🇳🇴 Norvegiarum: “T. Singer” e “Armand V.” di Dag Solstad.

ArmandSingerNegli ultimi anni si sono riaccesi i riflettori sulla narrativa norvegese, soprattutto grazie all’opera monumentale di Karl Ove Knausgård, ben difficile da ignorare. Ma lo scrittore che è alla base di molta letteratura norvegese, come ispiratore e come suo più eccelso autore in attività, è senz’altro Dag Solstad, più volte citato da Knausgård stesso su La mia lotta dove, tra le altre cose, si dice anche che il suo linguaggio “brilla grazie a una vecchia e rinnovata eleganza e irradia questo suo splendore del tutto unico, inimitabile e pieno di vitalità,” e non è un caso se in norvegese l’aggettivo “solstadiano” viene usato per indicare un modo di scrivere con frasi lunghe e molte subordinate. Dag Solstad è un autore più che prolifico, diciotto romanzi e un totale di trenta libri, contando novelle e saggi. Ha cavalcato generi e stili, destreggiandosi tra realismo, sperimentalismo, tradizione e innovazione, arrivando anche a pubblicare cinque libri sul calcio, con precisa scadenza ogni quattro anni, dopo ogni mondiale dal 1982 al 1998.

Tra i titoli dei suoi romanzi possono essere trovate delle assonanze quasi tematiche, non solo nella trilogia Svik. Førkrigsår, Krig. 1940 e Brød og våpen, trilogia di guerra che illustra il conflitto tra socialdemocrazia e comunismo nella classe operaia norvegese, prima durante e dopo la guerra, e che è anche il cuore della fase comunista di Dag Solstad (fase che lo stesso Solstad definirà “il mio periodo utopico”) iniziata con 25 Septemberplassen, romanzo che segue la storia norvegese dalla liberazione al referendum sulla CEE del 1972. 

Altri romanzi sembrano proporre una riflessione sulla serialità, fin dal titolo: Roman 1987, 16.07.41, 17. Roman, Ellevte roman, bok atten (trad. it. Romanzo diciotto, libro undici). Altri suggeriscono un contenuto quasi da saggio accademico su un conflitto (il già citato Brød og våpen e Genanse og verdighet) e non è difficile vedere delle assonanze nei titoli dei romanzi Gymnaslærer Pedersens beretning om den store politiske vekkelsen som har hjemsøkt vårt land (che possiamo tradurre pressappoco come Il racconto del professore di liceo Pedersen sulla grande rinascita politica che ha perseguitato il nostro paese),  Professor Andersens natt (trad. it. La notte del Professor Andersen) e Det uoppløselige episke element i Telemark i perioden 1591–1896 (più o meno, L’insolubile elemento epico di Telemark nel periodo 1591-1896), forse la cosa più sperimentale e difficile di Dag Solstad, costruito su biografie dei membri della sua famiglia nel corso di tre secoli. È anche il romanzo che ha stregato Lydia Davis.

Non ultimi T. Singer del 1999 e Armand V.  del 2006, due romanzi che sin dal titolo sembrano aver a che fare con il tema dell’identità, della coscienza e della creazione del personaggio letterario in un contesto metanarrativo. Si nota subito il carattere speculare dei due titoli: uno formato dall’iniziale di un nome più il cognome intero, l’altro da un nome più l’iniziale del cognome.

Armand V racconta la storia, per l’appunto, di Armand, in un certo senso alter-ego dello stesso Dag Solstad e che di Dag Solstad rispecchia alcuni dati biografici, seppur ben camuffati all’interno della storia di un anonimo diplomatico norvegese di stanza. Londra durante la guerra in Afghanistan e che si trova a assistere all’ascesa e declino della sua stessa patria, divenuta sempre più marginale e schiacciata dall’ingerenza di un suprematismo occidentale, ben rappresentata in un episodio surreale dove Armand incrocia l’ambasciatore americano nel bagno durante una serata di gala e lo vede con una testa di maiale. La cosa che rende particolare Armand V è che tutto viene raccontato sotto forma di note a piè di pagina di un romanzo inesistente, in un esperimento mentale non poi tanto lontano da quello di The Pale Fire di Nabokov, un esperimento mentale che lo stesso Solstad, in una frattura della quarta parete afferma che in un certo senso consiste di “note a piè di pagina a Fondamento degli incurabili di Brodsky o a Morte a Venezia di Thomas Mann, una strana coppia, tra problemi del terzo mondo e un progetto letterario ambizioso che totalmente separato dal primo.” In realtà su Armand V se si fa attenzione Dag Solstad riesce a discutere i suoi precedenti romanzi, mostrando la loro genesi e ponendo una domanda aperta, ossia se sia l’autore a scrivere il romanzo o se il romanzo è sempre stato lì da qualche parte, e l’autore deve solo saper scavare per dissotterrare quel contenuto: “il romanzo è qualcosa che è già stato scritto, e l’autore è soltanto colui che lo trova, e lo dissotterra faticosamente?… Ma chi è ha scritto il romanzo originario, se io sono solo colui che lo ha scoperto e estratto?” Sembra una domanda oziosa, ma riguarda la libertà creatrice dell’autore, che in un certo senso non inventa niente liberamente, ma si limita a riportare alla luce qualcosa in pre-esistente. 

