Book Log 01/2019

In uscita

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Mentre di Leslie Jamison si conosce già titolo e presunta data di pubblicazione della prossima raccolta di saggi, a fine gennaio è uscita la traduzione italiana di The Recovering per Mondadori col titolo Rinascere (traduzione di Laura Serra). Ormai tutti i memoir vengono accompagnati dalla solita nota a margine “non il solito memoir,” nel caso di Rinascere quello slogan è però vero. È vero soprattutto perché non è solo un memoir: è un testo che si apre a analisi dei meccanismi che generano dipendenze nella natura umana e è un vero e proprio saggio letterario su come in letteratura si sono trattate dipendenze e altre debolezze simili, nato in parte dalla tesi di dottorato che Leslie Jamison ha discusso a Yale qualche anno addietro.  The Recovering modificando in parte la frase di Joan Didion (“We tell ourselves stories in order to live”), mostra anche come in generale  la letteratura sia un insieme di storie che leggiamo per costruire del significato a partire dall’esperienza quotidiana.

In uscita il 12 febbraio per Frassinelli uno degli esordi più interessanti dell’anno scorso: There There di Tommy Orange. Negli Stati Uniti ha avuto forse un’hype forse eccessiva. Si tratta del primo frutto maturo, insieme a Heart Berries di Therese Mailhot, dell’Indian Institute of American Indian Arts di Santa Fe, istituto dove insegna anche Sherman Alexie. There There, che qua avrà per titolo Non qui non altrove (traduzione di Stefano Bortolussi) riprende il titolo da una frase di Gertrude Stein, e da una canzone dei Radiohead (entrambi citati nel libro), e è un romanzo corale: dodici personaggi, ognuno protagonista dei suoi capitoli, tutti insieme costruiscono un mosaico che ricorda una versione aggiornata di Love Medicine di Louise Erdrich (anche lei citata nel libro): qui è interessante vedere come l’identità nativo-americana debba essere ricostruita a partire anche da una storia ormai lontana ma sedimentatasi in un presente perenne nei nuovi canali di conservazione delle informazioni.

Per NNE in uscita invece Goodbye, Vitamin! (Holt, 2017) di Rachel Khong, ossia una delle esponenti della nuova narrativa “asiamericana,” ovvero di autrici e autori di origine asiatica che vivono e scrivono negli Stati Uniti, per fare un po’ di name-dropping: Celeste Ng,  Ling Ma, R. O. Kwon, Yiyun Li, Weike Wang, Lisa Ko. Goodbye, Vitamin! è un libro scritto in forma di diario e documenta il modo in cui la giovane Ruth si trova a dover far da balia al padre malato di Alzheimer. Ruth si accorge lentamente che  le nostre vite per gli altri non sono che una somma di ricordi: suo padre vive nei ricordi che lei ha ancora di lui e lei sta morendo in ciò che il padre sta lentamente e inesorabilmente scordando. Il risultato è un quadretto delicato e perfettamente calibrato, sospeso tra un’ironia acre e malinconica e la dolce tristezza di chi realizza che alla fine siamo solo quello che ricordiamo.

Altro libro accompagnato da una grandissima hype è You Know You Want This di Kristen Roupenian, quella di “Cat Person,” anche se in questo caso l’hype è nata dal basso, in sordina, da un processo di moltiplicazione di link e rimandi nelle bolle social di mezzo mondo. Il libro contiene dodici racconti, alcuni dei quali già pubblicati su riviste in anni recenti e tutti più o meno legati agli stessi temi di “Cat Person”: rapporti di potere nelle relazioni interpersonali. Tra alti e bassi i dodici racconti reggono il peso delle aspettative, anche se hanno in realtà poco da aggiungere a quanto fatto sugli stessi temi da Mary Gaitskill. Da notare “The Good Guy,” una vera e propria novella, posta strategicamente in mezzo al libro insieme a “Cat Person” che di “Cat Person” è una sorta di versione complementare allungata. Il racconto migliore della raccolta, che da solo vale quasi tutto il libro.

Infine per il Saggiatore esce un altro libro circondato da una buona dose di hype: Freshwater di Akwaeke Emezi, da noi Acquadolce (traduzione di Benedetta Dazzi). La Emezi è una visual-artist nigeriana al suo debutto narrativo. Freshwater documenta in un certo senso la storia biologica della sua autrice gender queer (si è sottoposta a interventi chirurgica di riduzione del seno e rimozione degli organi sessuali femminili). La protagonista del libro è Ada, o l’Ada o altre volte “lei,” una giovane studentessa nigeriana negli Stati Uniti con una tendenza all’autodistruzione. A Ada (o “l’Ada” o “lei”) fanno da controcanto le voci di un “Noi” costituito da una serie di presunti spiriti che si impossessano e la occupano, come l’iyi-uwa, uno spirito igbo che acceca le anime dei bambini morti per farli rinascere dalla stessa madre che li ha partoriti, e Asughara, un’altra entità ospite che guida la libido sessuale dell’Ada. Freshwater fa collidere l’immaginario spirituale occidentale (cristiano) e l’immaginario spirtuale africano (igbo), sfuma i confini tra fantasy e autobiografia che è trasfigurata nella storia di auto-creazione sessuale di Ada.

