Tra il deserto e l’oro. “The Golden State” di Lydia Kiesling

coverI deserti americani sono protagonisti, a volte anche principali, di una serie di romanzi usciti negli ultimi anni. Dalla distopia di Gold Frame Citrus Claire Vale Watkins, al deserto come simbolo di una teodicea rediviva di Rough Animals di Rae Del Bianco, al deserto addolcito e a misura d’uomo della saga di Ben Jones di James Anderson, fino al recentissimo Acid West di Joshua Wheeler che del deserto coglie assurdità che lo rendono quasi un posto irreale. Su The Golden State di Lydia Kiesling il deserto è uno sfondo, un personaggio secondario, a volte una comparsa che fa capolino tra una scena e l’altra, ma gioca comunque un suo ruolo nell’economia della storia raccontata. Il libro racconta i dieci giorni che la protagonista, Daphne Nilson, passa insieme alla figlia Honey di sedici mesi mentre da San Francisco si dirige a bordo di una vecchia Buick La Sabre verso il deserto di Altavista, al confine tra il nord della California e l’Oregon. Ogni capitolo racconta una giornata, e sebbene alcuni capitoli rallentino fin quasi a fermarsi a osservare da vicino alcuni stati d’animo interiori,  il tutto riesce a non essere mai ombelicale e noioso.

In una serie di meditazioni che a volte hanno l’aspetto di dialoghi interni, altre volte si allargano a flussi di coscienza, senza mai però diventare deliri o scuse per uno sfoggio di virtuosismo stilistico, con una prosa scarna, parca di punteggiatura, e con occasionali accensioni liriche, Lydia Kiesling guida la sua protagonista ai confini dell’umano, in quella terra di mezzo che è l’America, dove, per usare una frase particolarmente efficace di McInerney, “non c’è niente e niente che ti impedisca di vederlo.” 

Daphne è una ragazza madre, rimasta sola solo perché il marito Engin, tornato in Turchia per un seguire un corso in post-produzione video, e quando poi ha cercato di tornare in America, da moglie e figlia, per un errore burocratico (più o meno) è stato trattenuto in Turchia. Daphne cerca di tenere viva la presenza del padre per la figlia Honey grazie a Skype e di restare in contatto col marito con tutti gli strumenti offerti dalle ultime tecnologie di comunicazione, dalle mail alle chat ai social network, ma si scontra, in un contrasto dagli elevati chiaroscuri, con la precarietà delle connessioni man mano che si addentra nel deserto, cosa che, in un’epoca in cui i rapporti umani sono più che mai virtuali e distanti, obbliga a coltivare contatti personali diventati perversamente e paradossalmente anacronistici.

Il deserto serve a Lydia Kiesling come strumento per identificare e rappresentare un’America più verace (ma potremmo dire un estremo occidente più autentico), dove “le persone sono amichevoli e il cibo è pessimo e le sedie sono di vinile e l’arte è solo dipinti color senape di mulini a acqua e trivelle,” dove “la vastità del deserto, le sorridenti pianure cosparse di pecore” insegna che “la prima cosa che devi imparare sull’America è la sua barbarie.” 

Agli immaginari più a nord, più desertici, meno losangelini del Golden State, Lydia Kiesling contrappone la Turchia, in una giustapposizione che alla fine sembra quasi ribaltare la dicotomia e mostrare come per certi versi i piani si siano scambiati di posto: Daphne ha abbandonato un posto di impiegata amministrativa in un centro di studi islamici, e deve continuare a spiegare a tutte le persone che incontra che “Studi Islamici” non significa ISIS, e che non c’è poi questa differenza tra Stati Uniti e Medio-oriente, comprese le mutue prevenzioni e falsi luoghi comuni. Nel suo tragitto a Deakins Park Daphne incontra Cindy, un’attivista di un movimento secessionista delle contee al confine tra California, Nevada e Oregon che vorrebbe dar vita al “Cinquantunesimo Stato di Jefferson” e questo non è molto diverso dagli eterni battibecchi tra Grecia e Turchia. Quando, in un flashback, ricorda di come la sua famiglia era abituata a frequentare la Chiesa, Engin, musulmano non praticante, risponde, con soppesata ironia: “Il fondamentalismo religioso americano sta influenzando mia moglie.” Fino al ribaltamento totale: «se hai due persone e una di esse proviene da quella che credo si chiama una “economia emergente” e l’altro è americano vai in America. Credo sia la cosa più ovvia da fare, anche se ora come ora ci troviamo seduti su quella che potresti chiamare un’economia distrutta.» Qual è il vero Golden State? L’occidente apparentemente opulento della California, o l’est a oriente dell’Europa, dove sorge il sole? 

In mezzo al deserto, dove non esiste tutto il superfluo che trucca la vita, che nasconde preoccupazioni e realtà, che annacqua la verità, diventa più chiara che mai l’importanza dei rapporti umani: quelli con i vicini che ci regala il caso e che, per quanto diversi da noi, sono una parte necessaria di quel mutuo soccorso che crea l’umanità, e quelli più importanti e meno contingenti con i familiari stretti. E qui Lydia Kiesling è bravissima a innescare in una road-story un nucleo di storia materna, il rapporto di Daphne con la piccolissima Honey, più che mai bisognosa non tanto di affetto quanto di attenzioni e cure. Quelle cure domestiche di cui Marylinn Robinson parla su Housekeeping, proprio in un’altra road-story che per certi versi ha aperto la strada a certa letteratura confessionale femminile che oggi è tanto presente.

Lydia KieslingThe Golden State (MCD – 2018)

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