Prime Impressioni – Ottobre 2018

prime-impressioni-ottobre-2018Prime impressioni su libri in uscita tra ottobre e novembre in America: un’antologia e due raccolte di racconti, due romanzi a loro modo sperimentali, di cui uno di un esordiente che riscrive un quasi classico, e uno di una scrittrice alla sua junior novel, nella quale usa la tecnica frammentaria e polifonica del suo libro precedente per scrivere una biografia romanzata. Infine un memoir sotto forma di saggi, o saggi che costituiscono diverse parti di un memoir, sulla religione, il transumanismo, il linguaggio e come il Midwest sta cambiando pelle. 

Laura Adamczyk, Hardly Children (FSG Originals)

cover5Esordio di Laura Adamczyk, giovane scrittrice di stanza a Chicago. I racconti qui selezionati sono racconti che descrivono quegli attimi di passaggio, quei momenti in cui finisce la pubertà e inizia la prima adolescenza, o quei momenti che fanno da cerniera tra una minore e una maggiore età. Molti racconti hanno a che fare con bambini, quindi, come vengono visti dagli adulti e come loro bambini vedono gli adulti. Non solo: accanto a questi racconti epifanici ce ne sono un paio che toccano elementi e questioni metanarrative: “Gun Control” è un testo costruito sulla famosa legge di Chekov, “se hai un fucile nel primo atto, nel terzo deve sparare,” che più in generale è un’osservazione sugli elementi extra-trama. Più o meno sulla stessa falsariga c’è “Intermission,” che mescola la storia raccontata a una storia vista al cinema nel corso del racconto, e alla fine sembra di leggere uno scarto di Night at the Movies di Robert Coover, anche nel titolo. Laura Adamczyk è bravissima a muoversi tra elementi surreali, irreali, metanarrativi, assurdi e a dare qua e là anche qualche tocco di horror senza cadere in cliché ormai abusati. 

Martin Riker, Samuel Johnson’s Eternal Return (Coffee House Press)

cover6È il debutto di Martin Riker, già co-direttore insieme alla moglie Danielle Dutton di Dorothy, a publishing project, interessante casa editrice indipendente che pubblica “opere di narrativa o quasi narrativa o sulla narrativa, per lo più di donne,” e che in una decina di anni ha pubblicato testi sperimentali come Dan di Joanna Ruocco, Creature di Amina Cain, anche tradotti come Suite for Barbara Loden della francese Nathalie Léger, e tradotti in Italia come The Wallcreepeer di Nell Zink. Samuel Johnson’s Eternal Return è in realtà una riscrittura di un vecchio testo di satira sociale del 1836, Sheppard Lee Written by Himself, nel quale l’anima rimasta viva di un uomo morto vaga di corpo in corpo e si fa testimone dei differenti strati della società americana. La cosa interessante del libro di Martin Riker sembra essere il modo in cui utilizza tecniche narrative europee, o anche brasiliane (viene in mente Memórias póstumas de Brás Cubas di Machado de Assis) per scrivere qualcosa che a un tempo trascendesse i confini del realismo americano, e si proponesse come un approccio alternativo per descrivere vizi, percorsi e variazioni della vita nell’occidente contemporaneo.

Sabrina Orah Mark, Wild Milk  (Dorothy a publishing project)

cover7E proprio da Dorothy, a publishing project proviene Wild Milk di Sabrina Orah Mark, che nasce poetessa, e come poetessa ha già pubblicato un paio di raccolte: The Babies (2004), e Tsim Tsim (2009). Proviene dal vivaio della Columbia e successivamente da quello dell’Iowa Writer’s Workshop, Wild Milk è il suo esordio nella forma breve. Si tratta di una raccolta di racconti brevi o molto brevi, qualcosa meno di una short-story e qualcosa di più di una flash fiction, con una manciata di sudden fiction di appena una mezza pagina. In realtà  la prima imbastitura dell’immaginario di Wild Milk è già presente nella prima raccolta di poesie, The Babies (che già ha un incipit killer: “The world, in spite of everything, is very over”) dove compaiono per la prima volta Walter B. e Beatrice, personaggi che poi pare ritorneranno su Walter B.’s Extraordinary Cousin Arrives for a Visit (novelletta pubblicata da sola da Woodland Edition) e quindi, sotto forma di prose-poetry su Tsim Tsim, costruito sull’idea cabalistica dello tziutzum alla base del processo di creazione. Qui su Wild Milk ritroviamo quelle  idee, e quegli spunti abbozzati nei testi precedenti, ma in un contesto più maturo e coeso, vicino ai racconti di Donald Barthelme e di Robert Coover o alle recenti ibridazioni tra fiaba e narrativa di Amelia Gray o Sarah Shun-Lien Bynum. Su Wild Milk elementi fiabeschi e favolistici si mescolano con elementi surreali e assurdisti non lontani dall’ironia amara di Beckett, con personaggi che si chiamano Poesia o Louis C. K. Il racconto “Tweet” è forse la migliore rappresentazione della vita ai tempi dei social. Una delle cose più interessanti e nuove dell’anno.

