Animali precari. “Rough Animals” di Rae DelBianco

 

 

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Rae DelBianco, Rough Animals (Arcade – 2018)

Ultimamente in America è in atto un rinnovato interesse per western e southern gothic, interesse che riguarda anche televisione (con serie tv come Justified e Godless o in parte Fargo, la prima stagione di True Detective e in modo liminare e obliquo Westworld) e cinema (i Coen e l’ultimo Tarantino su tutti). In letteratura la cosa è stata discretamente documentata sull’antologia Grit Lit. A Rough South Reader curata da Bran Carpenter e Tom Franklin (Univ. of South Carolina Press – 2012), che passa in rassegna il genere da Barry Hannah fino ai più recenti Will Anderson e Alex Taylor passando per Chris Offutt.  Il western diventa così un modo per parlare di quella parte verace e non ancora addomesticata di America, quella racchiusa tra le due coste, passando non per le pianure, spesso idealizzate, ma per i deserti aridi, ostili e disumani dove l’uomo si trova solo in mezzo a quel niente che delimita i confini dell’umano.

 

E proprio il deserto è il vero protagonista di Rough Animals, ambizioso esordio della giovanissima Rae DelBianco.  È un libro che ha dei difetti (frasi talvolta un po’ calcate, un eccesso di similitudini, dialoghi a volte didattici—anche se è quel didascalismo che li rende simili a dialoghi filosofici, quasi maieutici), ma che presenta alcuni pregi capaci di redimere le ingenuità di un’autrice appena venticinquenne eppur dotata di una lucidità di pensiero invidiabile. Uno di questi pregi è un mondo creato con estrema coerenza e precisione, dove la cura di alcuni particolari crea uno sfondo estremamente realistico su cui si muovono personaggi simbolici, irreali, quasi chimerici.

Il perno di questo mondo è il deserto. Un deserto reale, lo Utah Desert dove si svolge gran parte della trama che è anche un deserto simbolo del male che vive attorno all’umano e spesso anche dentro ciò che è umano. Un deserto che il protagonista del libro “conosceva e sentiva e osservava inondare i confini della sua terra anche quando era troppo giovane e non aveva ancora ereditato né capito il peso che quel deserto aveva sul suo destino.” Ai confini di questo deserto prolifera una selva di animali di cui l’uomo è solo apparentemente quello razionale.  Animali che non riescono a riconoscere il pericolo, che cercano nutrimento o che sono nutrimento, o semplicemente animali spaesati come il  cane che vaga tra gli uomini “inconsapevole delle altre cose che rendevano il mondo quello che era,” e uomini rassegnati con “quel tipo di occhi selvaggi… [che] non perdevano mai di vista le cose e che di cose ne avevano viste abbastanza per non preoccuparsi di quello che avevano davanti”

Animali rozzi, quindi animali precari e imperfetti. Difettosi. E il mondo di Rough Animals è proprio un mondo imperfetto e difettoso popolato da animali imperfetti e difettosi, un mondo in cui il male che esiste viene messo in bell’evidenza, tanto da sembrare un mondo coerentemente costruito sulle palafitte della teodicea cartesiana. In realtà Rae DelBianco ha costruito il suo mondo partendo dai meridiani di  Blood Meridian di Cormac McCarthy (invero debitore di certa metafisica del male ripresa di prima mano da John Milton che la riprendeva di prima mano dalla filosofia a lui contemporanea) e ha popolato quel mondo con una manciata di personaggi Nietzschiani che superano il concetto di male stesso.  Il mondo creato è un mondo dove i personaggi che si trovano immersi in quel male non possono fare a meno di chiedersi cosa sia, perché esiste, cosa farci, come superarlo, come accettarlo.

Siamo in piena toedicea. Quella reimpostata da Cartesio che riprendeva la soluzione agostiniana e tomista secondo cui Deus et natura faciunt nihil frusta, per cui ogni cosa creata sarebbe valde bona solo per il fatto di esser stata creata. Il male morale (quello creato dall’uomo) era una negazione, una non-perfezione che risiedeva nella finitezza dell’intelletto umano, da cui nasceva l’errore, da cui nasceva il male. Il male fisico (quello della Natura sull’uomo) era invece un dato statistico derivante dalle stesse leggi di natura ma insignificante davanti all’opera di Dio. Sarà poi Malebranche, seguendo la Telluris Theoria Sacra di Burnett, a vedere il male fisico  e metafisico come qualcosa di positivo, reale: “Tutto infatti rientra nell’ordine della Provvidenza, anche il disordine. Ma non per questo cessa di essere tale. Dio lo permette” e  quei disordini, come i deserti, siccità, malattie e mostruosità varie, “sono conseguenza della semplicità delle leggi naturali.” O allo stesso modo Milton che parla di “A Universe of Death, which God by curse/created evil, for evil only good/where all life dies death lives and nature breeds” e “O goodness infinite, goodness immense! That all this good of evil shall produce/And evil turn to good.”

