I censimenti dei Sensi. “Census” di Jesse Ball.

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Jesse Ball, Census (Ecco – 2018)  Censimento (trad, it. di Guido Calza, NNE – 2018)

Jess Ball ha fatto le sue prime promesse una decina d’anni fa, quando vinse il Plimpton Prize con il racconto The Early Deaths of Lubeck, Brennan, Harp, and Carr,  ora inserito nell’antologia di miscellanea The Village on Horseback. Già in quel racconto si notava la qualità surreale e assurdista, più vicina a certe esperienze letterarie europee (Kafka, Beckett, Calvino) che alla recente tradizione americana. Successivamente Ball, un poeta di formazione, ha scritto sempre più prosa e sempre meno poesia. Nella sua eclettica produzione si trovano versi, prose brevi, saggi, storie per bambini e addirittura disegni e un libro sull’onironautica (Notes on my Dunce Cap – Pioneer Work Press, 2016). 

In Italia la prima apparizione di Ball è stata con Samedi the Deafness (2007, trad. it. Eva Kampmann, Il settimo giorno, Feltrinelli, 2009), seguito da Silence Once Begun (trad. it. Quando iniziò il silenzio, Baldini e Castoldi) e ora questo ultimo Census. Manca molto. Manca The Way Through Doors (2009), manca The Curfew (2011), mancano soprattutto i suoi ultimi romanzi, tra Silence Once Begun e questo Census, che forse rappresentano una conquistata maturità autoriale: A Cure for Suicide (2015), la novella The Lesson, dove si notano forse le sue discendenze beckettiane e How to Start a Fire and Why (2016), finora forse il suo libro più coeso.

Nonostante Census sia stato pubblicato quest’anno, sia da noi che in America, è stato scritto nel 2014, subito dopo la pubblicazione di Silence Once Begun, e come questo anche Census iniziava con una frattura della quarta parete: un autore di nome Jesse Ball racconta di come sua moglie, a un certo punto, abbia smesso di parlare. La cosa lo ha portato a interessarsi a casi di mutismo fulminante, tra i quali spiccava il caso di Oda Sotatsu, legato a uno strano  evento accaduto in Giappone negli anni settanta noto come Narito Disappearances. Il Jesse Ball protagonista del libro dà quindi inizio a una ricerca in Giappone, dove ha intervistato conoscenti e familiari di Oda Sotatsu per capire se quell’evento fosse di qualche importanza per il problema di sua moglie. Segue una serie di fotografie che dovrebbero dire quello che nemmeno i silenzi possono implicare. Seguendo una struttura simile a Rashomon o a Quarto potere, Ball delineava in quel libro un’indagine sui limiti della conoscenza e su come spesso dobbiamo accontentarci di conoscenze improprie e indirette.

Allo stesso modo Census inizia con una frattura della quarta parete, questa volta vera: a scrivere e appellarsi a lettori non è un Jesse Ball fittizio, ma il vero Jesse Ball, che in due pagine dense e accorate spiega come questo libro sia nato dalla sua esigenza di raccontare la vita del fratello morto e affetto in vita  da sindrome di Down. Per farlo si sarebbe inventato una storia in cui a morire è un padre e protagonista del libro, un ex-medico, vedovo e malato terminale che abbandona la professione per diventare addetto al censimento e fare così un viaggio lungo il nord dell’America insieme al figlio, affetto da sindrome di Down. Come Silence Once Begun anche Census è composto da dialoghi, da interviste, incontri con persone, come Silence Once Begun, anche Census crea un mosaico di punti di vista da incollare insieme per ricostruire una verità delle cose, e come Silence Once Begun ha in appendice una serie di fotografie che raccontano la storia della famiglia del censore, o che mostrano come un’immagine possa nascondere molte storie compatibili e coerenti con le immagini mute.

