Uccidi i tuoi idoli – “Destroy All Monsters” di Jeff Jackson

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Jeff Jackson, Destroy All Monsters (FSG – 2018). Trad. it. prossimamente per Sem.

È attribuito al monaco buddhista Linji Yixuan l’ormai famoso monito “se incontri un buddha, uccidi il buddha, se incontri un patriarca uccidi il patriarca, se incontri un arhat uccidi l’arhat, … solo così raggiungerai la tua libertà.” È un invito a disfarsi di ogni forma di legame e un invito all’emancipazione. A livello di prassi artistica quel monito è diventato due cose: da una parte simbolo di un affrancamento da modelli che si sono assimilati, dall’altra una forma di iconoclastia che distrugge ogni forma di “attaccamento” e quindi ogni forma di ingordigia, di sedimento, di tensione all’accumulazione di qualcosa che è terreno. Kill your Idols è diventato uno slogan del periodo punk, è nome di una band hardcore di qualche anno fa, il titolo di uno dei primi Ep dei Sonic Youth e il titolo di un film-documentario proprio sulla scena punk, new- e no-wave newyorkese. Il monito Kill your Idols sembra essere anche alla base di Destroy All Monsters, secondo romanzo di Jeff Jackson, già autore teatrale, già autore qualche anno fa di quel Mira Corpora (Two Dollar Radio, 2013), “romanzo di formazione per chi odia i romanzi di formazione” che destò l’attenzione, tra gli altri, di Sua Maestà Don DeLillo. 

Destroy All Monsters è una rock novel, proprio come lo era Great Jones Street di DeLillo (Houghton Mifflin, 1973), e come lo sono stati, in tempi più o meno recenti, Stone Arabia di Dana Spiotta (Versioni di me, trad. it. Francesco Pacifico, Minimum Fax), A Visit from the Goon Squad di Jennifer Egan (Il tempo è un bastardo, trad. it. Matteo Colombo, Minimum Fax), Ten Thousands Saints di Eleanor Henderson (Diecimila santi, trad. it. Vanessa Valentinuzzi, Giunti), e questo stesso anno Palaces di Simon Jacobs (Two Dollar Radio). E Destroy All Monsters è una rock novel anche nel formato: un lato A—intitolato “My Dark Ages,” come la b-side di “Street Waves” dei Pere Ubu—e un lato B—intitolato “Kill City,” come un album di Iggy Pop—che per leggere devi fisicamente ribaltare il libro, come se fosse un vecchio disco su vinile. È composto da capitoli più o meno brevi, pensati forse come tracce di un disco, e ha due copertine, o una copertina e un retro-copertina, che richiama molto l’iconografia della scena punk/hardcore/nowave newyorkese che da inizio anni ’80 arriva fino ai presidi garage e lo-fi dell’altro ieri e di oggi. I due lati sono due novelle, o una novella e un racconto, con “Kill City” sensibilmente più corto, che racconta alcune retrospettive della storia contenuta nella prima parte, e come un lato b di un singolo è il luogo che contiene “le canzoni dove i gruppi rock nascondono i loro segreti.” 

Ma dicevamo degli idoli e di come vadano uccisi. Destroy All Monsters inizia in medias res, con la descrizione del primo evento scatenante, quando un novello Mark Chapman, un misterioso ragazzo con un cappello blu, spara e uccide i musicisti di una band che si stava esibendo in un locale, sotto gli occhi allibiti di un pubblico di accoliti smarriti. Questo primo episodio è il paziente zero di un’epidemia (nel libro viene proprio chiamata così) di omicidi e attentati che hanno per bersaglio rockstar, aspiranti rockstar, band e gruppi vari.  La storia segue Xenie,una twentysomething goth-girl che frequenta locali alternativi sul modello del CBGB dei tempi che furono, Shaun e Florian, ragazzi di estrazione borghese con velleità da musicisti, e una serie di personaggi secondari che orbitano attorno a questi tre in una galassia di locali punk, gruppi di rock sperimentale e una metropoli in decomposizione dai sapori distopici. I protagonisti si chiedono cosa abbia attivato il primo assassino, quale sia stata cioè la fiamma da cui è divampata l’epidemia che si sta allargando a macchia d’olio. Stiamo assistendo a una pandemia di serial killer, tra Oregon, Ohio, New York, Florida, una proliferazione di assassini di varia natura: “l’assassino con la barba e il coltello da caccia. L’assassino col cappotto nero con la semiautomatica. L’assassino con i dreadlock con l’esplosivo dentro lo zaino. Il trio di assassini con i passamontagna bianchi,” e tutti procedono “senza fanfara. Entrano nel locale, prendono le armi e iniziano a sparare,” ma quale sia il motivo per quelle stragi seriali rimane un mistero. 

