“Lost Children Archive” di Valeria Luiselli: The Great American Road Trip Novel

lostchildren
Valeria Luiselli, 
Lost Children Archive
(Knopf, 2019)

Quando John William DeForest utilizzò l’espressione Great American Novel come titolo di un saggio apparso su The Nation era il 1868, e quello di America era un concetto ancora vago e incerto, come vaghi e incerti perché porosi e in perenne mutamento erano i confini degli Stati Uniti d’America: gli Stati erano 38 e i confini dovevano ancora estendersi: a nord, tra Dakota, Montana e Washington, e a Ovest dove si trattava di ricongiungere Nebraska e Kansas con Nevada, California e Oregon tramite la regione del Four Corners. Quei confini oggi non esistono più, se non come confini concettuali, storici, che segnano forse differenze culturali radicate e ormai sedimentate (basti pensare al Mississipi Delta, “The Most Southern Place on Earth”). Oggi, dopo un secolo e mezzo, se i confini geografici sono ormai mappati e pressoché stabili, esistono altri confini,  altre frontiere, sfumature interne che si moltiplicano e arricchiscono un valore finito compreso tra limiti precisi. L’America è da sempre il paese dell’inclusione, della convivenza caotica di diverse culture e di diverse appartenenze, e è anche il paese di storie triturate dall’aratro della storia e che sono rimaste come eco di un passato abraso che ha lasciato miriadi di tracce disordinate. L’archivio che Valeria Luiselli cerca di rigenerare su Lost Children Archive è proprio l’archivio di queste tracce, tutte presenti, tutte vive e rintracciabili, tutte nascoste nell’infinito potenziale racchiuso tra i confini di un limite..

Fortemente voluto da Robin Desser, editor per Knopf, e primo interamente scritto in inglese di Valeria Luiselli, Lost Children Archive è un romanzo on-the-road, è un documentario, è un memoir obliquo e nascosto, e è un testo che parla di confini, di limiti, di mappatura. A ben vedere l’intera cultura occidentale è basata sul concetto di limite, di ratio. Lo stesso concetto di irrazionalismo è definibile solo partendo da un qualche concetto di “ragione”: essere “ragionevoli” significa saper restare entro dei limiti precisi, essere moderati, secondo il senso del monito di Orazio secondo cui “est modus in rebus, sunt certi denique fines quo ultra citraque nequit consistere rectum.” I principi di identità, di non contraddizione e del terzo escluso sono limiti, lo è il modus ponens, lo sono le leggi della meccanica di Newton e l’irreversibilità del tempo, limite quest’ultimo che per Tommaso d’Aquino nemmeno Dio poteva varcare (Quaestio quodlibetalis). Ma grazie all’analisi infinitesimale oggi sappiamo anche che tra due limiti può esistere un infinito. Lost Children Archive è mosso dalla ricerca proprio di quell’infinito racchiuso e compattato entro dei confini: se le radici della cultura occidentale affondano in una cultura del limite, le sue ramificazioni portano anche a una tendenza apparentemente irrazionale verso l’infinito, una ricerca di un  ἄπειρον sedimentato dentro limiti, il superamento di una frontiera. Non è un caso che nei primi dizionari americani nemmeno includevano il termine “frontier.”

Il romanzo on-the-road è forse la forma migliore per una simile ricerca: i protagonisti del libro—una donna e un uomo che insieme alla figlia di lei e al figlio di lui formano un nucleo familiare nato dai resti di unità precedenti e disgregate: matrigna, patrigno, sorellastra, fratellastro—si trovano a lavorare insieme a un progetto di mappatura sonora del Center for Urban Science and Progress della NYU che consisteva nel registrare, campionare e archiviare i suoni caratteristici della città di New York—pneumatici che frenano sull’asfalto, musica diffusa nelle stazioni della metropolitana, predicatori di Harlem—insieme a rumori di ambiente, come campane, campanelle, registratori di cassa, oche. Ai due protagonisti era affidato il compito di registrare e archiviare le ormai innumerevoli lingue parlate a New York, testimonianza di una vecchia Babele e di una nuova germinazione barbarica, segno di una realtà multiforme, prodotto di strascichi storici e nuovi insediamenti. Insieme decidono di continuare a documentare la realtà mediante le tracce sonore e di intraprendere il classico viaggio verso ovest che è la spina dorsale che unisce gli Stati in un’America. Partono da New York, e costeggiano un vecchio confine ormai quasi immaginario, quello tra un Midwest placido e piatto, e gli stati del Sud, Georgia, Tenneessee, Arkansas, Oklahoma, Texas fino all’Arizona e al confine reale tra Stati Uniti d’America e Messico, tra due culture separate, che è anche il confine tra tempi storici, il presente americano e il passato nativo-americano, cristallizzatosi in un’eco lontana e confusa. 