Il padre porta il figlio lungo un tragitto che li conduce a visitare luoghi privi di nome, ma denominati solo da una lettera, in ordine alfabetico, da A a Z, che si fanno progressivamente più tenui e vaghi, con le zone da S a Y prive di un resoconto. In ogni sezione padre e figlio incontrano diverse realtà, diverse persone che devono essere visitate e censite, in un viaggio che ha punti in comune con il rapporto padre-figlio di The Road di McCarthy, ma anche con l’odissea attraverso l’America di Americana di Don DeLillo. Non è dato sapere in cosa consista esattamene questo censimento: i soggetti censiti poi vengono “marchiati” con un tatuaggio su una costola, dove ci sono gli altri segni dei censimenti precedenti, e non tutti accolgono il censimento in modo benevolo, e alcuni anzi si permettono “un minimo di misantropia… che intralcia[sse] così il censimento.” 

Il censimento è un censimento di persone, sì, ma soprattutto di tipi umani e di reazioni emotive, buone o cattive. Incontriamo coppie e famiglie accoglienti, Gerhard Mutter, pseudonimo per Lotta Werter, ossessionata dai cormorani, un artigiano che lavora il legno, un uomo di nome Tuesday che vive insieme a una famiglia numerosa, una famosa scrittrice comica e sua sorella ninfomane, un giovane dottore.

È curioso che la parola /census/ in inglese si pronunci più o meno nello stesso modo della parola /senses/ sensi, e che quest’ultima possa denotare sia i sensi mediante i quali percepiamo il mondo esterno, che i sensi che diamo alle cose che percepiamo. Padre e figlio lungo il loro percorso nelle terre del nord, osservano, testimoniano cose e persone, li percepiscono mediante i loro sensi da osservatori e cercano di capire chi e cosa hanno davanti. Soprattutto il figlio non è quasi mai protagonista, ma entra in gioco come elemento osservato: a dargli vita sono le reazione che i censiti hanno davanti a lui. 

Fin dall’inizio del libro è posto un avvertimento: 

Il fatto che noi rilevatori guastiamo le nostre valutazioni, guastiamo I luoghi in cui entriamo anche con la nostra sola presenza è qualcosa che fingiamo accuratamente, per non dire benevolmente, di non sapere… per noi rilevatori, il censimento è una specie di crociata nell’ignoto.

E poco più avanti, quando il medico protagonista apprende della sua malattia terminale, osserva come “in un certo senso arrivò un messaggero con una busta e me la mise in mano, e in quell’istante capii che presto sarei morto. In un altro senso, per come poteva presentarsi la cosa vista da fuori, mi stavo semplicemente facendo gli affari miei, parlavo con un’infermiera nel mio studio, ero in piedi nel corridoio, gesticolavo,” mostrando come la stessa cosa, lo stesso evento, possa essere fonte di diverse intenzioni, e nella pagina seguente, quando il figlio mostra al padre una cosa costruita con i bastoncini e il padre non capisce cosa sia, il figlio gli risponde che è la loro casa e che la stava guardando nel modo sbagliato.

Il modo in cui guardiamo le cose e come solo guardandole le cambiamo ritorna come motivo portante in tutto il libro. Nella zona di D, incontrano un artigiano che crea giocattoli a incastro di legno che devi saper osservare nel modo giusto per capire come risolvere e incastrare. Nella zona di E c’è una casa che all’apparenza esterna sembra una cabina di legno, ma che in realtà è un’altra cosa. 

