Riflessioni randagie su Sarah Manguso, la vita, la morte, il suicidio e l’inconveniente di avere un corpo

26d9f430-a591-45d1-bc0f-4aa3b444a1ecNel Mito di Sisifo Camus iniziava con l’osservare come vi fosse “solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta.” Sembra quasi che l’esplicito assunto iniziale di Camus diventi l’implicito trait-d’union nei tre libri che Sarah Manguso ha pubblicato tra il 2008 e il 2015. Implicito fino a un certo punto, visto che il suo secondo libro, The Guardians è dichiaratamente e fin dal titolo un’elegia per un amico suicida, Harris, e è un resoconto 1419282865903calibrato, teso e privo di sbavature sentimentali di quel semplice fatto tragico. Sarah Manguso cerca di capire perché per Harris non valesse la pena di vivere la sua vita e si accorge che non può rispondere a una domanda del genere: solo Harris sapeva cos’era la sua vita e se e quanto valesse la pena viverla, ché in generale i nostri vissuti, i nostri dolori e i nostri piaceri, le nostre cattive reazioni emotive sono solo nostri e rigidamente non trasferibili. A un certo punto Sarah Manguso osserva “I ilsaltodon’t know how the doorknob felt in my friend’s hand,” una blanda constatazione di un fatto semplice, quasi insignificante: lei non sa nemmeno che effetto aveva il pomello della porta nelle mani del suo amico, figuriamoci l’effetto che aveva la vita del suo amico sul sistema nervoso del suo amico. Noi siamo la somma dei nostri stati mentali, ma per gli altri siamo solo quello che gli altri sono per noi: un insieme di particelle delimitate da un corpo. “I can indentify Harris only with the body, not with the one who threw the body,” scrive a un certo punto e poco più avanti, in una bella descrizione di un suo soggiorno romano, nota come tutte le persone che sono passate, vissute e poi morte abbiano “left behind nothing but flesh, the flesh of their flesh, which is gone but for the flesh of its flesh, and so on.” Insomma, siamo una somma di vissuti criptata, isolata e inconoscibile agli altri, così come gli altri lo sono per noi, eppure ci dimentichiamo spesso che siamo “particelle in un processso cosmico che non ha niente a che fare con il desiderio umano o con la giustizia,” ci dimentichiamo che “il mondo è caos” e che siamo materia e che anche “nel sistema di credenza più metafisico siamo connessi ai nostri corpi, che sono materia, e che sempre morirà.” E una volta morti, il tempo lascerà soltanto la biblica polvere e la sintesi della nostra vita in un necrologio. 

2100881Se su The Guardians Sarah Manguso ha fatto i conti con la tragica incomprensibilità del suicidio altrui, sul suo primo libro, The Two Kinds of Decay (Farrar, Straus, and Giroux, 2008; trad. it. prossimamente NNE) fa i conti con un’altra e più tragica, incontrollabile e perversa forma di suicidio: quello del corpo indipendentemente dalla nostra volontà. Scritto ai tempi del suo secondo anno di college, The Two Kinds of Decay è il resoconto del lungo periodo di remissione seguito a una grave malattia neurologica: la polineuropatia demielinizzante infiammatoria, o sindrome di Guillain-Barré, una malattia autoimmune tanto tremenda da sembrare una cinica “metafora del suicidio,” in cui “il corpo si auto-distrugge dall’interno.” Viene in mente la Susan Sontag di Illness as Metaphor, solo che qui i termini della metafora sono in certo senso ribaltati: in ultima analisi non è tanto la malattia a essere metafora del suicidio (e sarebbe già una metafora estrema), ma è il suicidio che diventa metafora di una malattia autoimmune. Qui la malattia non viene romanticizzata, interpretata o usata per fini altri da quello medico. Viene vista per quello che è: un preludio a una probabile morte. Il libro è stato uno dei primi esempi in una serie di autofiction basate su una storia clinica, come i recenti So Sad Today di Melissa Broder (Grand Central Publishing, 2016 — depressione, ansia, dipendenze) e The Brand New Catastrophe di Mike Scalise (2017 — acromegalia), e come questi altri due (in particolare quello di Scalise) Sarah Manguso tenta di disegnare una teoria dell’identità basata soprattutto sulla fisicità e finisce per identificare il proprio io con la sua malattia fisica (“e non potrebbe quel decadimento avere un altro nome—per esempio, la mia vita?”). Siamo polvere di stelle: certo, siamo carbonio, azoto, ossigeno, ferro, zolfo, e enzimi lisosomiali. Per questo Sarah Manguso in quel libro si dilunga in descrizioni di denti poco curati, di trasfusioni di sangue, di sangue, fibrinogeni e piastrine, di terapie, dolore e tutto ciò che siamo fisicamente. 

Indentità degli altri, Identità propria, suicidio, corpo, vissuti. Se sui primi due libri Sarah Manguso si è chiesta cosa spinge il corpo a suicidarsi (The Two Kinds of Decay) e cosa spinge una persona a suicidarsi (The Guardians), su Ongoingness (forse il suo libro più elegante, raffinato e denso) cerca di capire cosa resta della vita dopo la morte, ossia, per tornare all’inquietante incipit di Camus, cosa rende una vita una vita degna di essere vissuta, e la risposta è tragica, tragicamente preannunciata su The Guadians: di noi resterà solo 41CNNm-70pL._SX331_BO1204203200_-1la frase nel necrologio e una brutta fotografia scattata da vivi, ché basta leggere i necrologi “per vedere un’intera vita compressa in una colonna di poche righe,” per cogliere un’intera vita con un colpo d’occhio. La nostra vita, la mia vita “esiste solo nei ricordi delle persone che ho conosciuto, sta deteriorando alla velocità del decadimento fisico,” per questo essere dimenticati significa entrare in uno spazio bianco che sembra più morto della morte. Siamo fatti di carne e di corpo, arimg.ashx_-1siamo dei ricordi nelle menti delle altre persone, ricordi che poi sbiadiranno fino a scomparire: “Le
vite finiscono, la la vita continua. La carne genera carne.” Siamo corpi in mezzo ad altri corpi, particelle in mezzo ad altre particelle. Perché “Time punishes us by taking everything, but it also saves us—by taking everything,” —“il tempo ci punisce prendendosi tutto, ma anche ci salva—prendendosi tutto.” Di noi restano ricordi, quindi l’unica cosa da fare è cercare di fare in modo che quei ricordi siano belli.

  • Sarah Manguso, The Two Kinds of Decay (Farrar, Straus and Giroux – 2008).
  • Sarah Manguso, The Guardians. An Elegy (Farrar, Straus and Giroux – 2012); trad. it Il salto (trad. it. Gioia Guerzoni, NNE, 2017)
  • Sarah Manguso, Ongoingness (Graywolf, 2015), Andanza (trad. it. Gioia Guerzoni, NNE, 2017) 

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