Di cosa parliamo quando parliamo di indiani. “There There” di Tommy Orange.

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Tommy Orange, There There, Doubleday, 2018 (Non qui, non altrove, trad. it. Stefano. Bortolussi, Frassinelli, 2019)

Accolto come un capolavoro già prima che uscisse, a tutt’oggi uno dei libri più chiacchierati, comprati, letti, discussi degli ultimi mesi in America, inserito nella longlist per il National Book Award e probabile vincitore, There There di Tommy Orange ha ormai una fama ben superiore ai suoi reali meriti, che comunque sono molti.

Tommy Orange è un giovane scrittore nato e cresciuto a Oakland, di madre americana e padre di origini Cheyenne Arapaho, è uno dei primi frutti dell’Institute of American Indian Arts di Santa Fe (NM), un istituto che da qualche anno offre un programma di studi letterari indiano-centrico e che vorrebbe innescare una New Wave of Native American Literature, dopo la prima grande ondata—quella che da Scott Momaday e Leslie Silko arriva fino a Louise Erdrich. In realtà l’istituto esiste dai primi anni sessanta, ma è solo dal 2012 che è attivo l’MFA, sotto la guida di Sherman Alexie, sotto forma di un corso Low Residency, o Low Rez (gioco di parole tra Residency e l’abbreviazione Rez per Reservation), che prevede un periodo di otto giorni di corsi intensivi due volte all’anno e il resto del tempo da passare a casa, a leggere, frequentare conferenze, scrivere e quant’altro. Si tratta di una zona franca contro una certa presunta omologazione della scena letteraria (e culturale in generale) ma anche un esempio di cultura del risentimento di cui sono pieni certi recenti canoni prematuri. Poco prima di There There di Tommy Orange era stato già pubblicato il memoir Heart Berries di Terese Mailhot, altra autrice uscita dall’IAIA che non ha tardato a criticare il predominio della “voce poetica” sbiancata e scolastica dominante e a sottolineare come all’interno dell’IAIA sebbene tutti siano molto competitivi, nessuno usi quel termine perché “alla IAIA dire che sei ‘competitvo’ significa entrare nelle logiche dell’ideologia capitalista bianca di cosa dovrebbe essere un MFA.” Altro parto dell’IAIA è Billy-Ray Belcourt, giovane poeta nato e cresciuto a Driftpile Cree, una delle Prime Nazioni nella parte settentrionale della provincia di Alberta in Canada, al confine col Montana. Tutti e tre sono diversi esempi di una nuova cultura nativa in tre campi distinti (romanzo, memoir, poesia) che però più che arricchirsi con un confronto con altre culture, tendono a rinchiudersi in un’autocelebrazione onesta e fiera ma che rischia di rendersi sterile per eccesso di opposizione.

There There raccoglie le vite di dodici personaggi, tutti di origine nativo-americana, tutti in qualche modo urbanizzati, e “se non urbani perché viviamo in città, almeno perché viviamo su internet. In palazzine di finestre multiple di un browser.” Tutti residenti nei dintorni di Oakland, California, e tutti alla fine convergeranno in un fatidico incontro in un immaginario Big Oakland Powwow, in una soluzione che ricorda le polifonie di Nashville stemperata con un gore cinematico squisitamente tarantiniano. Ma già dire che There There racconta le vite di dodici personaggi nativo-americani più o meno collegati tra di loro, dovrebbe far venire in mente un altro libro, ossia lo splendido Love Medicine di Louise Erdrich (testo peraltro citato nel libro), anello di congiunzione tra la prima ondata di narrativa nativo-americana e questa presunta New Wave per autocertificazione. Ma There There vuole dare un volto e una voce a una nuova realtà nativo-americana  radicalmente sommersa dalla e nella contemporaneità. Il titolo There There è ripreso da una canzone dei Radiohead (citata nel libro), ma soprattutto da una frase di Everybody’s Biography di Gertrude Stein. Il “there there” di Gertrude Stein è un lì che non è più un lì, che è cambiato nel tempo e è rimasto per sempre nel sedimento della sua infanzia cristallizzatasi in ricordo. Il “there there” di Tommy Orange è la cultura nativo-americana che allo stesso modo dei luoghi dell’infanzia di Gertrude Stein è stata distrutta, sfumata, annacquata  da una cultura altra.

In questo modo There There vuole aggiornare le rappresentazioni del mondo nativo-americano per il nuovo millennio, e ci riesce anche bene, immergendo i suoi dodici personaggi in una contemporaneità cruda e spietata, fatta di alcolismo, violenza, malattie, depressione, ma anche liquida, virtuale e ipertecnologica. I suoi indiani urbani hanno a che fare con il nuovo mondo, con internet, i social network, stampanti 3D e droni, (soprattutto Dene Oxendene e Edwin Black, a onor del vero i due personaggi più originali del libro) e con una tradizione nativa, la loro cultura, che è sempre più distante, nascosta nella storia più o meno recente, filtrata non tanto da libri e ricerche, ma da rappresentazioni sedimentatesi tra immaginari audiovisivi e mitologie trasfigurate. Così Orvil Red Feather ha imparato on-line tutto quello che sa su cosa significa essere un indiano «leggendo tutto quello che c’era da leggere su siti come Wikipedia, PowWos.com e Indian Country Today. Googolando roba tipo “Cosa significa essere un vero indiano,” che lo portava diversi click in fondo a un qualche forum incasinato e sentenzioso, per poi inciampare su un termine mai sentito prima su urbandictionary.com: Pretendian.» Per Opal Viola Victoria Bear Shield (dieci e lode per il nome), l’identità nativa è il ricordo del periodo dell’occupazione di Alcatraz a cavallo tra anni ’60 e 70, ossia un passato da  ricordare e da usare come guida. Tony Loneman, appena ventunenne e affetto da Sindrome Alcolica Fetale (The Drome, la chiama lui) che gli deforma l’aspetto, è l’innesco della storia, il personaggio che troviamo all’inizio e alla fine del libro, salvo un paio di frammenti centrali, e che rappresenta il giovane indiano nato in un mondo dove di indiano non è rimasto più niente. Usa le regalia indiane per riconnettersi con delle radici troppo distanti e nascondere le deformazioni causate dalla sua malattia, fino a diventare “solo un indiano vestito come un indiano.”