Viaggiare lungo quel confine ormai cancellato significa viaggiare sugli argini della tesi della frontiera, quella stessa frontiera che Fredrick Jackson Turner aveva interpretato in chiave evoluzionistica arrivando a affermare che “Gli Stati Uniti sono come un’enorme pagina aperta nella storia della società. Quando leggiamo, una riga dopo l’altra, questa pagina continentale da Ovest a Est, troviamo la testimonianza di una grande evoluzione sociale” (Il significato della frontiera nella storia americana, 1893). Quell’ingenua interpretazione evoluzionista, che vedeva nell’espansione territoriale il germe di un nuovo e ottimistico universalismo in quella che Frank Norris, per esempio, vedeva come “la fratellanza umana” era destinata al fallimento. 91eDlwxFrZLCome ha notato lo storico Greg Grandin nel suo recente saggio The End of the Myth: From the Frontier to the Border Wall in the Mind of America (Metropolitan, 2019) l’espansione a ovest è stato invece un alibi che “ha permesso agli Stati Uniti di evitare di fare i conti con i suoi stessi problemi sociali, come la disuguaglianza economica, razzismo, crimine e violenza.” Tutto ciò che era là fuori era trattato come elemento naturale, e gli indiani erano impedimenti come le montagne o i fiumi. Tutto ciò che veniva invaso dall’avanzare della frontiera veniva in un certo modo cancellato: “le popolazioni indigene che vivevano in questa terra sarebbe svanite, o come cultura, attraverso un processo di assimilazione, o come individui attraverso la morte, mentre gli Stati Uniti procedevano verso l’Oceano Pacifico,” e la frontiera è diventato “uno stato mentale, una zona culturale, un termine sociologico, un aggettivo, un nome, un mito nazionale, un’astrazione e un’ispirazione.” Il fatto che madre, padre e figliastri di Lost Children Archive non abbiano un nome nel libro, riflette la politica della rievocazione storica, dove puoi scegliere tra chi ha un nome (Billy the Kid, Wyatt Earp, Doc Holliday o in generale la cultura colonizzante) e chi invece resta solidificato in un anonimo universale: il Fuorilegge Messicano, l’Indiano, e ora l’Ispanico, l’Afro-americano e quant’altro. Realtà che non hanno voce né suoni, ma solo le frequenze di onda di un effetto doppler.

Durante il viaggio, il padre continua un suo personale progetto di ricerca sugli Apache, e in particolare modo sugli Apache Chiricahua, la tribù di Geronimo e Cochise che è stata l’ultima tribù libera a arrendersi all’uomo bianco. Racconta al figlio e alla figliastra le storie che sono riuscite a resistere all’omologazione, e che sono diventate quasi unica testimonianza di una cultura se non scomparsa ormai rimasta nascosta. La madre invece continua a ascoltare la radio per restare informata della Border Crisis e nello specifico di un caso che sta seguendo su due bambini immigrati in cerca di ricongiungersi con la madre e che rischiano di essere rispediti nell’inferno da cui cercano di fuggire.  Questa è la parte autobiografica del romanzo. Valeria Luiselli sta romanzando un viaggio coast-to-border che ha effettivamente fatto nel 2014, insieme al suo compagno di allora, Álvaro Enrique, che effettivamente stava portando avanti delle ricerche sui nativi americani, poi confluite nel suo Ahora me rindo y eso es todo. E anche la stessa Valeria Luiselli stava seguendo la Border Crisis, in qualità di traduttrice/interprete nei tribunali in cui venivano gestite le questioni sull’immigrazione. Il problema è che in quella prima bozza del romanzo c’era troppa politica e la Luiselli si era accorta di come stesse usando quel romanzo per dare sfogo alla propria rabbia. Una rabbia che avrebbe accentuato l’elemento politico, pur presente in questo romanzo, e l’avrebbe forse trasformato in un’altra pleonastica campagna anti-Trump: le tragedie legate all’immigrazione esistevano già nel 2014, in piena era Obama, e anzi, nel corso del libro è espressamente citato Clinton che da governatore in Arkansas “fu l’uomo che pose il primo mattone nel muro di divisione tra Messico e Stati Uniti, e poi ha finto che non fosse mai accaduto.” Di tutto questo è comunque rimasta traccia su Tell Me How it Ends.