O meglio: il motivo di quelle stragi seriali più che un mistero rimane un segreto di Pulcinella. Fin dai primi capitoli Jeff Jackson insiste molto su un punto, e chiarifica l’estensione della metafora portante del libro: da una parte “molti dei musicisti e delle band locali hanno scarsa ambizione, standard molto bassi, pessimo gusto. Le band che una volta sfuriavano su e già per il palco e impressionavano le masse ormai si sono tutte sciolte,” dall’altra, e causa anche di quell’abbrutimento, c’è una cultura sempre più dominata da un eccesso di informazioni e da un eccessivo accesso a una quantità di informazioni non più controllabile. Ormai, nel libro di Jackson come nella realtà che viviamo ogni giorno, la musica è diventata un oggetto di consumo, un diversivo che si è ridotto a puro rumore bianco con un rapporto signal-to-noise molto basso:

«Accumulavo sul mio computer tutta la musica che potevo, ma poi raramente l’ascoltavo. Capii che avevo più piacere ad ammassare file che a sentirli. Passavo ore e ore a ricercare l’intera discografia di un artista, e poi me la dimenticavo lì sopra per mesi. Quando poi riuscivo a mettere su gli ultimi dischi comprati non sembravano che blande distrazioni. Mi era difficile tornare a credere che tutto quello contasse qualcosa. Ancora peggio: nemmeno la mia musica preferita riusciva più ad avere una qualche influenza si di me, era un piacere completamente eroso dal mondo circostante.»

A ben vedere quello che erode il piacere della musica, quello che ne distrugge il significato, non è la facilità di accesso che ci è data dalla tecnologia, ma il fatto che quella informazione la subiamo senza addomesticarla, la ingeriamo senza digerirla e metabolizzarla, la banalizziamo in un oceano di eccesso, e “ora la musica non ha più neanche un suono. Le melodie sono indistinguibili dal drone del motore, dallo stridore dei pneumatici, il sibilo del vento. I rumori che soffocano il mondo.” Quegli “zombie killers,” come vengono poi definiti gli assassini nel libro per sottolineare il grado di catatonia e di anestesia che hanno raggiunto, sono forse dei “veri fedeli in cerca di qualche ideale che riescono a sentire ma non a definire. Forse rappresentano la vera essenza del pubblico,” e sono quindi semplicemente dei fan, nel senso che quella parola aveva nell’era appena passata e uccisa dall’epoca del flusso di informazioni forzato. Quell’epidemia assume così le sembianze di una pulizia, un’inizializzazione totale, una reazione a un mondo dove “c’è troppa musica senza vitalità che continua a riprodursi” e che “sta inquinando ogni cosa. Queste band stanno avvelenando qualcosa che una volta aveva un significato… la loro musica è veramente tossica. Nessuno vuole parlare delle band che sono state colpite, ma molte erano veramente pessime.” 

In quest’era dell’informazione forzata, dove il successo si misura in tweet, like e visualizzazioni, dove tutto deve diventare intrattenimento volatile e liquido, dove l’esibizionismo degli anni ’80 è diventato un onnipresente presenzialismo vuoto e sterile, viene da reagire pensando che “non tutto deve essere una performance… Ecco cosa ha rovinato la musica. Ecco perché è iniziata l’epidemia.”  Ormai ogni concerto, ogni singolo evento deve diventare un meta-evento da qualche altra parte, un’interpretazione interpretabile di un fatto non più circoscrivibile e afferrabile. Si è creato il bisogno di commentare e condividere ogni istante di vita vissuta, e quando un pubblico assiste a un qualunque evento si è continuamente distratti dal display di uno smartphone. 

