Di carne e di Wallace.

51mr0b5q2gl-_sx327_bo1204203200_Parlare di David Foster Wallace è sempre stato difficile e ogni anno diventa sempre più difficile, soprattutto da quando è morto. Ha generato schiere di fedeli, accoliti e seguaci che lo hanno trasformato in un feticcio da ossequiare e continuano a seppellire ogni discussione in canonizzazione. Dico subito che per me è uno scrittore come tanti altri, che come tanti altri ha scritto cose buone e cose meno buone e come tanti altri ha avuto idee valide e altre idee trascurabili. Certo è stato una mente geniale, ma anche e spesso estremamente confusa. Ha pubblicato un libro che è da molti considerato uno dei capolavori del secondo novecento e che ancora oggi (quasi) nessuno osa leggere con occhio critico, alcuni saggi illuminanti, e una manciata di racconti che spesso mostrano un carattere un po’ derivativo (soprattutto quelli di Girl with Curious Hair). Per certi versi Wallace si è imposto come piattaforma girevole da usare per uscire dal post-moderno e entrare in una nuova fase, post-postmoderna o come la si voglia chiamare, ha denunciato alcune derive ormai sterili della letteratura PoMo e gli effetti indesiderati di quell’ironia cinica e naïf che talvolta ne è la cifra (anche se com’è stato notato, “l’ironia che odiava era un’ironia televisiva” che poco aveva a che fare con l’ironia di una tradizione che trascende i confini del post-moderno e che ritroviamo, per esempio nell’ironia tetra di un DeLillo e oggi in quella più irriverente e politicamente scorretta di Joshua Cohen. Allo stesso modo il post-moderno che Wallace aveva inizialmente frequentato per poi allontanarsene a più riprese ha origine in un’idea miope di post-moderno, accomodata, acconciata sui difetti, i lati negativi e le derive aride e auto-referenziali che ha avuto e non la strada praticabile battuta per esempio da Donald Barthelme e tuttora percorsa da Robert Coover e da una manciata di giovani autori (sebbene lo stesso Coover abbia poi criticato l’etichetta di “postmoderno” in un’intervista recente). C’è di più: come Infinite Jest era un libro che denunciava i pericoli subdoli e letali dell’intrattenimento e però finiva per diventare un intrattenimento della stessa caratura di quelli che denunciava, Wallace pur denunciando e prendendo le distanze dal post-moderno e da ironia non è mai riuscito a liberarsene del tutto., restando un figlio del post-moderno, e incarnando l’idea del post-moderno in tutto quello che ha fatto e detto. Come l’ha definito lo stesso Wallace “post-moderno … è una di quelle parole alla Potter Stewart che si possono capire solo ostensivamente, cioè lo capiamo quando lo vediamo.” 1 In questo senso la definizione migliore di post-moderno credo l’abbia data Tama Janowitz su Slaves of New York:

“Stash e io siamo seduti sul divano e la guardiamo aprire i regali; il nostro, un accendino a forma di Godzilla (la fiamma esce dalla bocca); un disco di Maria Callas, la Norma; una mappa di seta per la sopravvivenza al Polo Nord; una pistola di colla; una cassetta dei Teeenage Jesus and the Jerks; un grosso oggetto di plastica nera con un coperchio a forma piramidale rosa (probabilmente opera del gruppo Memphis) che potrebbe essere un portapane o un portaghiaccio; un sacco da cinque chili di cibo macrobiotico per cani Eukanuba; un libro sulla lotta, un cappello con la Statua della Libertà di gomma. Daria se lo mette”

