La saggezza degli alberi. Su “The Overstory” di Richard Powers

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Richard Powers, 
The Overstory,
W. W. Norton, 2018.
Il sussurro del mondo, (trad. it. Licia Vighi, Nave di Teseo, 2019)

Per l’uomo che vive e vede il mondo dalla sua prospettiva miope e particolare, la storia del mondo coincide con la storia dell’umanità. In realtà la Storia ha un raggio molto più ampio, e di questo se n’era accorto benissimo anche Mark Twain, quando ebbe a dire che “Se oggi la Torre Eiffel rappresentasse l’età del mondo, il sottile strato di vernice che ricopre il pomo del pinnacolo della sua sommità rappresenterebbe la parte di quell’età che riguarda l’uomo.”  La storia dell’uomo, se fatta iniziare dall’avvento del primo homo sapiens conta 200.000 anni. La storia del mondo, una sorta di Sovrastoria, ne conta ormai 4,7 miliardi. Se la storia dell’universo fosse una giornata di 24 ore, la storia dell’uomo occuperebbe gli ultimi secondi prima della mezzanotte. 

La storia che Richard Powers racchiude su The Overstory è in parte un resoconto e una difesa di quella sovrastoria, una storia di cui l’uomo è solo una comparsa in mezzo a tanti altri protagonisti vivi in altri modi e maniere. E se “la vita ha un suo modo di parlare” e quel modo “si chiama memoria,” la memoria dell’uomo è una memoria necessariamente storica, lineare e finita, quella della Vita, ossia della Natura, è il codice genetico che trasmette nel tempo una serie di informazioni, regole, strategie per sopravvivere e adattarsi in mezzo a tutti gli altri viventi. 

In un’elegante e affascinante struttura “a albero” (Radici, Tronco, Corona, Semi) Powers crea nove personaggi (sette individui più una coppia) e li fa interagire. Nella prima parte (“Roots”) disegna le radici e procede in una struttura a cerchi concentrici, in cui si può forse individuare una parte centrale, ma che danno vita di fatto a nove porzioni che riescono a stare in piedi come nove racconti indipendenti, nei quali si popola il mondo di una varietà umana che rispecchia per molti versi la macedonia di etnie e culture che è l’America di oggi: c’è Nicholas Hoel, discendente di una famiglia di norvegesi emigrati negli Stati Uniti a fine ottocento. C’è Mimi Ma, figli di un emigrato cinese che fugge dalla dittatura di Mao in America. C’è Adam Appich, quarto di cinque fratelli che cresce con la passione per la psicologia sociale e la convinzione che “il genere umano è malato nel profondo” e che “la specie non durerà a lungo.” C’è Douglas Pavlicek, uno spiantato che diventerà un soldato e quindi veterano della guerra del Vietnam. Neehlay Mehta, seconda generazione figlio di un ingegnere pakistano che lavora nella Silicon Valley e che, anche in seguito a un incidente che lo renderà disabile, matura un interesse per le simulazioni virtuali. C’è Patricia Westerford, una non-udente dottoranda di scienze forestali che sarà centrale nel corso del libro per le sue teorie avveniristiche su alberi e natura. E infine (e in verità un po’ marginali nella storia) ci sono l’avvocato Ray Brinkman e la stenografa Dorothy Cazalay, e c’è Olivia Oliva Vandergriff, giovane studentessa di Scienze Attuariali e forse uno dei personaggi più affascinanti del libro, in bilico tra scienza e un altrove incerto. Ed è proprio lei, ultimo personaggio alle radici del libro, che in qualche modo fa da innesco per la trama che continua nella seconda parte (“Trunk”): Nicholas Hoel è diventato un artista che crea arte a tema arboreo e incontra Oliva Vandergriff. Douglas Pavlicek incontra Mimi Ma, tutti finiscono per scontrarsi, legarsi, interagire e annodarsi in un tronco narrativo che giustappone la storia e le dinamiche dell’interazione umana con la storia e le dinamiche dell’interazione tra alberi e natura.

A onor del vero, il problema del libro, se c’è un problema, è tutto sulla sua struttura estetica: a una prima parte che imposta una materia narrativa dalle grandi potenzialità, fanno seguito altre tre parti in cui gli intrecci sono spesso ripetitivi e talvolta improbabili, ma, come spesso avviene nei libri di Powers, il lato estetico è al servizio dei contenuti. E qui siamo a livelli che Powers forse non ha mai toccato prima.

Tutti i personaggi entrano in collisione con il senso comune, padre di un acritico principio antropico, e tutti, in un modo o in un altro, mettono in discussione quel presunto “eccezionalismo” dell’uomo. E tutti finiscono per prendere anche fin troppo seriamente gli alberi. Per molti versi The Overstory nasce proprio dalla contrapposizione tra Natura e Uomo, o meglio tra ciò che è creato dalla natura e ciò che è fabbricato dall’uomo, riflettendo anche lo stesso ambiente in cui Richard Powers ha concepito e scritto il libro: l’Università di Stanford a Palo Alto, incastrata tra la Silicon Valley (regno della virtualità  di mondi paralleli creati dall’uomo, tra Apple, Google, Facebook, eBay, ma anche Netflix, Adobe e Electronic Arts) e le montagne semi-incontaminate di Santa Cruz.  

