Come stare insieme. “Sabrina” di Nick Drnaso

 

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Nick Drnaso, Sabrina (Drawn & Quarterly/Granta, 2018). Trad. it Sabrina (Coconino, 2018)

Che una graphic novel venisse ammessa a un premio letterario era già successo nel 1992, con Art Spiegelman che per poco non vinse il Pulitzer con Maus, un’opera in cui raccontava come suo padre sia riuscito a sopravvivere all’Olocausto e che mescolava tecniche e generi letterari: l’intervista, il memoir, il romanzo storico, l’autobiografia, tutto innestato in un pastiche grafico post-moderno dove gli ebrei erano dipinti come topi, i nazisti come gatti e i polacchi come maiali. Non vinse il Pulitzer per la narrativa solo perché fu premiato nella sezione Speciale, già vinta anche da Bob Dylan, e perché a inizio anni ’90 ancora non si riusciva a considerare la graphic novel come una forma di letteratura. 

Dopo sono arrivate altre opere che mostravano come la forma grafica, lungi dall’essere un limite che in qualche modo invalida un presunto valore letterario, sia invece uno strumento che consente di arrivare laddove con forme canoniche non si può arrivare: Persepolis di Marjane Satrapi, o Fun Home di Alison Bechdel, fino ai lavori di Neil Gaiman, o Watchmen di Alan Moore e Dave Gibbons che nel 1988 sfondò la porta dell’Hugo Award, sebbene nella categoria “Other Forms,”  o il recente Building Stories di Chris Ware che miete consensi un po’ ovunque. Lo stesso Chris Ware che nel 2001 venne premiato al fu Guardian First Book Award con Jimmy Corrigan, prima graphic novel a vincere un premio letterario, non senza qualche polemica (ci fu addiittura chi disse che quei colori da bottiglia di candeggina lo facevano vomitare) e l’importante appoggio di Zadie Smith, che invece ne aveva lodato le qualità letterarie. 

La stessa Zadie Smith è la madrina di questo Sabrina di Nick Drnaso, graphic novel sull’epoca dell’informazione nella quale stiamo vivendo, sulla verità che è diventata liquida, post- o comunque altro da sé, la paranoia dei complotti, sugli strumenti di comunicazione che ci avvicinano per interposta distanza e il bisogno di più vere e più autentiche connessioni umane. Sabrina  è stato definito come “in parte DeLillo, in parte Jarmusch,” e le immagini spesso fanno pensare alle desolazioni di film come Paris, Texas o della trilogia dell’incomunicabilità di Michelangelo Antonioni.

La storia inizia con un prologo, in cui assistiamo a un dialogo familiare tra due sorelle che vivono a Chicago, Illinois: Sandra e Sabrina Gallo. Sabrina vive col fidanzato, ma per la sera si trova nella casa dei genitori fuori per una gita, e si prende cura di casa e gatto. Già nelle tavole delle prime pagine si notano alcuni elementi portanti: il prendersi cura degli altri (in questo caso del gatto), l’unione tra due sorelle ma in generale tra esseri umani, c’è un cesto di mele finte che sembrano vere e rappresentano il falso che sta invadendo la realtà, si parla di un libro, che ha delle idee interessanti ma lascia un vuoto una volta finito. Nelle ultime tavole del prologo Sandra propone a Sabrina di accompagnarla per una gita in bicicletta lungo i Grandi Laghi e confessa a Sabrina di come una volta sia stata vittima di tentata violenza, osservando come i pericoli non siano nelle campagne semi-deserte, ma nelle città. Dopo questo breve prologo c’è uno stacco, e dall’interno di una casa in Illinois Drnaso ci catapulta in una stazione in Colorado. C’è Teddy King, il fidanzato di Sabrina, che ha chiesto ospitalità a un vecchio compagno di liceo, Calvin Wrobel, ora ufficiale di aeronautica militare in servizio in un centro di controllo in Colorado, dove si occupa proprio di vigilare e controllare il traffico digitale. Scopriamo che Sabrina è scomparsa e Teddy è caduto in un grave stato traumatico e sta cercando di riprendersi lontano dal frastuono della sua città natale.

In una serie di disegni schietti, disadorni ma diretti Drnaso comunica un senso di isolamento volontario. Strade semideserte, interni di case scarne e spoglie, persino l’ufficio dove presta servizio Wrobel ha una qualità quasi spettrale. Vengono in mente i quadri di Hopper ma anche le case vuote delle incursioni del protagonista di Ferro 3 di Kim Ki-Duk. 

L’idea è quella di mostrare come nell’era della tecnologia, dell’informazione e delle comunicazioni invasive, gli esseri umani siano riusciti solo a allontanarsi dagli altri, a recidere ogni contatto mediante la parvenza di una condivisione compulsiva a distanza di una vita virtuale. Così Calvin Wrobel, momentaneamente separato da moglie e figlia, passa il tempo libero con videogiochi multiplayer on-line come World of Warcraft e Black Ops, piattaforme vituali dove molte persone riescono a stare da sole insieme (per usare un’espressione di Sherry Turkle). E sempre Calvin Wrobel, uomo gentile che si prende cura di un vecchio amico, non dice ai suoi colleghi che sta accogliendo in casa sua una persona in difficoltà. Mantiene un segreto come se una forma di altruismo fosse una debolezza di cui vergognarsi. O peggio: un peccato da tenere nascosto, quasi un reato. 

11Nel libro ci sono poi altri due momenti di puro altruismo disinteressato: il racconto di come Centell Rodgers III abbia fatto un regalo a una bambina sconosciuta sotto natale, e come un estraneo aiuti Teddy King a cercare il gatto scomparso, verso la fine. Entrambi i casi, come direbbe Wallace, mostrano “che esiste una cosa come la cruda, incontaminata, immotivata gentilezza” in un mondo dove si è disimparato a essere gentili perché si hanno sempre meno rapporti diretti con le persone.

Ci sono all’inizio dei rimandi all’11 settembre, di cui nel libro si ricorda il sedicesimo anniversario: c’è un parallelo, esile ma deciso, tra il trauma nazionale di un attentato terroristico, avvenuto all’improvviso e che ha costretto una nazione a ripiegarsi e interrogarsi su se stessa, e un trauma personale, che riguarda un ristretto gruppo di familiari e amici, in seguito alla scomparsa di una persona. In entrambi i casi poi, nel caso reale dell’11 settembre, e nel caso fittizio della scomparsa di Sabrina, si ha una moltiplicazione di False Flag Theories: complottismi, paranoie, cospirazioni, sul modello di quanto avvenne per esempio per il massacro di Sandy Hook, citato nel libro. Senza rivelare troppo della graphic novel: anche qui si fanno strada teorie complottiste sulla scomparsa di Sabrina, e tutte hanno in comune una teoria antropologica che vede gli altri come nemici, e che presuppone che l’unico legame che possa sussistere tra esseri umani è quando nasce una cospirazione per danneggiare altri esseri umani.

La soluzione? Quella suggerita da Drnaso sembra essere un ritorno a una condivisione più diretta, che contempli invece che escludere la presenza fisica, come avviene nel locale dove viene portata Sandra dalla sua amica, e dove assistiamo a un curioso ibrido tra riunione di un’Anonima Alcolisti e uno spettacolo di Stand-up Comedy: a turno gli astanti si presentano e condividono una storia, una qualunque, di qualunque tipo, in una specie di facebook dal vivo dove al posto di interazioni per mezzo di emoticon, ci sono emozioni umane scambiate con autentici gesti umani. Perché il vero antidoto contro la solitudine è semplicemente uscire di casa. Mente a Occam. 

percorsi

  • Art Spiegelman, Maus (Pantheon Books, 1991)
  • Marjane Satrapi, Persepolis (Collection Ciboulette, 2000-2003, edizione integrale, 2007. Trad. it. Lizard, 2002-2003, edizione integrale: 2007)
  • Chris Ware, Building Stories (Pantheon Books, 2012)
  • Nick Drnaso, Beverly (Drawn & Quarterly, 2016)
  • Mark Danielewski, The Familiar 1-5 (Pantheon Books, 2015-17)

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