08luiselli3-facebookJumboIn questo modo il viaggio sull’ascisse, da nord-est a sud-ovest, da costa a confine, e che ripropone un classico della letteratura americana, si interseca con un nuovo viaggio, quello sulle ordinate che da sud vorrebbe arrivare fino a nord. E a queste due coordinate quasi cartesiane se ne aggiungono una terza e una quarta, quasi a simulare profondità e tempo: al tradizionale romanzo on-the-road fa da contrappeso il romanzo di viaggio della tradizione ispanica e sudamericana, che è un viaggio che scende verso il basso, nel profondo, che discende negli inferi aperti da tanta letteratura classica da Omero a Virgilio fino a Dante, qui esemplificato per esempio da Pedro Páramo di Juan Rulfo. 9788493442606Il percorso da est a ovest viene documentato anche per mezzo di “archivi” fisici, sette scatole che contengono libri, mappe, cartine, quaderni, appunti, brochure, nastri che si aggiungono alle polaroid (riprodotte alla fine del libro, in un’appendice che ricorda un po’ un altro recente romanzo on-the-road: Census di Jesse Ball) che il ragazzo scatta lungo il percorso: sono foto di alberghi, motel dismessi, aerei militari, aree industriali, piccole cittadine rurali: un immaginario che rappresenta il volto dell’America fotografato sulla prima frontiera. Insieme a questa documentazione visiva, lungo il percorso si entra nella coscienza e nell’inconscio del folclore statunitense mediante una vera e propria colonna sonora che spazia da Dylan, Johnny Cash e Elvis Presley a Laurie Anderson, David Bowie e Kendrick Lamar. Il percorso che invece da sud, da terre inospitali e invivibili che ricordano un po’ l’Hic Sunt Leones delle mappe antiche, portano i nuovi aspiranti americani negli Stati Uniti è invece raccontato in uno dei libri raccolti nelle scatole, Elegies for Lost Children, l’unico fittizio, attribuito a una misteriosa autrice italiana di nome Ella Camposanto (forse un tributo a Campo Santo di Sebald), e che in realtà è una collezione di citazioni da altri libri, da Rilke, Conrad, Pound, Eliot e altri tutti citati in appendice. Soprattutto la prima elegia è un’allusione a “Canto I” di Ezra Pound, che a sua volta è un’allusione all’XI libro dell’Odissea di Omero, il libro in cui viene descritta, per l’appunto, la discesa negli inferi.

Sospeso tra romanzo on-the-road, memoir, documentario, saggio e in parte anche metanarrativa Lost Children Archive riguarda l’estensione della narrativa nell’era della saggistica e dell’autofiction. Se la metanarrativa di John Barth trasformava la forma di una storia nella storia stessa (qualcuno direbbe il mezzo in messaggio), Valeria Luiselli ribalta l’equazione e trasforma il documento, la storia, nel modo in cui viene raccontata. Se da una parte tutti gli audiolibri che i due figli ascoltano in viaggio (soprattutto La strada e Il signore delle mosche), sono “storie inventate che servono solo per far scomparire il tempo o almeno farlo passare più dolcemente,” d’altra parte è anche vero che la narrativa acquista un valore aggiunto quando “affonda le sue radici nella verità.” Se la saggistica riesce a descrivere e spiegare, la narrativa riesce a mostrare ostensivamente, indicare quello che non si può dire. Ritorna qui la distinzione tra documentarian e documentarist che Valeria Luiselli costruisce lungo il libro: uno ha il compito di raccogliere, archiviare e catalogare, l’altro di usare il catalogato per raccontare qualcosa. Uno raccoglie fatti, l’altro edifica impalcature discorsive che possono tramandare il senso del nostro mondo verso i mondi che verranno sovrascritti sul nostro. Archiviare significa catalogare gli elementi di un caos. Raccontare quell’archivio significa trasformare quel caos in un cosmo.

Il percorso di Lost Children Archive, da New York al confine tra Arizona e Messico.

Una playlist che contiene tutti i pezzi citati su Lost Children Archive più alcuni altri.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Blog su WordPress.com.

Su ↑

Crea il tuo sito web con WordPress.com
Crea il tuo sito
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: