Quando muore un secolo. “Isadora” di Amelia Gray

Isadora
Amelia Gray, Isadora (FSG – 2017)

Su Dept. of Speculation Jenny Offill immagina tre domande di una figlia a una madre e una di queste domande è “Will you die before me?” — morirai prima di me? La risposta che dà la madre è “Yes. Please,” — sì, grazie. Per una tragica necessità i figli sono costretti a vedere morire i propri genitori e se e quando accade il contrario ai genitori resterà un dolore con cui sarà difficile dover fare i conti. Su Isadora Amelia Gray segue minuziosamente i conti che Isadora Duncan, la celebre ballerina di inizio del secolo scorso, ha dovuto fare con il lutto per i due figli morti in un incidente nel 1913.  Il libro è una forma inusuale di romanzo storico, più una sorta di memoir finzionale, composto per un terzo da elementi biografici, un terzo dall’autobiografia fortemente romanzata di Isadora Duncan, e un terzo di pura invenzione di Amelia Gray. 

In realtà si tratta di un’operazione non esattamente nuova: vengono in mente il Nixon di The Public Burning di Robert Coover, il Frank Lloyd Wright di The Women di T.C. Boyle, e sempre di T.C. Boyle, John Harvey Kellog, inventore dei Kellog’s, di The Road to Wellville, il Cyrus McCormick di Riven Rock e l’Alfred Kinsley di The Inncer Circle, o ancora la serie di ritratti fatti da Jerome Charyn (Jerzy Kosynsky in Jerzy, Lincoln in I am Abraham e Eisenhower su Eisenhower, My Eisenhower). Allo stesso modo Isadora è il ritratto finzionale di una donna celebre per aver informato e plasmato una parte dell’artisticità del primo novecento, fatto a partire da quattro voci distinte: quella in prima persona di Isadora Duncan, e le tre voci in terza persona di Paris Singer (secondo compagno di Isadora e figlio di Isaac Singer inventore della macchina da cucire), Elizabeth Duncan (sorella di Isadora), compressa tra il preteso (lo sculture italiano Romano Romanelli) e il pretendente e Max Merz, e appunto Max Merz, qui chiamato a rappresentare il clima filosofico europeo che scopre Nietzsche e la volontà di potenza. Attorno a queste alcune altre voci, come quella preziosissima e sussurrata di Eleonora Duse, quella del già citato Romano Romanelli, espressione di un neoclassicismo morente, quelle degli altri due fratelli della Duncan, Augustine e Raymond, e quella del primo marito di Isadora e padre della primogenita Deirdre, lo scenografo Ted Craig.

Amelia Gray cerca di ricucire lo strappo che sussiste tra un’immagine pubblica di una persona famosa e il suo io più privato e nascosto e lo fa con una donna che nella vita cercava, platonicamente, di imitare e riprodurre le forme della natura nella forma della sua arte: la danza, come se la danza, la sua danza, fosse costruita—per mimesi platonica—sulla realtà del suo mondo emotivo interno (“We believed that natural movement was the only path toward an ideal of beauty.”) . Uno dei temi che cavalcano trasversalmente il libro è proprio quella della imago veritatis come espressione artistica: quando, per esempio, i due bambini morti vengono preparati per il funerale, un’attonita e confusa Isadora non può fare a meno di notare come questi “had been forced by the undertaker into this little play of clasped repose … they were sewn and seaked with casein glue, fixed for the viewing.”

Ma il lutto personale è per certi verso un controcanto di un lutto più ampio: quello che nasce dalla morte del vecchio ottocento, romantico, neoclassico, positivista. Dalle sue ceneri nasce il mondo di cui Isadora è testimone e in certo modo fautrice, in una “particularly good season for dance, and a general feeling persisted around the city that if things continued to build, we might end the year with untold advancements in art and science, ushering in an era of human dignity and love.” Così si trova a rielaborare la danza rielaborando miti classici (in modo quasi onirico, surreale, lo fa con Ifegenia, Ecuba, Niobe e Euridice); si trova a dover fare i conti con il positivismo di Max Merz presto ammuffito in una sincera e ingenua forma di superomismo, quando cerca di ampliare i programmi di didattica della danza con elementi tratti dal Nietzsche più pernicioso: “The sudent’s vitality is of real importance… these activities do more than some exercises in movement. They cultivate their instincts and develp their will. They promote good character and ethical development;” si scontra con il prosaico e gretto realismo del marito Paris, neo araldo del nascente capitalismo dove “You have to romanticize for people the act of buying fine things. Not the things themselves, but the act of purchase. Very tricky. It requires the invention of desire and the placement of that desire in physical bounds.”

Isadora è la disamina della coscienza e della vita emotiva di Isadora Duncan che si trova a costruire una nuova idea di danza, e quindi per estensione, di arte, in uno dei periodi più affascinanti, caotici e culturalmente ricchi della storia. Lo fa tentando di indovinare e costruire i pensieri più intimi di Isadora Duncan seguendola in Grecia, Turchia e Italia alla vigilia dell’innesco del primo conflitto mondiale. Soprattutto lo fa con un libro che vuole essere letteratura, cioè forma, stile e linguaggio con una trama esile e non intrusiva, in un’epoca che pare assediata dalla “post-letteratura” di cui parla Richard Millet, fatta di trame forti e stili piani. Amelia Gray nasce e resta un’autrice di flash-fiction e anche Isadora è composto da una costellazione di sguardi discreti su un mondo intero e continuo, un po’ come fu il suo esordio Am/Pm (Featherproof, 2008) composto da 120 flash-fiction brevi e brevissime, che riuscivano a costruire l’ipotesi di un mondo completo e consistente e su THREATS (Farrar, Straus and Giroux, 2012), il suo primo romanzo anche quello composto da brevi capitoli e anche quello costruito attorno all’elaborazione (estremamente surreale, squisitamente grottesca) di un lutto. Quello di Amelia Gray è un immaginario surreale, un nuovo e strambo mondo che nasce dalle costole del weird di Jeff VanderMeer, suo estimatore, e pare che quando un libraio gli sconsigliò l’acquisto di Gutshot, avvertendolo che si trattava di racconti veramente troppo strani, VanderMeer rispose “Oh, lo so che lei è strana, eccome se lo so” e ne acquistò cinque copie. È stata paragonata a Lynch, ma forse i parenti più stretti della sua immaginazione sono Terry Gilliam e Yorgos Lantimos, come si potrà notare dagli episodi di Maniac, di cui è stata staff-writer e come forse si noterà nella quarta stagione di Mr. Robot di cui è attualmente staff-writer. Gray is the new Black.

Percorsi:

  • Robert Coover, The Public Burning (Viking – 1977)
  • David Foster Wallace, “Lyndon” in Girl with Curious Hair (W.W. Norton – 1989)
  • T. C. Boyle, The Road to Wellville (Viking – 1993). Morti di salute (trad. it. Bompiani – 1995) 
  • Joyce Carol Oates, Blonde (HarperCollins – 2000). Blonde (trad. it. Sergio Claudio Perroni, Bompiani, 2000) Lydia Millet, Love in Infant Monkeys (Soft Skull Press – 2009)
  • Amelia Gray, THREATS (FSG – 2012)
  • Gian Paolo Serino, Quando cadono le stelle (Baldini&Castoldi, 2016) 
  • Jerome Charyn, Jerzy (Bellevue Literary Press – 2017)

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