Memorie da un mondo terreno. “The Largesse of the Sea Maiden” di Denis Johnson

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Denis Johnson, The Largesse of the Sea Maiden (Random House, 2018). Prossimamente trad. it. Silvia Pareschi, Einaudi.

Tra gli scrittori che con la loro produzione si sono posti come un ponte tra mondo letterario e altre forme espressive, un posto di primo piano spetta a Denis Johnson: da una parte riprende temi e immaginari presenti, per esempio, in Hubert Selby, risciacquandoli nella acque del Lago Eerie che confinano con l’Ohio, dall’altra costruisce stili e immaginari che saranno influenza per scrittori a venire. Ma non solo: da una parte riprende le ossessioni alle origini del rock’n’roll, e  Jesus’ Son è un dichiarato tributo a Heroin dei Velvet Underground (ma sfrutta temi che segnavano in diagonale i pezzi almeno dei loro primi due dischi), dall’altra ha influenzato l’immaginario di una band come i Sonic Youth, che su The Sprawl citano verbatim The Stars at Noon (“Does this sound simple, fuck you? Does fuck you sound simple enough?”).  The Largesse of the Sea Maiden più che un libro postumo è un ultimo libro, una conclusione, il momento finale di un percorso, e contiene racconti pensati per confluire in una raccolta, due dei quali già pubblicati in riviste: “The Largesse of the Sea Maiden” sul New Yorker nel 2014 e The Starlight in Idaho su Playboy nel 2017. Nondimeno la raccolta ha la strana e inquietante peculiarità di sembrare un vero e proprio testamento di Denis Johnson, e non solo perché è uscito poco dopo la sua morte: i cinque racconti formano una specie di lettera di commiato, per temi e argomenti trattati, come se Denis Johnson stesse ripensandosi per trarre un bilancio di ciò che è stato come scrittore e come essere umano. A legare i cinque racconti è il tema dell’invecchiamento, della mortalità, della necessità di fare un rendiconto finale dei rimpianti e rimorsi accumulati in vita. 

Forse nessuno altro scrittore americano è riuscito a descrivere cosa significa essere degli esseri umani vivi al cavalcavia tra secondo novecento e contemporaneità. È forse lo scrittore cheha saputo dare forma letteraria alle fragilità di chi vive in un mondo che ti spinge a maturare una dipendenza da sostanze che ottundono o divergono il senso di percezione di una realtà che si vorrebbe diversa (Jesus’ Son, Already Dead). 

Johnson è la linea di confine tra gli eccessi ormai ampiamente derubricati della Beat Generation e l’intellettualismo, anch’esso spesso eccessivo di Wallace quando si prende troppo sul serio. È il discrimine tra il vitalismo di suoi maestri (Cheever, Carver, Berryman) e la serietà posata e riflessiva di suoi discepoli, una su tutte: Leslie Jamison, forse l’unica vera erede quale testimone delle dipendenze per Millennials e Centennials, anche se su un territorio decisamente non-narrativo.

Se negli altri libri si trovava forse una piegatura, una leggera inclinazione verso pose quasi maudit—e questo non solo nel programmatico e seminale Jesus’ Son—qua su The Largesse of the Sea Maiden troviamo un Johnson riflessivo, laterale, e si ha spesso la sensazione che sia un Johnson uscito dal centro nevralgico delle dipendenze, che è riuscito finalmente a uscire dal se stesso coinvolto nel mondo che descriveva nei romanzi e racconti, e sia diventato un osservatore privilegiato, alla periferia del suo vissuto e capace per questo di vivisezionare con occhio clinico, disincantato e asciutto la vita come appare dal punto più vicino alla morte.

Così, esplicitamente nel racconto iniziale che dà il titolo alla raccolta, l’io narrante, un agente pubblicitario più o meno attempato, si trova a subire l’attacco “della tristezza alla velocità della vita,” e di affrontare “la persistenza dei vecchi rimpianti, i nuovi rimpianti, la capacità del fallimento di rigenerarsi in nuove forme,” e si perde “in una discussione sulla differenza tra rimpianto e rimorso.” Nel secondo racconto, “The Starlight in Idaho” il narratore “mette piede sul Viale del Rimpianto,” e su “Triumph Over the Grave” assistiamo a un uomo che  giunto al capolinea della sua vita “ricordava le sue scappatelle, parlava di amici morti da tempo, considerava i suoi rimpianti— si chiedeva se in qualche modo l’esperienza continuerà quando il cuore si sarà fermato.” 