Meghan O’Gieblyn, Interior State (Anchor)

cover3Un saggio sotto forma di memoir, o un memoir che è anche raccolta di saggi su un tema, della giornalista Meghan O’Gieblyn: nata e cresciuta evangelica, ha perso la fede e ha riscoperto una nuova, strana forma di cristianesimo nel transumanismo.  In un recentissimo articolo del New Yorker, si osserva come l’America abbia ancora mantenuto una fastidiosa antipatia per l’ateismo e di come si continui a seguire il precetto di John Locke secondo cui un ateo non possa essere un buon cittadino. Meghan O’Gieblyn nei suoi saggi/memoir mostra quanto sia difficile per uno scrittore abbandonare la fede se resta legato al linguaggio religioso, come possa e debba cambiare la cultura di riferimento se cresci leggendo Wittgenstein e ascoltando musica punk, snodi che ti portano a maturare uno sguardo dissidente sulla tua cultura di appartenenza, e soprattutto lega tutto a quel Midwest in decadenza (qui tra Muskegon, Michigan, e Madison, Wisconsin) che, se non il cuore, è almeno il sistema respiratorio dell’America per come la conosciamo. Per certi versi sembra un libro gemellato con i racconti di Certain American States di Catherine Lacey, nei quali c’è in filigrana lo stesso affresco rassegnato di uno scenario in perenne smarrimento.

AA. VV. (a cura di Roxane Gay), Best American Short Stories 2018 (Houghton Mifflin)

cover4Come ogni anno anche quest’anno esce l’antologia che dovrebbe rappresentare il certificato di sana e robusta costituzione dell’arte del racconto, questo sconosciuto qua in Italia (anche se poi ci sono raccolte di racconti che pare vadano bene). Quest’anno a selezionare i venti racconti è Roxane Gay, e forse c’era da aspettarsi o forse da temere che scadesse anche lei in una lista da “Scuola del risentimento” in stile Freeman. Invece no. C’era da aspettarsi una raccolta political- e social-oriented, una lista che prendesse in considerazione i cambiamenti che stiamo vivendo in questi anni che hanno tutto l’aspetto di essere epocali: ecco questo sì. Trump in America e una destra che sta avanzando in gran parte del mondo occidentale, flussi migratori sempre più intensi, riscaldamento globale e conseguente negazione di un riscaldamento globale: tutte cose che hanno innescato riflessioni anche in chi per mestiere produce narrativa. Soprattutto, in questa edizione Roxane Gay ha voluto selezionare racconti che mostrassero come contenuti (politici, sociali, filosofici, o di qualunque altro tipo) non siano un intralcio al risultato estetico, e anzi, ne rappresentino un completamento, seguendo una convinzione di Achebe, citato nell’introduzione. Tra i racconti ci sono alcune “vecchie” conoscenze italiane (Emma Cline, Cristina Henriquez, Ron Rash) e nuove interessanti voci americane (Kristen Iskandrian e Jamel Brinkley). C’è anche un’appendice che elenca una serie di racconti rimasti fuori ma degni comunque di nota tra cui: T. C. Boyle, Chimanda Ngozi Adichie, Lauren Groff, Ben Marcus, Carmen Maria Machado e anche “Cat Person” di Kristen Roupenian che data l’accoglienza che ha avuto c’era da aspettarsi di vedere tra i venti racconti selezionati.

Louisa Hall, Trinity (Harper)

cover2Louisa Hall ha una laurea a Harvard, un PhD in letteratura conseguito all’Università del Texas, è stata giocatrice professionista di squash, è stata allieva di Seamus Heaney, ha studiato biologia e medicina e ha lavorato in un laboratorio di ricerca. Il suo primo romanzo era una riscrittura/riadattamento di Persuasion di Jane Austen, il suo secondo romanzo Speak (Ecco, 2015), era un racconto polifonico che trattava i temi dell’intelligenza artificiale (una delle voci narranti era quella di Alan Turing), memoria e mortalità, linguaggio e umanità. Questo Trinity sembra avere la stessa struttura: un racconto a sette voci frammentarie da ricostruire in un tutto che dovrebbe ridisegnare la figura di J. Robert Oppenheimer. Troviamo una spia, un militare in servizio a Los Alamos, un vecchio accademico arteriosclerotico, una segretaria con un disturbo alimentare, un giovane studente, una giovane giornalista reduce da un matrimonio fallito, e una donna reclusa nell’isola di St. John. Con i loro occhi fittizi Louisa Hall dovrebbe interpolare una biografia romanzata di Oppenheimer, un genere che in America che gode di una discreta salute—da Blonde di Joyce Carol Oates agli esperimenti di T. C. Boyle (The Road to Wellville, The Women) ai recenti Jerzy di Jerome Caryn e Isadora di Amelia Gray. Di simile in Italia ci sono alcune cose di Filippo Tuena (Le variazioni Reinach e Memoriali sul caso Schuman)

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