Il vecchio e le barche. “The Boatbuilder” di Daniel Gumbiner

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Daniel Gumbiner, The Boatbuilder (McSweeney – 2018)    —   Il costruttore di barche, trad. it. Vincenzo Perna (Lindau, 2019)

Su Book of Numbers Cohen riesce a definire in modo forse anche eccessivamente esaustivo il mondo creato dalle nuove tecnologie di informazione e comunicazione. Una di queste definizioni, particolarmente azzeccata, è quella che vede il mondo iperconnesso come la cosa “che tutti usano per trovare chiunque, orari dei film, tutorial su come riparare la TV, è questo un herpes? Quanto pesa Gisele Bündchen.” Internet è un’interfaccia che si sovrappone al mondo reale e ne collega le parti più intime e nascoste, e è diventato il mezzo che usiamo per imparare qualunque cosa ci serva o ci interessi sapere. 

I catastrofisti vanno oltre, si lanciano in ermenutiche ardite e traggono la conclusione che questo comporti la fine di ogni professionalità e con essa, la fine di ogni manualità. Deleghiamo ad altri tutto quello che possiamo delegare, passiamo il tempo sui videogiochi e ora anche sui social invece di impiegarlo per osservare il mondo reale e imparare a fare le cose con le mani, nel vecchio modo rigidamente empirico che alterna prove, errori e riprove. Con questo abbiamo perso l’attenzione nelle cose.

The Boatbuilder, libro di esordio di Daniel Gumbiner, californiano, laureato a Berkley classe 2011, già editor di The Believer e McSweeney, dove è stato editor per l’edizione americana di Mis documentos di Alejandro Zambra e per il numero di McSweeney dedicato alla letteratura noir ispano-americana (la cerchia è quella di Eggers, e putroppo si nota subito), ora residente in Nevada, parte proprio da queste premesse non dette.  Incontriamo Eli “Berg” Koenigsberg fare irruzione in una casa vuota di Talinas, cittadina finzionale pensata nella California del Nord, in cerca di antidolorifici o altri farmaci da usare come droga. Scopriremo che quella prima casa è la casa di Alejandro Vega, un anziano falegname che costruisce barche e che sarà il secondo elemento focale della storia. Berg ha ventotto anni, ha lasciato un lavoro d’ufficio in un’azienda di San Francisco, la Cleanr, che produceva e vendeva anti-virus, ha subito una commozione cerebrale in seguito a uno stupido incidente e per colpa di quella commozione cerebrale, o per colpa di medici troppo zelanti che lo hanno curato con una dose eccessiva di antidolorifici, ha sviluppato una dipendenza da oppioidi dalla quale sta cercando di guarire, e si trova a Talinas a fare da house-sitter nella casa della madre di un’amica della fidanzata Nell. 

Gli ingredienti ci sono un po’ tutti: la società là fuori ha sposato la filosofia Stay Foolish Stay Hungry, ti uccide di ambizione e competizione, se stai male ti cura con antidolorifici che ti procurano un male più grande di quello che mandano via e a te non resta che ricalibrarti, uscire dalla società dei morti viventi, “tutta spazzatura e rumore e uomini con i capelli pieni di gel,” “un mucchio di api operaie con l’abito” e entrare in una specie di comune, “alla verità delle cose” e “vivere una vita di salute e esercizio e aria fresca.”

E Talinas (città fittizia costruita sul modello di Marshall nella Contea di Martin in California) ha tutto l’aspetto di una comune, per i suoi abitanti “lasciare la baia era una cosa grossa. Si riferivano a qualunque cosa si trovasse fuori dalla città come “là fuori,” e andare là fuori era in generale ritenuta cosa indesiderabile e infausta.” “Molte persone nella Contea di Muire [leggi Martins] credevano che, se vivevi a Talinas per un po’ di tempo, diventavi inevitabilmente pazzo. Dicevano che prima che la città venisse costruita, i nativi locali usavano la terra per fare cerimonie per comunicare con gli spiriti del mondo. Nessuno doveva vivere lì, o altrimenti sarebbe diventato uno spirito.”

Città simil-hippie anche nei personaggi che vi  vivono,  ai limiti tra il parodistico e il macchiettistico, ma comunque personaggi che sembrano ricamati su modelli funzionali televisivi: tra ex-tossicodipendenti neanche tanto ex, aspiranti poeti che sono entrati e usciti da sette e strani tipi convinti di essere venusiani Berg è visibilmente fuori posto. Un borghese appena realizzato nella vita, che ha passato l’infanzia a giocare a Quest e l’adolescenza tra college e droga, figlio di buona famiglia ma che, alla soglia dei trent’anni, nonostante i risultati più che ottimi al college e le promesse che ne derivano, si accorge di non aver combinato nulla nella vita. Il periodo sabbatico per disintossicarsi è una sua personale storia di formazione: Berg con i suoi ventisette anni supera di almeno dieci anni l’età di un protagonista tipo di un romanzo di formazione tipo, ma alla soglia dei trenta ha l’età perfetta per essere il protagonista di un romanzo di Ri-Formazione, dove cioè, arrivati a un punto di saturazione e di non ritorno, si sente il bisogno di riformarsi, di ritornare a una forma perduta e rimpianta. 