“The Largesse of the Sea Maiden” e “The Starlight in Idaho”—i due racconti già editi prima della morte—hanno una struttura simile: il primo è costruito su dieci frammenti nei quali il narratore ripercorre alcuni eventi della sua vita, e il secondo è invece costituito da una serie di brevi lettere che il protagonista, Mark Cassandra, indirizza a persone più o meno importanti della sua vita, familiari e amori passati, il Papa e Satana, mentre si trova nel centro di disintossicazione Starlight in Idaho, e finisce per credersi un novello Gesù Cristo tentato da Satana. Ritorna quindi l’immaginario di Jesus’ Son, quella sensazione di sentirsi della stessa carne e dello stesso spirito del figlio di Dio che si ha con l’uso di droghe pesanti (immagine peraltro ripresa da Heroin dei Velvet Underground, da cui Jesus’ Son prende il titolo), e la conseguente sensazione di essere in qualche modo dannati, perseguitati da un Satana che se non è reale, si è almeno reificato in un mondo ostile.

Il legame più diretto con la prima raccolta di racconti è comunque su “Strangler Bob,” racconto uscito poco dopo la morte di Johnson sul New Yorker, e che ha tra i personaggi quello stesso Donald Dundud “la cui mano sinistra non sapeva cosa facesse la destra” che era protagonista di “Dundun” su Jesus’ Son. E “Stranglers Bob” è il racconto di questa ultima raccolta che forse mantiene un filo conduttore anche con uno dei temi cruciali di Johnson: reietti della società, perdenti, disillusi diventati vittima delle proprie illusioni, ma soprattutto, la droga come collante, come anestetico e antidoto non alla solitudine, ma alla convivenza coatta in un mondo feroce. Qui il narratore, Dink, non subisce l’effetto sedativo e analgesico della droga, ma è costretto ad avere il dubbio privilegio di osservare gli effetti ingannevoli che ha sugli altri: Denis Johnson da oggetto della sua stessa storia è diventato il soggetto che osserva il suo passato sedimentatosi in una cultura.

Su “Triumph Over the Grave” troviamo invece i sovrappensieri randagi che si accavallano nella mente di un narratore che ricorda di come si sia preso cura di due amici prossimi alla morte, e di come questi “siano stati sconfitti non dalla vita, ma dall’ostinazione con cui i loro drammi non hanno voluto una fine diversa da queste sabbie mobili burocratriche.” C’è un sottilissimo velo metanarrativo: la letteratura come racconto del dolore, come finzione che non sa sopravvivere a se stessa e muore nella prosaicità della banale vita vissuta. Di nuovo: Denis Johnson postula un io narrante che osserva e si prende cura di persone in fin di vita, e così facendo diventa l’osservatore del se stesso morente che, da cristiano, si chiede cosa ci sia “over the grave.”

“Dopplegänger, Poltergeist,” forse il racconto migliore della raccolta e quello che la chiude, è un racconto che ricorda Stephen King, non solo per il contenuto blandamente sovrannaturale: il narratore, qui un poeta che “accetta di non potere essere un poeta, ma solo un insegante di poesia,” racconta di come un suo studente, Marcus Ahen, sia convinto che a morire non sia stato il vero Elvis Presley, ma il suo dopplegänger gemello. L’elemento Kingiano di “Dopplegänger, Poltergeist” ha a che fare con le ossessioni che si formano nell’infanzia e ti accompagnano sottotraccia per tutta la vita: in questo caso l’ossessione, mediante Elvis come metafora, riguarda l’ambizione, lo stato della poesia o la capacità dell’arte in genere di raccontare la vita. La conclusione è che una volta finito il Passato, “i suoi avanzi sono solo finzioni.”

Il ritorno di Dundun su “Strangler Bob,” su “Triumph Over the Grave” lo scrittore in fin di vita si chiama Darcy Hale Miller, e nel suo mondo fittizio muore di cancro al fegato mentre Denis Hale Johnson sta morendo proprio della stessa causa nel mondo reale sono fili che legano The Largesse of the Sea Maiden alla vita e alla produzione letteraria di Denis Johnson, e il libro avrebbe avuto un finale accorato e perfetto se a concluderlo fosse stato il penultimo racconto, con quelle due frasi di commiato, tragiche eppur vere:  “It’s plain to you that at the time I write this, I’m not dead. But maybe by the time you read it.”

 

percorsi:

  • Charles Jackson, The Lost Weekend (Farrar & Rineheart – 1944)
  • Denis Johnson, Jesus’ Son (FSG – 1992). Jesus’ Son (trad. it. Jack Delaney, Einaudi – 2000; trad. it. Silvia Pareschi, Einaudi – 2018))
  • David Foster Wallace, “Good Old Neon” in Oblivion (Little, Brown – 2004)
  • Leslie Jamison, The Gin Closet (Free Press, 2010)
  • Leslie Jamison, The RecoveringIntoxication and its Aftermath (Little, Brown – 2018)

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