“Memories of the Future” di Siri Hustvedt.

siri2019
Siri Hustvdt, Memories of the Future (Simon & Schuster, 2019) — Ricordi del futuro, trad. it. Laura Noulian (Einaudi, 2019)

Pare che una volta Burroughs abbia detto che un romanzo sia soltanto un’autobiografia con i nomi cambiati. Il terzo libro di Edmund White, A Boy’s Own Story, era di fatto un’autobiografia, ma lo stesso Edmund White ha raccontato che gli fu chiesto di trasformarla in romanzo, perché all’epoca non tutti potevano permettersi il lusso oggi diffuso di scrivere memoir e autobiografie.  Nell’epoca di memoir e auto-fiction, genere ridefinito negli Stati Uniti da una recente tendenza a mescolare biografia e narrativa medica, c’è già chi ne discute confini e modalità: Joshua Cohen, autore di un romanzo sperimentale che cortocircuita i canoni dell’auto-fiction con i mezzi della narrativa in un recente intervento ha definito l’auto fiction come “cose vere che sembrano finte,” e la narrativa, in contrapposizione “cose finte che sembrano vere.” 

Quest’anno Siri Hustvedt esce con un romanzo dal sapore spiccatamente autobiografico, seguendo un po’ l’esempio di 4321 del marito Paul Auster. Memories of the Future racconta di come una scrittrice sessantunenne le cui iniziali sono SH ritrovi un vecchio quaderno dove aveva scritto in forma diaristica alcune cose avvenute nell’anno accademico 1978/79, quando dal Minnesota, suo stato natio, si era trasferita a New York per iniziare un dottorato alla Columbia. Nello stesso quaderno ci sono le bozze di un primo romanzo, una specie di giallo investigativo sul modello di Sherlock Holmes che di Sherlock Holmes e del suo metodo scientifico avrebbe dovuto essere proprio una parodia, mostrando come nonostante “il suo ragionamento sia perfetto, il nostro eroe verrà traviato dalle deduzioni.” I protagonisti, Ian Feathers (IF) alter-ego di Sherlock Holmes, e Isadora Simon (IS), alter-ego di Watson, avrebbero dovuto in quel romanzo servire anche da chiavi per mostrare l’inconveniente di contrapporre un emisfero sinistro (il “cerebrum su due gambe” di Sherlock Holmes) e un emisfero destro emotivo (il bilanciamento di Isadora Simon come novella Watson). 

Accanto ai frammento diaristici e alle tracce di questo romanzo mai finito e mai pubblicato, sul quaderno ci sono alcune trascrizioni di frammenti di monologhi e dialoghi origliati dall’appartamento accanto al suo, dove vive una donna bizzarra e ai limiti dell’isteria, Lucy Brite.

La SH del 2016 cerca di ricordare e ricostruire gli eventi del 1978—le sue relazioni amicali e affettive, il mondo che frequenta, diviso tra umanisti e scienziati, l’amica confidente Whitney Tilt, l Fanny Cumberland, il fisico Jacob Ackermann, e tutto un minimondo perduto nel tempo e nascosto in ricordi sbiaditi, compreso un caso di quasi strupro— e mette in evidenza come la memoria sia non solo una facoltà passiva, ma un’attiva ricostruzione e ricreatrice. Mette in discussione il concetto di identità, facendosi aiutare anche dalla fisica e di come dopo Einstein e l’idea di un tempo che si curva come uno spazio, non ci sia più tanta differenza tra (appunto) spazio e tempo. Le due SH, la studentessa ventitreenne del 1978 soprannominata Minnesota e la donna di sessantun anni, sono due persone diverse, che in un esperimento mentale potrebbero pure arrivare a coesistere in un bizzarro mondo del possibile. A essere chiamato in causa è l’eternismo, che considera passato e futuro come co-necessari, come ha sembrato suggerire anche Einstein quando affermò che “la distinzione fra passato, presente e futuro è solo una ostinata persistente illusione” e in particolare la teoria dell’Universo-blocco di Minkowski, spazio pseudoeuclideo dove l’intera storia dell’universo è un unico blocco ugualmente reale, dove ogni passaggio da un tempo a un altro è solo un salto illusorio. Così nel libro, che racconta come quelle due SH convivono in qualche modo nel ricordo, “la io giovane e la io anziana vivono fianco a fianco nelle precarie verità della memoria.” 

Il problema per la SH sessantunenne del 2016 è quello di capire quanto ricorda del suo passato e quanto ha invece riscritto più o meno liberamente, quanto è necessariamente vero e quanto è ricostruito a posteriori in modo accidentale e precario per tenere insieme i brandelli di ricordo (e di verità) che sono affiorati. Rileggendo la bozza del romanzo sherlockiano in un certo senso, a distanza di quasi quarant’anni, lo riscrive, come riscrive, reinterpretandole, le pagine del diario e le trascrizioni dei frammenti di dialoghi e monologhi origliati dall’appartamento accanto. È la stessa frapposizione che si ha tra il metodo logico deduttivo e emotivamente distaccato di Sherlock Holmes (non è un caso che anche le sue iniziali siano SH, e non è un caso nemmeno la sua presenza nel libro) e una visione più emotiva e compartecipe. Allo stesso modo quando SH deve ricostruire e ordinare i suoi ricordi si accorge che non può fare interamente affidamento sul potere assiomatico della logica, che alla fine è un atto creativo che inventa una vera e propria narrativa, un’impalcatura fittizia, per risistemare e giustapporre ipotesi, fatti e eventi, ma crea una Introspective Detective, capace di connettersi con la parte emotiva più nascosta di SH (che fa notare come le iniziali della Introspective Detective siano, freudianamente, ID).  

Il problema del libro è che se a monte riesce a impostare bene il problema, con una ricchezza di riferimenti che chiamano in causa anche la fisica, a valle si perde in un labirinto di confusione e incertezza, mostrando le solite debolezze che hanno anche i libri del marito Paul Auster, dove spesso il rigore e la chiarezza iniziali vengono viziati e rovinati da distorsioni approssimative. Viene riproposta, tra le righe, un’ontologia relazionale, dove il mondo non è fatto di cose, ma di eventi di cui il tempo è solo un contenitore: “il tempo non è un posto. E, se il passato non esiste se non nelle macchinazioni della fisica teorica e della fantascienza, cosa ci resta? Devo credere che quello che resta è solo un insieme di immagini mentali fluttuanti nelle teste delle persone che svaniranno con loro dopo la morte, e dei dati storici, tomi su tomi di parole e numeri?” si chiede SH. Con questo si perde il senso di identità personale, e le due SH, quella del 1978 e quella del 2016 diventano due eventi temporali, due sedimenti fittizi, “solo un mucchio di piccole storie incollate insieme in qualche modo confuso che usiamo per consolarci.” In questo modo si mette in luce la difficoltà nascosta nei memoir: la memoria, la facoltà di ricordare che in un certo senso ricostruisce, e quindi inventa il passato, anche alla luce della cultura che si ha al presente. Ritorna la frase di Burroughs che disse che un’autobiografia è solo un romanzo con i nomi cambiati, ma viene rovesciata: ogni autobiografia è un romanzo con nomi reali, una storia inventata e per questo inaffidabile come un romanzo. 

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