In lettura

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The Dreamers (Random House, 2019) di Karen Thompson Walker è un romanzo distopico catastrofista sulla scia dei recenti The Flame AlphabetSeverance e conferma lo stato di salute del genere distopico/apocalittico nella recente narrativa americana. Qui tutto inizia a Santa Lora, una piccola cittadina californiana, dove gli studenti del college locale contraggono una strana malattia che li lascia addormentati fino alla morte per disidratazione. Lentamente quest’epidemia sembra estendersi anche al di fuori del college. L’epidemia innesca una ricerca delle cause insieme alle solite paranoie complottiste, ma soprattutto sembra focalizzarsi sul bisogno di ricreare un’etica del mutuo soccorso, tra utilitarismo, deontologia e numerosi riferimenti al dilemma del carrello ferroviario. Un finale un po’ moscio e una testarda insistenza sul tema del sogno, peraltro mai approfondito a dovere, non bastano a rovinare un ottimo esempio di romanzo catastrofista.

Dopo l’esordio Heartbreaker (FSG, 2016) che raccoglieva una manciata di racconti tenuti insieme da un argomento comune (il rapporto tra Natura e natura umana e i loro soprusi reciproci), Maryse Meijer conferma il suo talento con una nuova breve raccolta di racconti, Rag (FSG, 2019), in uscita a febbraio per FSG Originals (più diffusamente qui) che per certi versi amplia e completa quella prima raccolta giustapponendole una manciata di racconti che ruotano attorno alle dissonanze tra natura umana e natura animale. A completare la raccolta, altri racconti che toccano la narrativa di genere, dal noir, all’horror, e che testimoniano l’abilità di una nuova brillante autrice di racconti.

Idra Novey è la traduttrice americana di Clarice Lispector oltre che poetessa. Those Who Knew (Viking , 2018) è il suo secondo romanzo, dopo il fortunato esordio Ways to Disappear (da noi La donna che sparì con un libro, Garzanti). Questo nuovo romanzo inizia in un’anonima isola presumibilmente sudamericana, governata da una dittatura eletta dal popolo e “minacciata” da un tentativo di golpe vagamente “democratico.” Qui la protagonista, Lena, crede di trovare nella sua borsa la maglietta di una giovane donna morta in un incidente, ma in realtà coinvolta in  qualche intrigo politico con un giovane senatore, ex compagno di Lena e aspirante alla presidenza. Idra Novey entra così nelle dinamiche cospirative, nelle logiche del complotto, di chi i complotti li pensa, e di chi li vede attuarsi.  Nella seconda parte si sposta negli Stati Uniti, a New York, sebbene non si nomini mai né New York né gli Stati Uniti, dove  prende forma un confronto tra il modo in cui dall’occidente maturo vediamo i paesi alla periferia dell’impero, e come da quella periferia per certi versi arretrata, vedono l’opulenta democrazia occidentale in tutto il suo declino imminente.

David Bowman, amico fraterno di Jonathan Lethem che firma l’introduzione di questo ambizioso anche se forse un po’ caotico Big Bang (Little, Brown, 2019). Si tratta di un libro postumo, Bowman è morto a 55  anni nel 2012 di emorragia cerebrale, con soli due romanzi pubblicati (Let the Dog Drive del 1992 e Bunny Modern del 1998) e una biografia sui Talking Heads. Big Bang si muove negli anni che hanno portato all’omicidio di Kennedy, dai primi anni ’50 fino al primo biennio dei ’60, ma siamo molto lontani dal romanzo storico come “fuga filosofica sull’instabilità delle teorie cospirative” rappresentata da Libra di Don DeLillo. Qui siamo forse più vicini al romanzo polifonico, sbilenco e picaresco nello stile di The Public Burning  di Robert Coover, inizia con tre personaggi Carl Djerassi, Howard Hunt e William Burroughs, espatriati in Messico, ci si sposta negli anni ’50 tra Watergate, Mayo Clinic, Detroit, Ambasciate Americane, California, Memphis e una miriade di altri personaggi reali usati in forma creativa tra i quali per esempio Jimi Hendrix, Norman Mailer, Richard Nixon e lo stesso Don DeLillo.

 

 

 

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