Questo stacco, questo conflitto tra uomo e natura è il terzo conflitto presente nel libro: nella prima parte, dove vengono introdotti i protagonisti, si hanno conflitti interni, su scala psicologia, tra Io e coscienza. Quindi, dalla seconda alla quarta parte (“Trunk,” “Crown” e “Seeds”) Powers costruisce e segue i conflitti tra Uomo e Uomo—spostandosi dalla sfera psicologica a quella sociale e politica, e mettendo in discussione il grande principio del capitalismo basato su quell’insensato elogio dell’egoismo di matrice Stirneriana—e interseca questi conflitti con quel terzo conflitto tra Uomo e Natura, che Powers sembra risolvere nella direzione de Il gene agile di Matt Riley.

A essere messa in discussione è anche una certa interpretazione dell’evoluzionismo, che assimilerebbe la capacità di adattarsi all’ambiente con una imprecisata “forza.” Gli esseri umani hanno finito per credersi la specie eletta, la più adatta alla sopravvivenza e l’unica titolata a sfruttare e se necessario anche distruggere tutta la natura che ha intorno. E invece

Gli esseri umani si portano dietro vecchi comportamenti e pregiudizi, avanzi malridotti dei primi stadi dell’evoluzione che seguono le loro vecchie, obsolete regole. Quelle che sembrano scelte stravaganti e irrazionali in realtà sono strategie create molto tempo prima per risolvere altri generi di problemi. Siamo tutti nei corpi di astuti e ambiziosi opportunisti concepiti per sopravvivere alla savana proteggendosi l’un l’altro.

E non solo, in un passo che può ricordare alcune osservazioni di Nassim Taleb su antifragilità e su come si dovrebbero far interagire stime di rischi e ricompense con la verità (in un atteggiamento, quello di Taleb, che ha a onor del vero tutti i difetti del peggior pragmatismo), su The Overstory si ossserva che :

il più grande difetto della specie sia l’irresistibile tendenza a confondere il consenso con la verità. L’unica più grande influenza su ciò che un corpo crederà o non crederà è quello che alcuni corpi vicini trasmetteranno sulla banda pubblica. Provate a mettere tre persone in una stanza, e vedrete che esse decideranno che la legge di gravità è dannosa e dovrebbe essere soppressa perché i loro zii, ubriachi fradici, sono caduti dal tetto.

L’evoluzione, ossia quella “grande esperta di fragilità” (l’espressione è di Taleb), sembra aver funzionato meglio con le piante, che mostrano una grande capacità di autoguarigione, un alto grado di interdipendenza e un sistema di difesa che sovracompensa gli scossoni, che con gli uomini. Cose più o meno tutte presenti nelle scoperte che nel libro vengono attribuite a Patricia Westerford: 

le piante sono creature caparbie e abili e alla ricerca di qualcosa, proprio come le persone… Sono altre creature – più grandi, più lente, più vecchie, più durature – che decidono, danno origine alle condizioni atmosferiche, nutrono il creato, e creano l’aria stessa.

Cosa ripetuta più avanti nel libro: “Le persone non sono la superspecie che credono di essere. Altre creature – più grandi, più piccole, più lente, più veloci, più vecchie, più giovani, più potenti – sono quelle che decidono, creano l’aria, e si nutrono della luce del sole. Senza di loro, nulla.”

Anche la morte non è solo morte, ma un ambiente dove prolifera nuova vita: gli alberi caduti sono casa per muffe, funghi e microbi che poi si rivelano di vitale importanza per l’equilibrio ambientale (ed ecco di nuovo Taleb e il suo concetto di asimmetria, secondo cui l’antifragile trarrebbe benefici proprio da volatilità e disordine.)
Gli alberi, ma la Natura tutta, non è solo una risorsa da sfruttare fino all’annullamento, ma la vera protagonista del mondo in cui viviamo. Anzi l’uomo stesso è solo una parte della natura. Gli alberi sono esseri sociali, molto più degli esseri umani. Per gli alberi non esiste “l’unico” e di conseguenza non esiste “la sua proprietà,” con buona pace di Stirner e seguaci Ayn Randiani e su questo Powers è molto chiaro ripetendo spesso: “Non ci sono esemplari isolati. E neppure specie separate. Tutto nella foresta è la foresta. La competizione non può essere separata dalle infinite fragranze della cooperazione.”

Con The Overstory Powers tocca elementi biocentristi e continua il lavoro iniziato su The Echo Maker e The Gold-bug Variations e cerca di ricucire quell’odiosa frattura avvenuta fra le due culture di cui parla C. P. Snow, e che a ben vedere era già presente in fase germinativa in Dilthey e la sua distinzione, antipositivista e idealista, tra Scienze della Natura e presunte Scienze dello Spirito. Distinzione da cui nasce la frattura tra Uomo e Natura e la conseguente e crescente presunzione umana di potere e dovere trattare la Natura solo come mezzo da sfruttare, ma purtroppo, come ha detto qualcun altro, ormai è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo.

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