“Tears of the Trufflepig” di Fernando A. Flores.

91xriurkYFL
Fernando Flores, 
Tears of the Trufflepig
(MCD/FSG Originals, 2019)

Fernando Flores è uno dei sempre più numerosi scrittori americani “non americani.” Nato a Reynosa, Tamaulipas in Messico e cresciuto negli Stati Uniti, a Austin, Texas, Fernando Flores ha esordito nel 2014 con Death to the Bullshit Artist of South Texas (Chicago Center for Literature and Photography, 2014, ristampato da Host nel 2018), con le lodi di Sandra Cisneros. Tears of the Trufflepig conferma la sua coraggiosa vena visionaria: qui siamo in un’America distopica, dove le droghe sono diventate legali e sono sorte altre tetre forme di contrabbando e illegalità. Tears of the Trufflepig è uno splendido affresco sospeso tra noir, sci-fi con qualche venatura horror e la nuova narrativa di integrazione razziale e culturale, che racconta i nostri tempi con una freschezza e un’eccentricità immaginifica che ricorda il Lethem di Gun, with Occasional Music (ma anche e per molte ragioni quello di The Feral Detective). Al centro di tutto: una sfasatura tra realtà e rappresentazione da ricucire, tra mondo immaginato e pensato e mondo così come appare là fuori nell’esperienza quotidiana. 

Su Kant e l’ornitorinco Umberto Eco usa l’ornitorinco, “orribile animale, fatto da parti di altri animali,” per cercare di risolvere le presunte fratture tra intellectus et rei, tra mondo delle idee e realtà. L’ornitorinco, in tutta la sua implausibilità, in tutta la sua accozzaglia di attributi, sembrava una specie di Frankenstein irreale fatto da pezzetti di animali reali. Il problema è che se esiste un dato empirico doveva in qualche modo esistere anche l’idea, il prototipo teoretico e proprio Kant—confutatore dell’idealismo ma ideatore delle categorie e dello schematismo—“avrebbe saputo benissimo che l’ornitorinco, se glielo offriva l’intuizione sensibile, c’era, e quindi doveva essere pensato.”

Per Eco si trattava di riadattare una concezione corrispondentista della verità, quella di adeguatio intellectus et rei tanto cara a tanto senso comune, per il quale la verità è solo questione di corrispondenza tra ciò che è nella mente e ciò che è dato nel mondo esterno. Fernando Flores su Tears of the Trufflepig, cerca invece di affrontare il problema inverso, e cerca di mostrare come la realtà sia frutto di una rimescolanza di generi, specie, culture e di come non esistano più una razze o etnie primordiali, se non come concetti astratti di qualcosa che appartiene al passato o a un mondo che non esiste più, in un presente dove “messicani e americani vivono su due lati di un confine…come un unico e stesso popolo, entrambi pallide imitazioni delle culture di cui una volta erano parte.” Quelle culture di partenza sono diventate idee, dunque, prive di un corrispettivo reale.

Uscendo dalla filosofia e entrando nel brutale mondo reale: ogni giorno incontriamo concetti, idee, rappresentazioni di cose di cui non possiamo avere esperienza diretta, dai dinosauri a modelli antropologici di tribù indigene a animali inventati come unicorni, draghi e ippogrifi. Fernando Flores costruisce proprio sull’ornitorinco il suo Trufflepig, esplicitamente definito come “un ornitorinco tex-mex.” Lo potremmo tradurre Tartuporco, o Porcorettile seguendo lo spagnolo “el cerdo reptil” e è un animale a forma di suino, con la pelle squamata di un rettile, occhi quasi umani, becco di aquila, zampe ungulate, coda monca, incapace di muoversi ma capace di produrre una specie di muco dagli occhi, che avrebbe poteri divinatori o qualcosa di simile.

Il Trufflepig è  nella finzione del libro, un animale mitologico che fa parte della leggenda degli uomini Aranaña, popolazione primordiale che secoli addietro popolava il sudamerica, popolazione che era creduta estinta, che si era invece rifugiata da qualche parte in un’isola nell’oceano atlantico, e che in un mondo lievemente distopico, traslato di qualche anno nel futuro, sembrerebbe fare ritorno al confine tra Messico e Texas del Sud.  Ma la leggenda degli Aranaña è solo liminare, un antefatto che ritorna nel libro. Tears of the Trufflepig inizia quando ormai si è nel pieno di una carestia di cibo che avrebbe causato un collasso economico che ha svalutato il pesos messicano a un decimo del suo valore originale.

