“Heart-breaker” di Claudia Deyi

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Claudia Dey 
Heart-breaker 
(Random House – 2018)

Sono sempre più numerosi gli esempi di libri che mostrano assonanze con immaginari ripresi dalle serialità televisive o comunque dal mondo audiovisivo o videoludico: i libri di Panowich ricordano molto i film dei Coen, Country Dark di Offutt si legge come un episodio di Justified, Severance di Ling Ma ha chiare assonanze con The Walking Dead e con The Mars Room sono inevitabili confronti con Orange is the New Black. e ora ecco che questo Heart-breaker di Claudia Dey ricorda da vicino alcune atmosfere già viste in televisione, un po’ Lost, per l’idea di un luogo semi-misterioso da scoprire e costruire passo passo, e un po’ Stranger Things per certe atmosfere horror in seno a una comunità. Ma nel caso di Heart-breaker gli elementi televisivi sono pure suggestioni, elementi marginali. In realtà le tre parti che compongono il libro assomigliano più a tre monologhi teatrali, a metà tra un Beckett pop e le atmosfere di film come Dogville.

Siamo (letteralmente incastrati) nel 1985, e questo per certi versi fa di Heart-breaker una specie di period-novel, per come alcuni elementi degli anni ’80 vengono usati per costruire un mondo al tempo stesso reale e surreale, soprattutto la musica: Whitesnake, Van Halen (soprattutto l’album 1984), Air Supply, Nazareth, Prince, Billy Joel, “Video Killed the Radio Store,” sono la colonna sonora di un mondo tanto oscuro quanto definito. Se il quando è la metà degli anni Ottanta, il dove è: un imprecisato Territorio in mezzo al nord, a nord del nord, circondato dal nord a tutte le altre latitudini. Duemila miglia quadrate di foresta per 391 abitanti, divisi in blocchi abitativi costruiti su bungalow, 88 in tutto. Una specie di comune hippie governata da leggi bizzarre, dove le donne hanno particolari regole di abbigliamento, gli uomini hanno tutti o quasi i capelli rasati, non si danno nomi ai cani, non si tengono al guinzaglio, a ognuno viene assegnato un soprannome, tipo One Hundreth, Supernatural, Traps, Fur Thumb, Sexeteria, Hot Dollar, Neon Dean, e dove si pratica una strana forma di commercio con il sangue di adolescenti. Questo Territorio prende forma lentamente e a macchie di leopardo nelle tre sezioni: “Girl,” raccontata in prima persona da Pony Darlene Fontaine, un’adolescente nata nel Territorio e che quindi non ha esperienza del mondo esterno, “Dog,” ossia il cane di Pony Darlene Fontaine, che vede il mondo degli umani con occhi non-umani (e sì: una parte è raccontata da un cane, seguendo tutta quella nuova linfa narrativa che seguendo Danielewski cerca di dare voce a chi non ha voce), e “Boy,” ossia  Supernatural, un altro ragazzo poco più che adolescente. 

Le tre sezioni nascono da un antefatto comune che le innesca: la scomparsa di Billy Jean Fontaine a bordo di un furgoncino, scomparsa improvvisamente dal Territorio così come improvvisamente ci era arrivata diciassette anni prima a bordo di una Mercedes presumibilmente rubata. Qui sposa Jay Jr. Fontaine, soprannominato The Heavy, omone taciturno e buono che nasconde un passato infelice, e con lui ha una figlia, Pony Darlene Fontaine, voce narrante della prima sezione. Con Darlene si costruiscono i primi mattoncini per capire cosa sia questo Territorio, come ci si viva dentro, come sia sorto, che tipo di relazioni ci sono al suo interno. Il suo è un punto di vista ristretto, di chi è nata al di fuori del mondo reale e non conosce che il sottomondo del Territorio. 

Il Territorio come casa artificiale, come provincia artificiale costruita per sfuggire da quella reale è raccontato da Gena Rowland, la cagnetta dei Fontaine, che nonostante le regole che vieta i nomi dei cani, ha un nome. Il cane vede la natura umana fuori dall’umanità, e si chiede come mai cerchino di costruire una realtà artificiale quando ne hanno una vera e trova “buffo che i fondatori del Territorio abbiano abbandonato una provincia solo per ricrearne una qui,” e come mai si riducano a vivere in cattività forzata, a chiedersi “come stai? Stai bene?” quando l’unica cosa giusta da chiedersi è “How Bad are you? How bad can a person be?”: “quanto può stare male una persona,” ma anche “quanto cattiva può essere una persona?” È con il racconto della cagnetta che scopriamo come il primo fondatore, John the Leader, abbia costituito il Territorio.

La terza parte torna in bocca a un umano, Supernatural, che ha il compito di legare le altre due, dare riferimenti temporali, rivelare alcune cose rimaste in ombra e, anche se nella costruzione del romanzo c’è qualcosa di stridente e nonostante poi un finale degno dei finali più mosci e deludenti di Stephen King, la terza parte riesce a incollare con apprezzabile disinvoltura tutti i pezzi al posto giusto.

Le tre parti, ognuna costruita come un monologo teatrale riadattato in una forma romanzo, con il protagonista e voce narrante unico punto illuminato in un contesto buio, costruiscono una fenomenologia del rapporto interpersonale: nella prima parte è la figlia Darlene che racconta la scomparsa della madre, nella seconda parte il cane racconta la scomparsa della padrona, nel terzo Supernatural racconta la scomparsa dell’amante. 

I tre relatori raccontano non solo il Territorio da tre punti di vista diversi, contribuendo ognuno a modo suo, ognuno con quel che ha, alla comprensione di quella realtà inerte che si ostina a esistere anche al di là delle percezioni soggettive. Quei tre relatori raccontano anche una persona, la scomparsa Billy Jean, attraverso la diversa modalità di legame umano (o animale nel caso del cane) che li lega a lei. In questo modo Claudia Dey ha scomposto il senso di comunità e di civiltà nei suoi elementi atomici, il rapporto a due in tre diverse accezioni, che moltiplicandosi per ciascuno dei 391 abitanti del Territorio costruiscono una piccola simulazione del vivere comunitario che è alla base della civiltà.

Con una prosa secca, ritmata, ricca di riferimenti alti (Beckett, Tenneesse Williams, Frank Stanford, Anne Sexton) e popolari, (Prince, Joan Baez) Claudia Dey costruisce uno spaccato di mondo simile all’inquietante cittadina di Dogville, ma capace con la sua oscurità di illuminare gli anfratti più nascosti della natura umana, in perenne ricerca di una comunione con un altro e di una casa dove accomodarsi anche nei luoghi più estremi e inospitali.

Percorsi:

  • Jesse Ball, Silence Once Begun (Pantheon, 2014). Quando iniziò il silenzio, trad. it. S. Travagli, Baldini&Castoldi, 2015
  • Lauren Groff, Arcadia (Knopf – 2012). Arcadia, trad. it. Tommaso Pincio, Codice, 2014.
  • Robert Coover, The Origin of the Brunists (Putnam, 1966)
  • Robert Coover, The Brunists Day of Wrath (Dzanc, 2014)

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