drink come la Coca Cola. Anche se il New England continuerà a chiamare soda quei soft-drink, nel Midwest continueranno a essere sempre chiamati emblematicamente  pop.   E è proprio il pop a farsi collante sociale e nazionale: quel pop culturale che Warhol rappresenta, parodia e mitizza nelle scatole di detersivo e di minestra, nelle Marilyn riprodotte in serie e soprattutto (appunto) nelle bottiglie della coca-cola che piace a tutti e che Warhol vede come minimo comune denominatore della “grandezza dell’America,” ossia della sua capacità di “essere la prima nazione in cui i più ricchi comprano le stesse cose dei più poveri. Guardi la tv, vedi la Coca-Cola e sai che il presidente beve Coca-Cola, Liz Taylor beve Coca-Cola e pensaci, anche tu puoi bere Coca-Cola. Una Coca-Cola è sempre una Coca-Cola e nessuna quantità di soldi potrà fartene avere una migliore di quella che sta bevendo il barbone all’angolo. Tutte le Coca-Cola sono uguali e tutte le Coca-Cola sono buone. Lo sa Liz Taylor, lo sa il presidente, lo sa il barbone e lo sai anche tu” (Andy Warhol, La filosofia di Andy Warhol: da A a B e viceversa, Feltrinelli, 2016).

In Europa erano fioriti i frutti di secoli di arte, poesia, musica classica, cinema d’autore. L’America risponde con realtà popolari e alla portata di tutti: jazz, blues, rock, e poi musical, fumetti, televisione, romanzi di genere. Il prodotto tipico americano è il pop, e col pop si mostra quello che nella cultura più o meno alta si tende a nascondere sotto il tappeto: a un’America puritana, pulita e timorata di Dio (immagine squisitamente southern), fa da controcanto l’America licenziosa e lasciva di serie tv come Shameless, Easy, Transparent, Californication, Weeds o anche la recente Atlanta.  Come la coca cola durante il proibizionismo mascherava tracce di pessimo alcol, allo stesso modo il nuovo folclore di un’America che costruisce un mito raccontando se stessa nasconde, edulcora e pettina una realtà che è spesso indesiderata e brutale. American Pop racconta la storia di una famiglia che è diventata dinastia e mito, ma che nasconde sotto il tappeto le proprie aberrazioni: perversioni sessuali, omosessuali, sesso saffico (con una meravigliosa versione finzionale di Josephine Baker), e ancora adulteri, corruzione, estorsioni, incesti e suicidi.

Il libro non è certo privo di difetti—c’è un umorismo costantemente cercato ma non sempre raggiunto, lo stile è sfarzoso e brioso ma talvolta perde il suo calore cajun e si addormenta nella pretenziosità di un esibizionismo compiaciuto, i riferimenti storici, ricchi e precisi, come i riferimenti alla corruzione dei Southern Democrats, avrebbero giovato di una maggior coesione col resto—ma nessuno di quei difetti riesce a rovinare una storia che proietta problemi e caratteristiche del sud di ieri nell’America di oggi. Una storia che si annoda attorno oa quasi quattro generazioni di Forster, a partire dai fondatori che hanno trovato un’America che “garantiva ai suoi cittadini vita e libertà, ma che prometteva anche una felicità sempre fuori portata, una cosa da ricercare sempre,” a Houghton Forster primo Tycoon a cavallo tra due secoli a cavallo tra due millenni. E da lì ai suoi quattro figli: Monty, primogenito, ex-soldato durante la Prima Guerra Mondiale, politico segretamente gay, apertamente sepolcrale, perfetto segnaposto per la Lost Generation (e non a caso ricorda un po’ il Jake Barnes di The Sun Also Rises), Harold, che nonostante il suo autismo risulta essere il Forster più affidabile e maturo, e i “gemelli infernali,” Lance e Ramsey, che mostrano anacronisticamente le caratteristiche di baby boomers, come gli ultimi Forsters, Nicholas, Susannah e Imogene, presentano i tratti della Generazione X in anticipo.

I Forsters sono un’altra delle famiglie letterarie, un incrocio tra i Tennembaum e i Darling di Dirty Sex Money. Ovviamente, come tutte le famiglie letterarie, una famiglia disfunzionale, ma si sa, ogni famiglia disfunzionale è disfunzionale a modo suo. Tutti insieme rappresentano quello che l’America dice di se stessa e tutti insieme nascondono quello che l’America allo stesso modo cerca inutilmente di nascondere di se stessa. Anche a se stessa.

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