Dag Solstad si era già tramutato in personaggio narrativo, su 16.04.41 ma in modo più esplicito. Qui su Armand V Solstad non nasconde la sua mano, ma dichiara comunque di essere presente solo come autore del romanzo che si sta leggendo. Anzi, nemmeno del romanzo, ma delle note a piè di pagina di un altro romanzo, che ha un altro protagonista, e dove Armand, protagonista della storia raccontata nelle note, è solo una comparsa nemmeno troppo importante. Lo scopo è quello di mostrare la libertà totale di uno scrittore, che può inventare, disfare, rifare, scrivere un romanzo sotto forma di note, inventarsi un personaggio principale che è protagonista nelle note ma quasi totalmente invisibile nel corpo del romanzo di cui le note sono un commento, e lo fa mostrando, per contrappasso, quanto un ambasciatore norvegese sia poco libero, costretto dagli eventi, dalla storia, dalla responsabilità. Nel corso del libro per una buona porzione Armand quasi scompare, quando si racconta della sua formazione universitaria e di come la vita accademica era bipartita tra una conventicola di umanisti, intellettuali à la page, e una più introversa fazione scientifica, che in altri contesti verrebbe definita nerd. Quella contrapposizione serve a Solstad per mostrare come la realtà sia frutto della comprensione scientifica e non della libera invenzione interpretativa delle arti, così  Jan Brosten, un fisico amico di Armand, “Quando parlava di ‘realtà’ … poteva essere critico o scettico ma mai ‘libero’ nei suoi pensieri anche se, da buon norvegese, sceglieva sempre la libertà come punto d’avvio ogni volta che giudicava un fenomeno.”  La stessa necessità si ha una volta che si cerca di fissare la propria identità caratteriale e esistenziale: “quando decidi di diventare qualcosa, diventi quella cosa per sempre, e non c’è modo di tornare indietro, nessuna possibilità di cambiare idea, almeno non in senso pratico.”

In tutto il libro c’è una tensione netta tra essere e apparire, finzionale e fattuale, Aristotele direbbe tra potenza e atto e tra necessario e contingente, tra ciò che è reale e non può smettere di esserlo e ciò che è solo caratteristica accidentale: “queste distinzioni tra finzionale e fattuale… [tra] pensabile e impensabile, tra paradosso e status sociale, tra chi è Armand e chi gli sarebbe possibile essere” rappresentano l’argine tra libertà e necessità. Lo stesso Armand V, il libro intero, è spesse volte presentato come qualcosa di accidentale, e lo stesso Solstad scrive che lo sta scrivendo in un tempo supplementare: “il mio corpus letterario è terminato con T. Singer, scritto e pubblicato nel 1999. Tutto ciò che viene dopo è un’eccezione, che non si ripeterà mai. Incluso questo libro.” Stessa cosa che Solstad ha poi ripetuto in varie interviste. 

È però difficile resistere alla tentazione di vedere Armand V come un corollario dello stesso T. Singer. Come detto Armand V è anche un romanzo sulla distinzione tra necessità e contingenza, tra come siamo e siamo visti in quanto persone con un’identità fissata e caratteristiche accidentali. Su T. Singer a un certo punto si legge “Il mio linguaggio termina dove terminano le meditazioni di Singer.” Frase che per certi versi ricorda la proposizione wittgensteiniana “I limiti del mio mondo sono i limiti del mio linguaggio.” I limiti di Dag Solstad scrittore, sono i limiti dei pensieri T. Singer, personaggio.  

T. Singer è una lunga meditazione sulla vergogna e l’imbarazzo di essere visti, e il protagonista viene fin da subito presentato come un essere timido, ai limiti della scopofobia. Da giovane aveva l’ardente desiderio di diventare scrittore affermato, ma non era mai riuscito a andare oltre la scrittura e riscrittura di una sola frase, di volta in volta perfezionata, bloccato anche dalla paura di mettersi in gioco. La sua vita si è quindi ricalibrata attorno a una precisa esigenza: quella di scomparire, di diventare il più possibile irrilevante e invisibile. Singer decide di diventare bibliotecario nella piccola cittadina di Notodden, nella regione Telemark, dove trova un suo equilibrio nella ripetizione di abitudini semplici. Ma qui si mette di mezzo la vita: sposa Merete Sæthre, un’artista con una figlia a carico, e inizia una nuova vita che prende una brusca piega quando Merete muore e Singer decide di fare da patrigno per la figliastra Isabella.

Seguiamo Singer dai suoi vent’anni fino alla soglia dei sessanta, e lo vediamo costruirsi un carattere in modo tutt’altro che libero, Singer non ha mai “neanche per un istante, nutrito la convinzione che la sua vita potesse essere in qualche modo diversa,” e dopo che si è messa in mezzo la vita e lo ha forzato a fare certe cose e lo ha obbligato a non farne altre, arrivato alla soglia della mezza età con una figliastra a carico si sente “gettato nello spazio, come un satellite spedito lassù, come in una capsula alla deriva.” Se su Armand V assistiamo a una dialettica tra necessità e libertà, su T. Singer tutto avviene per necessità e ragione, e Singer accoglie l’amara certezza che “se la sua vita quotidiana non fosse scandita da momenti solenni e da cerimonie costantemente ripetute, per quanto semplici, sarebbe difficile accettarla e sopportarla, almeno per un uomo così segnato da irreparabile solitudine quale lui era.”

 

  • T. Singer – (1999) trad. eng. Tiina Nunnally (New Directions – 2018)
  • Armand V. Fotnoter til en uutgravd roman (2006), trad. eng Stephen T. Murray, Armand V. Footnotes from an unexcavated novel  (New Directions – 2018)

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