“The Friend” di Sigrid Nunez

9780735219441
Sigrid Nunez, The Friend (Riverhead – 2018; L’amico fedele, trad. it. Stefano Berretta,  Garzanti, 2019) 

The Friend è il sesto romanzo di Sigrid Nunez, autrice poco nota, o almeno non abbastanza nota visto il suo già nutrito curriculum: redattrice alla New York Review of Books, docente a Amherst, Princeton e Columbia, attualmente nella longlist per il National Book Award. The Friend è il primo romanzo dopo Sempre Susan, una biografia su Susan Sontag, sua mentore e maestra. In realtà era molto più di una biografia: era una vera e propria introduzione a Susan Sontag anche se spesso assumeva la forma di un memoir: Sigrid Nunez ha addirittura vissuto insieme a Susan Sontag negli anni settanta, e per un periodo ha frequentato il figlio Dave Rieff.

The Friend riprende molte delle idee contenute su Sempre Susan, e per certi versi può essere letto come una sua versione romanzata e contiene l’applicazione di molte idee e preoccupazioni che Susan Sontag aveva riguardo l’arte, la scrittura, e il rapporto tra realtà della vita vissuta e racconto. In molte parti del libro sembra emergere l’idea che la scrittura e il mestiere dello scrittore sia una vocazione che richiede sacrifici (idea qui ricondotta anche a Natalia Ginzburg e a George Simenon e Edna O’Brien), soprattutto in un’epoca in cui quell’idea viene continuamente messa in crisi e in discussione da un crescente esercito di fabbricatori di trame e di stilisti di frasi. Alla fine del libro poi ritorna l’idea che “scrittura e fotografia probabilmente distruggono più passato di quanto ne salvino. E così può accadere: quando scrivi di qualcuno che hai perso…potresti in realtà seppellirlo una volta per tutte,” idea che riecheggia quanto la Sontag diceva sulle fotografie che, se da una parte erano “un modo di certificare un’esperienza” dall’altro erano anche “un modo di rifiutarla” (On Photography).

The Friend è il resoconto di come una Narratrice, scrittrice più o meno affermata, affronta il suicidio di un suo vecchio caro amico, collega scrittore e suo mentore. La Narratrice accetta di prendere in custodia il cane dell’amico morto, Apollo, un alano arlecchino vecchio e artritico nei suoi ultimi anni di vita e che finirà per devastarle l’appartamento newyorkese di 150 metri quadri e metterla a rischio di sfratto. Nonostante questi problemi l’alano sarà anche fonte di gioie, di più o meno felici malinconie e di una serie di meditazioni sulla perdita, il dolore, il cordoglio, la memoria e soprattutto la letteratura come veicolo per creare ricordi e per elaborare e superare dolori. Un realtà The Friend non è la storia di un rapporto tra un cane una nuova padrona suo malgrado, sul modello, per certi versi, di Timbuktu di Paul Auster. Il cane rimane quasi sempre sullo sfondo, un compagno silenzioso che fa da contrappunto a una serie di riflessioni randagie sulla vita, sulla morte e sul dolore.

Tutto il libro è un monologo interiore in prima persona che si rivolge a un tu, dando l’illusione di una scrittura in seconda persona. Il tu oggetto dei monologhi della Narratrice è ovviamente l’amico morto, anche se alcune volte il monologo si rivolge verso il cane e spesso tutto assume la forma di un dialogo senza risposta. Qua e là, anche per il tema che tocca, ricorda The Year of the Magical Thinking, di Joan Didion, e inizialmente paga qualche gradevole somiglianza con le atmosfere di Wittgenstein’s Mistress di David Markson, con gli stessi meditabondi riferimenti a annedoti curiosi di persone note. Per esempio :

Passeggiando con Samuel Beckett una splendida mattina un suo amico gli chiese, Una bella giornata come questa non ti tende felice di essere vivo? Non arriverei a tanto, dispose Beckett.

Oppure: 

e non fosti tu a raccontarmi che una volta Ted Bundyt un volta si fece installare un telefono collegato a un centro per la prevenzione del suicidio? Ted Bundy. Pronto. Il mio nome è Ted e sono qui per ascoltare. Parla pure. 