Manca il cibo ma esiste una tecnica di “filtraggio” che consente “la produzione artificiale di sostanze organiche,” che però hanno un emiciclo vitale molto ristretto. Dopo la morte di El Gordo Pacheco, mafioso che era riuscito a controllare la nuova tecnica, morto ucciso e divorato dai suoi stessi struzzi ottenuti per filtraggio, si sono creati alcuni cartelli (Sindacato Unidos, Los Pacificos, Los Mil Condes) che si contendono il monopolio di quella tecnica, unica vera fonte di ricchezza che oltre che beni alimentari, consente di ricreare anche animali estinti e forse anche animali immaginari che diventano beni di lusso a uso e sfruttamento di persone ciniche quanto ricche. Così ci sono tentativi di ricreare non solo uccelli rari, ma anche pappagalli con becchi d’avorio, e addirittura unicorni e persino i Trufflepig legati alla leggenda degli Aranaña, che secondo un qualche mito servirebbero anche come ponte tra realtà e sogno, tra questo mondo e una non meglio specificata realtà alternativa dove gli indigeni si sarebbero confinati. Questo perché oltre al contrabbandano semi-illegale di animali estinti riprodotti per filtraggio, si è creato un mercato nero parallelo in cui si vendono e si comprano OLMEC, vecchi manufatti Tex-Mex e non solo tra cui le teste miniaturizzate di indigeni. Ovviamente quelle più rare e costose sono quelle dei presunti discendenti degli Aranaña.

Questi più o meno gli antefatti. La storia di Tears of the Trufflepig inizia con Esteban Bellacosa, uomo di mezz’età rimasto solo dopo che moglie e figlia sono morte nell’arco di pochi mesi l’una dall’altra. Dopo una gioventù da corriere di droga al confine tra Messico e Texas, ha messo su famiglia e aperto una ditta di serigrafia in Texas. Con la morte di figlia e moglie si è riciclato come agente di vendita che procura macchinari di ogni tipo a chiunque gliene faccia richiesta. Incontra Paco Herbert, giornalista che indaga sul traffico di animali “filtrati” e di teste miniaturizzate di indigeni, e insieme a lui forma una bizzarra coppia che ricorda un po’ Raoul Duke e Gonzo e rimane coinvolto in un’indagine che lo sbatacchia tra cene segrete a base di animali estinti ricreati, cliniche improvvisate dove si fanno strani esperimenti e lotte tra cartelli che rapiscono tutti i migliori scienziati per avere il monopolio della nuova ricchezza.

Tutto il libro è scritto sui confini. Il confine tra Messico e Stati Uniti situato tra le sponde del Rio Grande. Confine che è poi anche il confine tra Occidente e un terzo mondo che vuole diventare Occidente, e è il confine tra passato e presente, lo stesso confine che il giornalista Paco Hebert vede tra musei (che raccontano il passato, una storia morta e ammuffita nell’inesistenza), e graffiti e arte di strada (che raccontano il presente vivo e vegeto nella quotidianità delle lotte sociali). Soprattutto: confine tra realtà e sogno, realtà e finzione, o, per tornare all’immagine dell’ornitorinco, idee e realtà. Solo che questa volta è ribaltata. Non si tratta più di ricostruire un insieme di idee per un fatto empirico. Gli Aranaña e il Tartuporco sono idee, non dati empirici. Ci serve quindi un referente reale per completare un idea. “Gli Aranaña… veneravano il Tartuporco, che non esiste. Pensalo come una specie di fenice. O un drago. Animali di cui non ci sono trace se non nella nostra mente, perché sono realtà mai accadute. Erano solo il prodotto della finzione del nostro mondo.” 

Il Trufflepig o Tartuporco, è il prodotto immaginato, pensato del nostro passato. Una specie estinta che forse un giorno esisteva, o che forse rappresenta il risultato di sovrapposizioni e addizioni di elementi di volta in volta reali. Gli “americani” non esistono, se non come  minestrone culturale che dosa in parti variabili gli elementi immigranti costitutivi—anglosassoni, scandinavi, ispanici, italiani, ebraici, nativi, africani—e allo stesso modo i nuovi immigranti sono una mescolanza di elementi tradizionali e elementi rubati da una crescente occidentalizzazione del mondo.  Il Trufflepig o Tartuporco è “una specie di specchio. Uno specchio che riflette chi siamo come popolo al di là del tempo e dello spazio. Una creatura che riflette la brutalità della realtà e la incarna nel suo essere, e lo fa semplicemente continuando a essere quello che è.” Come Madame Bovary: il Trufflepig siamo noi!

Percorsi:

  • H. G. Wells, The Isle of Dr. Moreau (1896).
  • Giorgio De Maria, Le venti giornate di Torino, Edizioni Il Formichiere, 1977; Frassinelli, 2017.
  • Jonathan Lethem, Gun, with Occasional Music (Houghton Mifflin, 1994). Concerto per archi e canguro, trad. it. Gianni Pannofino, Tropea. 2002, Bompiani, 2014.
  • Jonathan Lethem, The Feral Detective (Ecco, 2018)
  • Thomas Pynchon, Inherent Vice (Penguin, 2009). Vizio di forma, trad. it. Massimo Bocchiola, Einaudi, 2011.
  • Giorgio Specioso, Dinosauri (Baldini&Castoldi, 2015)
  • Fernando O. Flores, Death to the Bullshit Artist of South Texas (Chicago Center for Literature and Photography, 2014; Host, 2018.

Una risposta a "“Tears of the Trufflepig” di Fernando A. Flores."

Add yours

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Blog su WordPress.com.

Su ↑

Crea il tuo sito web con WordPress.com
Crea il tuo sito
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: