Animali umani. “Rag” di Maryse Meijer

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Maryse Meijer, Rag (FSG – 2019)

Maryse Meijer è alla sua seconda raccolta di racconti, preceduta da una novella, Northwood (Black Balloon – 2018). La prima raccolta era Heartbreaker (FSG – 2016) e conteneva racconti scritti col bisturi, racconti che illuminavano il lato grottesco, efferato e perverso della natura: la Natura violentemente indifferente e la natura umana, brutale e depravata malgré elle. In quei racconti trovavamo figlie dell’anticristo fattesi carne, meste confessioni di piromani che hanno una relazione quasi erotica con gli incendi che causano fino ai giorni noiosi di un fantasma. Lì Maryse Meijer illustrava i soprusi dell’uomo sulla Natura, quelli della Natura sull’uomo e quelli dell’uomo sulla natura umana, in una serie di racconti brevi e incisivi che mostravano qualcosa in comune con i nuovi universi favolistici di Amelia Gray, Lindsey Hunter, Bonnie Jo Campbell e Mary Miller.

Con Rags Maryse Meijer continua e allarga la prospettiva iniziata con la sua prima raccolta. Se Heartbreaker poggiava su tre palafitte—natura umana, Natura in generale, perversioni della civilizzazione—qui molti racconti sembrano invece focalizzarsi sul rapporto tra umano e animale. Niente di nuovo: l’uomo è un animale di volta in volta definito come razionale, sociale, evoluto, ma pur sempre un animale. Così “Good Girls” è un racconto costruito sul punto di vista di una cane (che pare ricordarsi di essere stato una volta un essere umano) che osserva delle ragazze adolescenti, e vede come a volte siano gli umani a comportarsi da animali, seppur poi giustifichino quel comportamento con una debole patina culturale. “Francis” segue il monologo interiore di una veterinaria o ricercatrice farmaceutica che deve sopprimere dei cani ai quali sono stati per qualche motivo tolti i denti. La ricercatrice sembra maturare una coscienza e non riesce più a vedere quei cani come provette, oggetti per sperimentazioni, soprattutto perché, si rende conto, un cane senza denti, indifeso, incapace di sopravvivere da solo, non è molto diverso da suo fratello sordo. Se da una parte la nostra natura animale ci porta a essere partecipi di un evoluzionismo cieco, di una competizione muta e efferata, dall’altra la cultura che ci siamo costruiti attorno comporta il bisogno indotto di prenderci cura di chi è più debole e fragile: “My hand on his side. For an animal, being toothless is a way of being dead. For a human, being deaf is a way of being an animal that is toothless.” Ancora una volta natura animale e cultura umana come sedimento storico entrano in contraddizione fino a fondersi in un unico.

“Alice” racconta invece il rapporto che un nucleo familiare—un padre narratore, una madre e la figlia Alice di 11 anni—hanno con il cibo. Di nuovo da una parte la visione del cibo come semplice benzina, carburante biologico per la macchina umana, dall’altra la consapevolezza che l’uomo è l’unico animale che può decidere la propria dieta e l’unico animale che può anche andare contro la natura del proprio organismo e istinto onnivoro. Il cibo diventa cultura solo per l’uomo.

Altri racconti si scostano da questo paradigma, allargandolo verso comportamenti estremi: “Viral” è costruito sulle perversioni erotiche e sui sistemi di dominazione e controllo messi a disposizione dalle nuove tecnologie. Sebbene il racconto sia forse un po’ troppo scarno e essenziale, e avesse probabilmente avuto bisogno di un maggior respiro, riesce abbastanza bene a mostrare come alcuni istinti animali siano sempre presenti anche nell’uomo come prodotto culturale, e come certe volte tendiamo a usare la cultura per giustificare istinti meno nobili e nasconderli sotto una velatura razionale. Lo stesso fa “The Jury” che è ambientato tra dodici giurati chiamati a emettere un giudizio su un caso di omicidio. Il protagonista, Martin, è diviso tra una collega giurata che pare si autoinfligga delle ferite da taglio, e la figlia in età da college Quinn, in vacanza a casa del padre ma distaccata dal nucleo familiare. Sono in gioco comportamenti estremi, efferati come quelli di bestie selvatiche, ma nondimeno rivestiti di una certa malferma e perversa razionalità. Sempre sui rapporti tra esseri umani è “The Shut-In,” racconto che descrive le sensazioni di una ragazza che si accorge che il suo vicino di casa non esce mai di casa, cosa che mette in discussione il bisogno di comunità, condivisione e confronto che è tipica dell’animale uomo: “If you stop seeing other people, you stop knowing what makes people think you look nice or not. You have to know: Are people looking at me, or away? And if they look at me, what does that look mean?” Siamo quello che siamo, individualmente, perché costruiamo la nostra identità sulle risposte emotive di altri, e la vita umana non è altro che “aspettare di divetare una parte di qualcos’altro.”

In mezzo a questi racconti ce ne sono altri che virano verso il genere, il noir (“Evidence”), l’erotico (“The Lover”) e che sembrano quasi dei riempitivi per come si scostano dal leit-motiv che pare legare gli altri racconti a un tema unico, ripreso, per certi versi dal racconto finale, “Rag.” In una recente intervista Mark Danielewki ha osservato come il compito della letteratura ormai sia quello di dare voce a cose che non hanno voce: piante, animali e tutto il mondo che abitiamo. Su “Rag” Maryse Meier dà voce a uno straccio, visto come il gradino più infimo della scala dell’esistente, il pezzo di stoffa che pulisce la sporcizia, i detriti umani: gli umori animali che vogliamo nascondere e ripulire per essere animali razionali.

Percorsi:

  • Lauren Groff, Delicate Edible Birds (Hachette – 2009)
  • Amelia Gray, Museum of the Weird (FC2 – 2010)
  • Lyndsay Hunter, Daddy’s (Featherproof – 2010)
  • Megan Mayew Bergman, Birds of a Lesser Paradise (Scribner – 2012). Paradisi minori (trad. it. Gioia Guerzoni, NNE – 2017)
  • Amelia Gray, Gutshot (FSG – 2015)
  • Lauren Groff, Florida (Riverhead – 2018). Florida (trad. it. Tommaso Pincio, Bompiani – 2018)

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