Sono preoccupazioni che nascono da quelle che aveva DeLillo su White Noise, che a loro volta nascevano, almeno parzialmente, da quelle del Guy Debord de La società dello spettacolo (non a caso qui citato in un esergo), e che avrà, per certi versi, anche il Ben Marcus di The Flame Alphabet, che evidenzierà l’importanza del significato di un messaggio in un’epoca in cui già l’eccesso di traffico di informazioni genera rumore. Ed è la stessa preoccupazione che sta avendo in questi stessi anni Joshua Cohen. In un intervento di qualche anno fa Cohen osservava come ormai la cultura sembri nascere dal nulla e accumularsi senza limiti di sorta su qualunque dispositivo. Ma “la cultura deve essere pagata, se non con denaro o elogi, almeno con tempo e attenzione… Il costo di una cosa è la cura che gli dai […] puoi scaricarti milioni di libri ma non saranno mai tuoi se non li leggi. Le canzoni non sono canzoni se non le ascolti… I canoni non sopravvivranno, non potranno evolvere se la memoria che li anima è la ROM del tuo computer e non la tua.” Le stesse preoccupazioni animano un po’ tutti i saggi contenuti nella raccolta intitolata (programmaticamente) Attention. Dispatches from a Land of Distraction e che descrivono quella Democrazia della Distrazione, dove la sempre più estrema velocità della sempre più massiccia mole di informazioni che ci investe quotidianamente, finisce per rendere opaca la nostra stessa presenza nel mondo. Ora “ci limitiamo a scrollare una galassia di informazioni su uno schermo, clicchiamo su like, clicchiamo su dislike, e in generale ignoriamo tutto ciò che non siamo capaci di assimilare efficacemente. I pericoli della nostra impazienza sono ovvi: nessuna profondità.” Il mondo che abbiamo creato in questo modo è  un mondo in cui usiamo frasi brevissime per catturare un’attenzione da distrarre, riempiamo i vuoti con muzak ripetitiva e gli spazi con brutte fotografie abbellite dalla cosmesi di qualche filtro per mantenere distratta quell’attenzione: “una terra dove tutto sembra virtuale, perché tutto è stato riimmaginato per distrarre” e dove la tecnologia ci ha reso tutti più inaffidabili.

Se Destroy All Monsters riesce a catturare lo spirito di questa Democrazia della Distrazione, a denunciarne gli eccessi, e a indicare una possibile e plausibile via di fuga iconoclastica ma non luddista, che consista in una rieducazione all’attenzione, fallisce nel legare a questa struttura portante i tanti altri simbolismi che si intrecciano e concatenano con questo. Ci sono molte scene silvestri, il canto degli uccelli, in una serie di deliziosi bozzetti posti strategicamente come intermezzi tra i capitoli, una scena di caccia, riferimenti ai canti funebri, alle ninnananne, al significato primordiale che avevano musica e canto, il tribalismo che rivive in certa idolatria musicale, come una sorta di rituale rivisitato. Tutti questi altri livelli sono costruiti su palafitte precarie, un po’ incerte e insicure e più che contribuire a disegnare e creare un mondo, ne sfumano i contorni rendendolo confuso e caotico. La stessa struttura del libro appare sbilanciata: la prima parte poteva essere snellita, sfoltita da qualche ripetizione di troppo e amalgamata meglio con la seconda. Il libro però non perde potenza e freschezza: per quanto frammentario, ti investe con schegge di informazioni che devi pazientemente ricucire insieme, in una sorta di contrappasso alle lusinghe della distrazione imperante, e rileggere con cura e attenzione, un pezzo alla volta, o in ordine diverso, proprio come si faceva con le tracce di un disco quando i dischi erano fatti di qualcosa e non di byte. 

Jeff Jackson, Destroy All Monsters (FSG – 2018). Prossimamente Sem.

Percorsi:

  • Don DeLillo, Great Jones Street (Houghton Mifflin, 1973. Great Jones Street, trad. it. Marco Pensante, Il Saggiatore, 2004 – Einaudi, 2009)
  • Jennifer Egan, A Visit from the Goon Squad (Knopf, 2010. Il tempo è un bastardo, trad. it. Matteo Colombo, Minimum Fax2011)
  • Dana Spiotta, Stone Arabia (Scribner, 2011. Versioni di me, trad. it. Francesco Pacifico, Minimum Fax, 2013)
  • Eleonor Henderson, Ten Thousands Saints (HarperCollins, 2011. Diecimila santi, trad. it. Vanessa Valentinuzzi, Bompiani, 2016)
  • Teddy Wayne, The Love Song of Johnny Valentine (Free Press, 2013. La ballata di Johnny Valentine, trad. it. Chiara Baffa, Minimum Fax, 2014)
  • Fabio Viola, Diva futura (Indiana, 2014)
  • Simon Jacobs, Palaces (Two Dollar Radio, 2018)

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