Padre e figlio stanno cercando di ricostruire la realtà, ma non la realtà degli oggetti per come appaiono esternamente ai sensi: il censimento qui  in atto è simile a quell’atto fenomenologico che per Husserl consisteva nel “tornare alle cose.” La realtà è solo uno dei modi sotto cui l’oggetto può essere percepito. La coscienza, quindi l’osservatore, quindi qui chi opera il censimento, è uno spettatore disinteressato che degli oggetti deve cogliere gli elementi essenziali. È quello che faceva la moglie morta del dottore, che in vita era una specie di performer in stile Marina Abramovic. Nel corso del libro viene definita una “physiotelepath,” fisiotelepate, una telepate che usa il corpo per mimare i movimenti (e umori) delle persone che si trova davanti. La moglie aveva studiato a una speciale scuola per clown, per performer che dovevano riprodurre ogni forma umana, e in un esercizio descritto nel libro dovevano riprodurre un ideale incidente nautico, e con questo imparare a cogliere non gli aspetti esteriori, ma l’essenza delle cose: “non conta solo la realtà dell’evento, ma anche il fatto che c’è un’essenza comune a tutto ciò che è fortuito e… in qualche modo, tale essenza dovrà risultare amplificata. La sua intrinseca natura … dovrà essere palese a chi osserva in diretta—dovrà fare appello all’essere umano che alberga nell’osservatore.”

Ecco che da una parte si hanno rappresentazioni per modo proprio—gli oggetti visti direttamente, con un accesso all’oggetto mediante i sensi (una casa vista, un rumore sentito)— e dall’altra si hanno rappresentazioni per modo improprio, ossia non esperite ma descritte mediante linguaggio, quindi derivanti da esperienze interposte. Il censimento è fatto sulla base di rappresentazioni proprie, ma diventa una rappresentazione impropria nel momento in cui prende forma di, per l’appunto, censimento. È il problema che vive il giovane dottore che padre e figlio incontra in G: abbiamo nomi per le parti del corpo e per le malattie, ma è un insieme di nomenclature non sufficiente per capire esseri umani e malattie. La risposta che dà il protagonista è che possiamo avere solo una nomenclatura tanto affidabile quanto è affidabile il nostro stato di conoscenza, e che in tempi futuri saranno necessarie altre nomenclature, altre conoscenze per modo improprio, per descrizione e che dovremo “rinominare ogni cosa per adattarsi a un’opinione prevalente più nuova e completa.”

Il censimento di Census è un passo verso quel “profondo consenso”: si tratta di censire le diverse modalità di stare al mondo, di catturare l’essenza di cosa significa essere un essere umano, equipaggiato con la capacità di non comprendere appieno il mondo e una infinita libertà di rispondere con cattive reazioni emotive a ciò che non comprende. È un censimento che vuole capire cosa siano la compassione, la misantropia, la paura, l’altruismo, l’egoismo, la benevolenza e tutte quelle cose che legano o slegano le persone in un’umanità più o meno compatta. Per Jesse Ball i suoi testi sono più dei “depositi di pensieri” che romanzi, al loro interno cerca di dare una serie di “strumenti contro i traumi della vita,” soprattutto i traumi che possono nascere dall’incomprensione del mondo circostante. I suoi libri girano un po’ tutti attorno all’idea che ambiguità e incertezza siano il minimo comune denominatore dell’esperienza umana, e che ciò che sappiamo, non solo del mondo esterno, ma di noi stessi, nasce da una contesa tra multipli punti di vista (Husserl direbbe “intenzionalità”) che per quanto contraddittori, per quanto caotici, rappresentano quella moltitudine che nella nostra insignificante vastità tutti noi conteniamo. 

Percorsi:

  • Franz Kafka, Amerika (1927. America o il disperso, trad. it. Umberto Gandini, Feltrinelli, 1996)
  • Don DeLillo, Americana (Houghton Mifflin, 1971. Americana, trad. it. Matteo Pensante, Il Saggiatore – 2000; Einaudi – 2014)
  • Cormac McCarthy, The Road (Knopf, 2006. La strada, trad. it. Martina Testa, Einaudi – 2010)
  • Jesse Ball, Silence Once Begun (Pantheon, 2014. Quando iniziò il silenzio, trad. it. S. Travagli, Baldini&Castoldi, 2015)
  • Violetta Bellocchio, La festa nera (Chiarelettere, 2018)
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