Il post-moderno è una collezione di cose eterogenee, dove alto, medio e basso convivono senza gerarchie, dove bello e brutto coesistono con la norma e l’eccezione: dove la carne sta accanto a cose che non hanno carne. La stessa cosa avviene nell’ultima e postuma raccolta di saggi di David Foster Wallace, Both Flesh and Not (Little, Brown – 2012; Di carne e di nulla, trad. it. di Giovanna Granato, Einaudi – 2013), che raccoglie saggi e testi vari rimasti fuori dalle due raccolte precedenti.
Mancano alcune recensioni, qualcuna anche interessante, come ad esempio quella su The Doorman di Reynaldo Arenas e quella su Kathy Acker, ma poca roba. In generale, rispetto alle altre due raccolte di saggi—A Supposedly Fun Thing I’ll Never Do Again e Consider the Lobster—qui si ride meno, c’è meno leggerezza, il tono è meno colloquiale e meno amicale e quindi si può capire come mai ad alcuni di questi saggi si è preferito, prima, pubblicarne altri. C’è meno divertimento, ci sono meno battute, mancano i reportage come quelli di Harper’s e Rolling Stones, però su Both Flesh and Not c’è soprattutto quella ricca disarmonia che costituisce ogni essere umano, il tutto di cui tutti siamo fatti, la carne accanto a un astratto che non ha carne. Per certi versi Both Flesh and Not è la migliore e più sincera biografia di Wallace: qui si trova una radiografia di tutti i suoi interessi, da quelli più profondi e cerebrali a quelli più presumibilmente bassi e prosaici. Ci sono gli interessi “toerici”—Wittgenstein (su “The Empty Plenum”), la tassonomia dei generi letterari (su “Fictional Futures and the Cospicously Young,” dove peraltro Wallace abbozza la prima critica agli sbandamenti degli ultimi generi letterari, minimalismo compreso), Borges, la matematica—accanto alle sue passioni più “carnali,” da Terminator 2 al tennis e in particolar modo Roger Federer e come lo sport possa essere un banco di prova per una semiotica della fenomenologia del personaggio narrativo.2
Se A Supposedly Fun Thing conteneva saggi in qualche modo riconducibili alle trame e gli orditi di Infinite JestBoth Flesh and Not contiene tutti i saggi riconducibili alle trame e orditi che in un certo modo disegnano David Wallace come persona, come individuo costituito anche dalle cose che più ha a cuore e che più comodamente albergavano nella supposta genialità. Mostra anche il suo lato più umano.
Ecco: Both Flesh and Not è la vera biografia di David Wallace: un’autobiografia che lui ha scritto involontariamente e inconsapevolmente, dissezionando alcune delle sue passioni e condividendo ciò che pensa del mondo, della cultura, dell’intrattenimento e della letteratura. L’autobiografia di uno scrittore che nei libri, nei racconti e nei saggi che ha scritto e pubblicato in vita si è in qualche modo nascosto dietro una facciata di perfezionismo, di barocchismi e intellettualismi che non meno di quell’ironia che Wallace odiava tanto, servono a nascondere e dissimualre qualcosa. Qui troviamo un Wallace completo delle sue debolezze, delle sue incertezze, un Wallace fallibile che si mette in testa di scrivere un saggio su Wittgenstein, e si trova costretto a chiedere aiuto al padre docente di filosofia per capirci qualcosa. Both Flesh and Not è una biografia che riesce anche a evitare la “sindrome…comune a tutte le biografie” che Wallace denuncia su “Borges on the Couch,” recensione a una biografia di Borges che ha il problema di ridursi “a una specie di critica psicologica semplicistica e disonesta.” Both Flesh and Not è una biografia ostensiva: ti spiega Wallace mostrandoti quello che era.
Beffardo che l’ultima frase dell’ultimo saggio dell’ultimo libro di David Foster Wallace sia una domanda: “What kind of future does that augure?” Dopo dieci anni direi: un futuro dove la letteratura ha dimostrato di saper andar avanti anche senza Wallace, dove accanto ad alcuni epigoni nati all’ombra di Infinite Jest (Adam Levine e Sergio De La Pava), ci sono ancora opere complesse e ambiziose come The Overstory di Richard Powers, e dove la non-fiction gode di ottima salute, con gli esempi di Leslie Jamison e Morgan Jerkins (che riprendono la strada di Joan Didion e Mary Gaitskill) o Joshua Cohen che pare invece muoversi sulla scia della non-fiction di un Updike. So far so good.


[1] “David Lynch Keeps his Head,” in A Supposedly Fun Thing I’ll Never Do Again, Little, Brown, 1997 (trad. it. “David Lynch non perde la testa,” su Tennis, tv, trigonometria, tornado (e altre cose divertenti che non farò mai più), trad. it. Vincenzo Ostuni, Christian Raimo, Martina Testa, Minimum fax, 1999).

[2] Anche se in realtà l’edizione italiana, Di carne e di nulla, non presenta i due pezzi sul tennis—“Federer Both Flesh and Not,” originariamente pubblicato sul New York Times col titolo “Federer as Religious Experience,” e “Democracy and Commerce at the US Open,” già tradotti e pubblicati a parte nel volumetto Il tennis come esperienza religiosa (trad. it. Giovanna Granato, Einaudi – 2012), e li sostituisce con due interviste  (una del 1996 con Michael Silverblatt, in cui si parla, tra l’altro, della struttura a triangolo di Sierpinski di IJ, e una del 1997 con David Wiley), e una chiacchierata con il regista Gus Van Sant.

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