Così dopo aver dovuto imparare la vita nelle “terre selvagge,” tra galline e  coyote e cani pigri, dopo aver lavorato per un breve periodo come skipper in un noleggio barche, Berg incontra Alejandro Vega (disegnato su Bob Darr, un autentico costruttore di barche che Gumbiner ha frequentato proprio a Marshall), il deuteragonista e ostetrico dell’anima che lo inizierà al percorso di ripurificazione. Una specie di Santone di Talinas “parte cileno, parte hawaiano e parte qualcos’altro,” cresciuto tra Tahiti e la California, antropologo di diventare falegname e costruttore, Alejandro Vega aveva vissuto in Messico e studiato la struttura della società matriarcale della civiltà Zapoteca, e soprattutto è il tipo di persona che dice cose del tipo: “Gli americani sono strani. Danno cose insondabili, come stare nel traffico. Questa per me è evidenza di una psicosi di massa, tutta quella gente ferma nel traffico. Ma le funi delle navi americani sono bellissime  e pratiche” e che scrive un pamphlet su tutti i tipi di legno per costruire le barche e lo chiama “A Study of the Trees in Talinas: With a Focus on Milling, With a Special Focus on Milling for Boatbuilding.” 

Berg inizia a fargli da apprendista, e la prima e forse unica cosa che apprende, è per l’appunto, ad avere apprensione: a fare attenzione alle cose, fin nei minimi particolari, a riconquistare quell’attenzione che una vita passata nel mondo dei contemporanei della fine del mondo è stata compromessa se non distrutta dall’abitudine a andare sempre troppo di fretta, a “distaccarsi troppo dalle circostanze e dalle condizioni dell’ambiente immediatamente circostante” e di “trattare la terra con indifferenza e noncuranza.” Berg impara a costruire le cose, e inizia a imparare a costruire e a manutenere gli oggetti che servono a costruire le cose, solo che non c’è più google, non c’è più l’assistente virtuale che ci dice cosa fare e come: c’è l’esperienza che si paga in tempo e in attenzione.

Fare le cose come contrapposizione alle cose già fatte, pronte per essere usate e consumate, ma anche il fare non come elemento per creare merci, ma via per raggiungere una piena e attenta consapevolezza del mondo e di se stessi. La cerchia di Eggers e degli Eggers-iformi si respira in tutta la sua fragranza, l’Eggers degli ultimi libri sporcati un po’ di new-age e umanismo spicciolo. Su The Boatbuilder non si ha un vero e proprio luddismo tecnologico, ma non si è molto distanti: per tutto il libro c’è una costante demarcazione, una frapposizione tra il mondo come lo conosciamo e una vita autentica per autocertificazione. Il risultato non è molto più di un compitino ben fatto, con qualche situazione forzata di troppo, alcuni personaggi a sprazzi divertenti, ma in modo cinematografico e televisivo, e in generale con poca originalità su un tema ormai abusato: un giovane uomo entra in crisi di identità con la sua società e ritrova se stesso e il suo posto nel mondo grazie al lavoro manuale. Più un sacco di Percocet Lortab e altri farmaci psicofarmaci. La stessa cosa, fatta molto meglio, la troviamo per esempio su My Year of Rest and Relaxation di Ottessa Moshfegh, dove la frattura fra società che abbiamo creato e non riusciamo più a controllare e moti di ribellione alternativi e creativi è insieme meno stereotipata e più estrema. Qui si ha l’effetto di riscrittura riadattata ai tempi moderni di un Walden, ma anche un The Old Man and the Sea per ripetenti del Bildunsroman, dove al posto del vecchio pescatore che dice “Sono un vecchio strano” c’è un anziano costruttore tuttofare semi-guru che dice “Presto tu sarai vecchio come me…” che spesso si comporta come un redivivo Mr. Miyagi: dai la cera togli la cera, affila gli scalpelli usa gli scalpelli. Misura due volte taglia una volta. Hai solo bisogno di tornare in questo mondo, alla verità delle cose.  

Percorsi:

Ernst Hemingway, The Old Man and the Sea
H. D. Thoreau, Walden
Dave Eggers, Sacramento
Dave Eggers,Your Fathers, Where Are They? And the Prophets, Do they Live Forever?
Ottessa Moshfegh, My Year of Rest and Relaxation

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