“A Gambler’s Anatomy” di Jonathan Lethem

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Jonathan Lethem. A Gambler’s Anatomy (Doubleday, 2016). Anatomia di un giocatore d’azzardo, trad. it. Andrea Silvestri (La nave di Teseo, 2017)

Un timido pregio di A Gambler’s Anatomy è forse anche un suo vivace limite: quello che ha scritto Lethem è a tutti gli effetti un nuovo romanzo di Thomas Pynchon. Anche se all’inizio si ha la sensazione di essere intrappolati in un ideale confine tra il noir sbilenco di Motherless Brooklyne  l’erotismo sgangherato di You Don’t Love Me Yet, o in generale negli esercizi genre bending del primo Lethem, bastano poche decine di pagine e si iniziano a respirare le stesse atmosfere della California di Inherent Vicedi Pynchon, solo questa volta non sono le atmosfere afose e salmastre della California del sud, ma quelle viscose e lisergiche di San Francisco e di Berkeley, fotografate nel rito di passaggio che da terre di radical-freaks diventano il nolente sfondo high-tech di Apple e Google.

Bruno Alexander, protagonista del libro, è un giocatore professionista di backgammon, che ha la peculiarità di un difetto fisico: una macchia nella sua sfera visuale che all’inizio del libro non gli consente di vedere con chiarezza quello che ha davanti. Decide di farsi asportare il tumore che gli provoca quel problema e scopre che quella macchia inibiva qualcosa di ben più grande. Dopo l’operazione Bruno deve indossare una maschera, che da una parte lo riallaccia con una prima partita di backgammon, in un casino dove veniva servito del cibo da una donna completamente nuda tranne che per la maschera che le copriva il volto, dall’altra ricorda un po’ la condizione dei giocatori d’azzardo che a forza di dissimulare sguardi e espressioni finiscono quasi per non avere più un loro volto.

Il libro non è privo di alcuni elementi di sicuro interesse: la cultura nerd, qui rappresentata dal backgammon come una specie di board game in salsa James Bond, un pizzico di realismo magico, non infrequente nella narrativa di Lethem (basti ricordare l’anello di The Fortress of Solitude), l’inadeguatezza che persiste nell’età adulta e il ritorno a un passato morto mediante i saliscendi della nostalgia. Ci sono riferimenti più o meno ovvi a Il giocatore di Dostoevsky, la ricostruzione di una nuova California, mediante lo specchio rifrangente di Berkeley, tra la California a colori sgargianti degli anni ’60 e la California attuale, dicotomizzata tra ricchi e poveri. Il problema di A Gambler’s Anatomyè la sua forte derivazione pynchoniana, che sebbene risolta in uno stile e in un universo completamente altro da quello di Pynchon, si fa comunque sentire fino a soffocare l’originalità di Lethem.

A Gambler’s Anatomyè un libro pynchoniano a partire dal protagonista, Bruno Alexander, un giocatore d’azzardo professionista vestito come James Bond quando gioca a backgammon e da grande Lebowski quando gira gli hamburger, e che a tratti ricorda proprio i modi leziosi e confusi di Danny Sportello.

A Gambler’s Anatomyè un libro pynchoniano nei nomi dei personaggi: Edgar Falk, Madchen Alblanalp, Wolf-Dirk Köhler, Tira Harpaz, Garris Plybon. Personaggi che sono pynchoniani anche nella carne di cui son fatti: un oscuro ottuagenario androgino, goth ladies lesbo-chic, femme fatale in predicato di menopausa, ex-nerd diventati truci magnati di qualcosa, fino a un neurochirurgo hippie con un’ossessione per Jimi Hendrix che pare uscito direttamente da un episodio di That 70’s Show.

A Gambler’s Anatomy è pynchoniano negli edifici, caratteristici di certi vezzi pynchoniani: lo Zombie Burger, un fast-food a forma di hamburger che ricorda “un meteorite arrugginito schiantato a terra. O uno stronzo gigante con della segnaletica“ fa pensare alla struttura a dente del Golden Fang di Inherent Vice, e lo Zodiac Media, un mega-super-store che pare un caleidoscopio di vetro, acciaio e cemento è simile alla versione noir e hitckockiana del Flatiron di Bleeding Edge.

A Gambler’s Anatomy è pynchoniano nei dialoghi, negli episodi al crocevia tra grottesco e surreale, è pynchoniano per il velo di paraonoia che copre alcuni personaggi, e è pynchoniano per l’implausibilità in odor di assurdo di certe situazioni. Peccato che Lethem non sia stato in grado di addomesticare e domare quegli elementi e dosarli come ingredienti del suo proprio universo, cosa che riesce invece benissimo a un Michael Chabon, per esempio, o anche a una Fiona Maazel.

In definitiva un bel libro, non privo del suo fascino, che però può risultare una mezza delusione, ché con The Fortress of Solitudee Dissident GardenLethem aveva dimostrato benissimo di non aver bisogno di scimmiottare Pynchon per scrivere ottimi libri.

percorsi:

  • Fëdor Dostoevskji, Il giocatore (1886, trad. it. Serena Prina, Feltrinelli, 2012)
  • Thomas Pynchon, Vineland (Little, Brown, 1990). Vineland, (trad. it. Pier Francesco Paolini, Rizzoli, 1991)
  • Thomas Pynchon, Inherent Vice (Penguin, 2009). Vizio di forma, (trad. it. Massimo Bocchiola, Einaudi, 2011)
  • Fiona Maazel, A Little More Human (Graywolf, 2017)

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