L’identità culturale è ormai talmente annacquata, nascosta, mescolata, rediviva in storie che ne falsano i contorni, e peggio, raccontata, travisata, inventata da altri, come Tommy Orange rende chiaro in uno splendido Prologo a inizio libro, quasi un manifesto:

Siamo stati definiti da qualcun altro e continuiamo a venire diffamati nonostante fatti a-portata-di-internet che testimoniano la realtà delle nostre storie e il nostro corrente stato di popolo […]. Siamo diventati loghi e mascot. La copia di una copia dell’immagine di un indiano su un libro di testo. Ovunque dalla punta del Canada, dall’estremità dell’Alaska fino al culo del Sud America, gli indiani sono stati rimossi, e poi ridotti a un’immagine impennata. Le nostre teste sono su bandiere, su magliette e su monete. Le nostre teste prima sono state sui centesimi, naturalmente, il centesimo Indiano, e poi sui cinque centesimi, ma prima ancora che potessimo votare come cittadini—cose che, come la verità di ciò che è successo nella storia in tutto il mondo, e come tutto il sangue versato nei massacri, sono ormai fuori circolazione.

Cercare di riacquistare e ricostruire quell’identità ormai antica può sembrare un ozioso tentativo di imitazione, perché «l’unico modo di essere un indiano in questo mondo è sembrare e agire come un indiano. Essere o non essere un indiano dipende solo da quello.» Cosa significa essere indiani? Di cosa parliamo quando parliamo di indiani? Sono domande che non solo richiedono nuove risposte, ma domande che richiedono nuove formulazioni, in un’epoca in cui tutto è diventato ricordo e tutti i ricordi vivono in un perenne presente virtuale accanto a verità presunte, menzogne più o meno certificate e una crescente difficoltà a separare ciò che è vero da ciò che si limita a sembrarlo. 

Peccato che dopo un Prologo che prende l’impegno di grandi promesse, il libro diventi quasi un bait-and-switch. A non funzionare è proprio la struttura, ben congegnata, ben pensata, ma spesso realizzata in modo approssimativo, alcune cose avevano bisogno di maggior approfondimento e di maggiore spazio, ma soprattutto, giunti alla fine, si ha l’impressione che Tommy Orange abbia scritto un romanzo mosso da un senso di rivalsa e la voglia di stupire a tutti i costi. Se da una parte è molto bravo a creare diverse voci, ognuna con una sua forza, dall’altro sembra non saper decidere quale vestito dare a quelle voci, e nel dubbio di quale strategia narrativa usare le usa tutte: prima persona, terza persona, persino una seconda persona, flashback, cambi di punti di vista, altri flashback, sovrapposizioni di altri punti di vista, monologhi interiori, flussi di coscienza, dialoghi strutturati come interviste, tecniche di montaggio prese in prestito dal cinema. Anche Tony Loneman strategicamente posto come primo e ultimo personaggio del libro è esso stesso un’applicazione di una strategia narrativa: lo incontriamo mentre usa una stampante 3D per costruire una pistola che poi obbedirà alla famosa Legge di Čechov. The. Whole. Nine. Yards.

La storia, che poi nasce dagli intrecci dei diversi capitoli, soffre di alcune sbavature: un personaggio scopre di avere non uno ma due figli, avuti da due diverse madri e una delle due madri non conosce la figlia che ha dato in adozione appena nata. I due figli si conoscono senza sapere di essere fratelli («C’è qualcosa in lui che ha un senso familiare» è il momento epifanico), e tutti e cinque (padre, due madri e due figli), si incontrano nel Powwow finale in una situazione che però Orange riesce a disegnare senza scadere nel melodramma. Resta vincente il modo in cui There There riesce a ricostruire un nuovo senso di identità aumentata: la musica, i graffiti, abiti indossati come feticci di appartenenza tribale, sono elementi contemporanei che in qualche modo la cultura nativa è riuscita a imporre su quella predominante, perché «portarci dentro le città voleva essere la soluzione finale, un passo necessario per assimilarci, assorbirci, cancellarci…Ma le città ci hanno reso nuovi e noi le abbiamo fatte nostre.» Ecco di cosa parliamo quando parliamo di indiani, e in generale di chiunque cerchi di ricostruire delle radici culturali sommerse nel tempo.

[Le traduzioni dei brani di “There There” sono mie]

Percorsi:

  • N. Scott Momaday, House Made of Dawn
  • Leslie Silko, Ceremony
  • Louise Erdrich, Love Medicine
  • Sherman Alexie, The Lone Ranger and Tonto Fistfight in Heaven
  • Therese Mailhot, Heart Berries

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