Il tono si assesta presto in altra direzione, e si fa asciutto, efficace, colloquiale ma non invadente, a volte professorale e sempre elegante. C’è un libro recente, anzi pubblicato nello stesso mese in cui è stato pubblicato The Friend, che può essere un involontario paragone: Aymmetry di Lisa Hallyday. Lì l’autrice costruisce un cortocircuito tra meta- e auto-fiction per parlare di ambizione, identità, rapporto tra vita vissuta e racconto. Qui, e per fortuna, non c’è traccia di giochettini, di prestidigitazioni autoriali, gimmick metanarrativi. È tutto spiegato, piano, raccontato sotto la luce del sole, e anche se c’è un espediente narrativo, che che verrà spiegato negli ultimi due capitoli, c’è sempre una tensione tra biografia e meta-romanzo: l’amico morto suicida resterà senza nome, come resteranno senza nome le sue tre moglie e senza nome resterà la Narratrice, ma dal modo in cui viene descritto sembra un esponente dei Great Male Narcissist (Mailer, Updike, Roth) di cui ha parlato anche Wallace:

la promiscuità è stata sempre una seconda natura per te… e dato il tuo aspetto, le tue capacità oratorie, il tuo accento da BBC e il tuo stile disinvolto, non facevi fatica a attrarre le donne da cui eri attratto.

E il ritratto del fallocrate Bianco Maschio Narcisista va avanti: il “tu” è uno “scrittore per scrittori” che pensa che vendere più di tremila copie sia svendersi, che aveva convinto folle di studenti adoranti che un giorno avrebbe vinto il nobel, che ha avuto flirt con sue studentesse, che ha avuto tre mogli una più giovane dell’altra, che ha ricevuto un richiamo per molestie sessuali dal college dove insegnava perché aveva l’abitudine di chiamare con vezzeggiati le sue studentesse, e che soprattutto, che si è suicidato perché, come diceva sempre, pouttosto che un romanzo preferiva “avere una novella per vita” e vedeva l’invecchiamento come “una castrazione al rallentatore.” Insomma, il pacchetto completo del fallocrate  mescolato con un pizzico di #metoo.

La creazione di questo personaggio, morto prima dell’inizio del libro e poi fatto resuscitare sotto forma di ricordi e spezzoni di dialoghi passati durante le poco più che duecento pagine, serve da innesco per una serie di riflessioni, oltre che sulla morte e sul lutto, sulla fedeltà e sull’umanità. A un certo punto la Narratrice osserva come per gli aborigeni “i cani hanno reso umane le persone.” Un cane è fedele al suo padrone oltre ogni limite possibile, non conosce infedeltà, non conosce risentimento, non ha una concezione della morte.  Viene accennata la storia di Hachikō, quella di Fido, o altre storie che mostrano come in generale i cani siano fedeli anche a padroni crudeli. Viene da chiedersi se non sia così anche fra esseri umani, spesso uniti da legami di perdono e compassione anche a persone di dubbia moralità. Per tutto il libro vengono tratte citazioni, riferimenti, esempi da opere letterarie e non: da Milan Kundera, da Disgrace di Coetzee, usato spesso come parallelo tra il “tu” morto e il “lurido” David Lurie, ci sono riferimenti a von Kleist che si suicida insieme alla fidanzata, a Rilke, ma anche ai film Lilya-4-Ever e White God e al memoir My Dog Tuilip di Ackerley. Si cerca di mostrare il potere del racconto, scritto i filmato, e la sua capacità di spiegare vita e morte e contraddizioni umane.

Alla fine c’è la sensazione che questo sia un libro per scrittori, o per lo meno un libro per lettori forti curiosi dei meccanismi dell’artigianato narrativo. Molte parti del libro hanno per tema i limiti e le estensioni della scrittura come mezzo di comunicazione, e viene denunciata e  per certi versi ridicolizzata la perdita di profondità delle ultime generazioni di aspiranti scrittori, come OP, acronimo per Outstanding Promise, una giovane collega della Narratrice che aveva venduto il suo primo romanzo, la tesi di laurea, prima ancora di finirla, e il secondo prima ancora di scriverlo, e poi una volta ricevute critiche positive e nessun riscontro di pubblico, ha avuto un esaurimento nervoso che l’ha portata a rinchiudersi nell’insegnamento e nella meditazione buddhista. O la foga solipsistica e ultranarcisistica degli studenti di scrittura, talmente ossessionati dalla realtà che scrivono cose finte perché sembrino vere e non vogliono leggere quello che hanno scritto gli altri, ma solo che gli altri leggano quello che scrivono loro di se stessi, dimenticando che se nel mondo tutto diventa scrittura, è come se non lo fosse niente. 

Percorsi:

 Joan Didion, The Year of Magical Thinking
Paul Auster, Timbuktu

David Markson, Wittgenstein’s Mistress
Amelia Gray, Isadora
J. M. Coetzee, Disgrace
J. R. Ackerley, My Dog Tulip

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