Stay Foolish Stay Insatiable. “The Insatiables” di Brittany Terwilliger.

51jatpeuvfl-_sx331_bo1204203200_1Una delle ultime incarnazioni del Great American Novel, ma della forma romanzo in generale in tutto il mondo occidentale, è il Great American Internet Novel, ossia un romanzo che cerchi di mostrare e rendere conto delle complessità nate dalla rivoluzione telematica. L’ha fatto Thomas Pynchon (magistralmente) su Bleeding Edge, l’ha fatto (con convincente ambizione) Joshua Cohen su Book of Numbers, e ancora con risultati apprezzabili: Jarret Kobek (I Hate the Internet), Howard Jacobson (Pussy) e Olivia Sudjic (Simpathy). L’unico a non convincere è stato Franzen, con Purity. Peggio di lui ha fatto solo Eggers con The Circle. Anzi no: peggio di Franzen e di Eggers ha fatto Brittany Terwilliger col suo esordio The Insatiable. Peccato. Peccato perché The Insatiable è un libro che aveva buone potenzialità e un innesco narrativo promettente. Il problema è che la Terwilliger ha voluto sovrapporre troppe linee narrative, intrecciare troppi contenuti e lasciare in superficie cose che avrebbe invece dovuto approfondire di più. Così come il libro sembra una versione di Then We Came to the End di Joshua Ferris mescolato con una commedia di formazione qualunque.

Halley Faust (il cognome non è casuale) è una giovane ragazza nata e cresciuta a Dayton, Ohio e impiegata presso la Findlay Global Manufacturing, una multinazionale che sta per lanciare un fantomatico dispositivo segretissimo, il Tantalus, tanto segreto che Gus, il CEO, teme spionaggio industriale da parte di Tim Cook e Jeff Bezos (!). Vive con i genitori e Phil Collins, un pesce rosso che si porta sempre dietro in una boccia portatile. Il suo sogno è quello di fuggire, fare la differenza, condizionata forse dal comune aspirazionalismo della propria generazione, e lo dice in un mondo fin troppo banale e trito, fino all’immancabile metafora del criceto sulla ruota: “le persone normali non fanno la storia. Nessuno scrive storie sulle persone normali. Io voglio fare qualcosa di speciale. Qualcosa… di eccezionale. Altrimenti la vita è solo una gigantesca ruota per criceti, e e cos’altro faremmo se non girarci tutto il giorno?” Le viene data la possibilità di uscire dalla grigia e ordinaria Dayton, OH, per curare il lancio del nuovo prodotto supersegretissimo e presumibilmente supermegainnovativo, il Tantalus (poi scopriremo cos’è), prima in California e poi in Francia.

Halley si scontra però con una cruda realtà: la genetica ha deciso che lei non ha il carattere adatto per vivere e competere in quel nuovo mondo, un mondo in cui la vita è “una danza tra bestiame e macellaio.” Capisce che deve diventare quella che non è (e qui entra in gioco un debole, troppo debole parallelo col Faust), che deve adattarsi e in fretta e nel miglior modo possibile all’ambiente iper-competitivo e iper-connesso che ha davanti. Ancora: un timido, troppo timido riferimento alle dinamiche del darwinismo sociale, troppo timido se consideriamo la mole di narrativa prodotta da accelerazionismo et similia.

Sulla trama mi fermo qui. Dico che entrano in gioco rapporti familiari, rapporti di amicizia, una frizione tra desideri e limitazioni, un ventaglio di personaggi, alcuni riusciti e interessanti altri un po’ meno, e qualche episodio onestamente divertente (soprattutto quelli in Francia). Il mio rammarico è che, con tutte le premesse che aveva—darwinismo applicato ai tempi delle multinazionali, desideri umani come evoluzione di appetiti animali, frizione tra natura (gli appetiti, per l’appunto) e cultura (distinguere ciò che si vuole da ciò che si può pretendere di avere), e pervasività degli aspetti ipertecnologici e virtuali dei nuovi mezzi di comunicazione—la Terwilliger finisce per dare soluzioni blande e francamente un po’ banali.