Rae DelBianco sembra riecheggiare Malebranche, quando ad esempio fa dire a un personaggio che “nelle terre selvagge non esiste il giusto,” ci sono le cose che ci sono perché ci sono. C’è il deserto “steso sottotraccia sulla mappa come un callo sulla terra,” dove l’unica forma di vita è una “serra sdraiata come un prisma color foglia in una distesa di terra senza colore. Come una tasca, un involucro riempito della solo cosa lasciata in vita,” e c’è da chiedersi “se il senso di tutto quello fosse di avere qualcosa con cui sopravvivere.”

Il mondo costruito è un mondo dove il male è onnipresente. La differenza con Malebranche è che in questo mondo “Non c’è Dio e noi siamo i suoi profeti” (per dirla con McCarthy), e quindi i personaggi che si trovano ad abitarlo devono cercare da soli la loro personale soluzione al problema del male, devono cercare da soli un modo di convivere con quel male, e tutte le loro vite non sono che “una serie di ordinarie lotte contro la natura senza trionfo e senza fine.”  Senza Dio, senza speranza, senza niente, non resta che agire “sotto l’influenza di paura e disperazione.”

In questo mondo il ventitreenne Wyatt Smith, orfano di madre e di padre, vive con la sorella gemella a Box Elder, Utah. Cerca di adattarsi a un ambiente violentemente indifferente—ha un occhio di vetro, un senso di colpa per un reato che non ha commesso (una sorta di peccato originale), si sente responsabile per la sorella gemella (simbolo di fratellanza). Un giorno Wyatt scopre che il bestiame—loro unica forma di sostentamento—è stato attaccato e alcuni capi sono stati uccisi e mangiati crudi. A farlo è stata una ragazzina sulle soglie dell’adolescenza che vaga per il mondo con un fucile in un braccio e un TEC-9 nell’altro. Inizia così un’odissea che porta Wyatt sulle tracce della ragazza, la trova e con lei  si avventura tra i deserti dello Utah, in mezzo a cartelli della droga e coyote affamati. Wyatt è il dubbio: non sa se la ragazza è una forma di Bene o di Male, e non sa decidere se sia una minaccia o una figura amica. La segue, la interroga, cerca di capire quello che lei ha dovuto capire da sola, in una serie di dialoghi che hanno la qualità di riflessioni filosofiche sulla vita, violenza, tempo, destino e morte.

Se Wyatt rappresenta il Dubbio, la sospensione di ogni giudizio, la Ragazza è un’antieroina nietzschiana al di là del bene e del male, che in qualche modo rievoca il Giudice Holden, ma un giudice senza il sostegno dell’esperienza o la saggezza di un qualche raziocinio: “lei non ha un ego, solo azioni… le sue abilità non sono sorrette dalla ragione e questo l’ha portata lontano.” Così come nietzschiano è Anwan, il capo del cartello con cui si trovano invischiati la ragazza e Wyatt, che costruisce una serra nel deserto solo per dimostrare di poterlo fare, per imporre una sua futile volontà di potenza sulla natura.

La frizione che si crea tra uno sfondo realistico e dei personaggi innaturali, ai limiti del fantastico (una ragazzina capace di maneggiare armi, di mangiarsi un pezzo di vacca cruda, di bruciare vivi degli uomini) rappresentano un contrappunto metafisico e simbolico, un tentativo di arricchire di contenuti un genere in via di codificazione ma che spesso è sbilanciato verso l’intrattenimento puro e già ripetitivo. Allo stesso modo i flashback dei dialoghi tra Wyatt e suo padre rappresentano la necessità di avere una guida, una serie se non di leggi morali, almeno di precetti, di strumenti per poter affrontare quella “winnerless battle against nature” che è la vita di ogni giorno, anche fuori dai deserti, in un mondo che non ha un manuale di istruzioni.

Percorsi:

  • Nicolas Malebranche, Traité de la nature et de la grâce (1680);  Trattato della natura e della grazia (ETS, 1992)
  • Nicolas Malebranche, Recueil de toutes les réponses à M. Arnauld (1680-83)
  • Cormac McCarthy, Blood Meridian (Random House – 1985); Meridiano di sangue, (trad. it. Raul Montanari Einaudi – 1996)
  • Barry Hannah, Never Die (Houghton Mifflin – 1991)
  • Grit Lit. A Rough South Reader (a cura di Bran Carpenter e Tom Franklin (Univ. of South Carolina Press – 2012)
  • Giorgio Vasta, Absolute Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Quodlibet – 2016)
  • Hannah Lilith Assadi, Sonora (Soho Press – 2018)

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