Banale è l’impostazione del problema:

Ho passato giorni in uno stato di distratta tenacia, a fissare un telefono e un computer come se stessero per parlarmi, come se stessi per perdermi qualcosa, con l’ansia di chi cerca di abbracciare un intero mondo rumoroso pensando erroneamente che sia possibile percepirlo tutto insieme. Doveva essere bellissima la vita prima del telefono e dell’e-mail. Prima di computer e dell’elettricità. Prima che gli umani decidessero che era necessario fabbricare un intero universo e poi passare la vita mantenere quella fabbricazione. Prima, quando era accettabile passare otto ore al giorno a rovistare nei boschi e contemplare l’infinito. Invece, io mi stavo lentamente trasformando nel mio portatile. Presto mi sarebbe spuntata una tastiera al posto delle dita e dei cavi di alimentazione al posto delle braccia

E ancora più banale la soluzione, un cartello “SPARIRE QUI” enorme e illuminato piantato nel bel mezzo di un mondo in perenne decomposizione e apparentemente governato dalla più grande banalità del secolo, quel motto “Stay foolish, stay hungry” che ha solo liberato e giustificato un superomismo di terza mano:

Baci sulle guance. Ditate anonime su bicchieri di champagne. Luci stroboscopiche. Musica assordante in macchine costose. Le mille luci dei carretti dei gelati con annesse file di persone coi soldi in bocca. Adolescenti che si scattano selfie sulla spiaggia. Un perenne bagliore di flash. Milioni di selfie. L’aria satura di messaggi in chat, onde elettromagnetiche come una peste che paralizza tutto ciò che è vivace nel mondo. Più mi avvicinavo a tutto questo, più volgare diventava. Ero un alieno in un mare di couture coperta di loghi, masse che guardavano masse venerare l’altare del capitalismo. L’abbondanza avrebbe dovuto darci lo spazio di fare di più, di essere di più, di rendere il mondo migliore. Invece ci ha dato tutto questo. Volevo che una bomba ci cascasse addosso, qualcosa che ci staccasse da tutto questo, che ci scuotesse e ci svegliasse. L’eccesso e il rumore era un assalto al mio corpo intero. Volevo solo scomparire senza lasciare traccia.

Tutto qui. Cioè una specie di luddismo riaggiornato, o se si preferisce un Walden redivivo che se da una parte riesce a vedere gli eccessi autoalimentanti di una società in apparente perenne decomposizione, non riesce a trovare una soluzione migliore che scomparire, rifiutare in blocco le nuove tecnologie, e con esse il nuovo mondo. Ma le banalità non finiscono qui. Il Tantalus, il famigerato supersegreto dispositivo super-innovativo, la rivoluzione copernicana nella sociologia dei consumatori, altro non è che (rullo di tamburi):  “uno strumento per raccogliere dati su larga scala, analizza tutto dalla cronologia dei browser e le email alle abitudini di acquisto e documenti pubblici, usa complessi algoritmi e sistemi predittivi per assegnare una serie di punti consumatore che predirà molto accuratamene le tue preferenze, i tuoi acquisti futuri e il tuo probabile comportamento futuro.” Just like that. E dire che si era partiti da una bella e potenzialmente fruttifera analisi di come da un capitalismo basato su austerità e moderazione, su lavoro e efficacia si era passati a una seconda generazione di avidità e lusso (gli anni ’80) e da qui alla degenerazione della Terza Generazione, quella della società liquida e dell’accelerazionismo, quella fatta di “Insaziabili” ossia “idealisti, sognatori” che “preferiscono vite immaginarie alle vite reali. Amano la caccia. Appena ottengono qualcosa che volevano, ne diventano stufi e vogliono qualcos’altro, e così devono essere ricompensati lentamente e con moderazione.”
Un’occasione sprecata. Spiace.

Brittany Terwilliger, The Insatiables (Amberjack Publishing – 2018)

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