Superasimmetria. “Asymmetry” di Lisa Halliday

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Asymmetry (Simon & Schuster – 2018); Asimmetria (trad. it. di Federica Aceto, Feltrinelli – 2018)

Nel Rinascimento l’asimmetria era un difetto ricercato che aggiungeva qualcosa al risultato estetico finale, uno scarto anche minimo dalle forme simmetriche pure e pulite che conferiva una maggior vitalità all’opera. Lezione imparata da Ejzenštejn, convinto che le composizioni asimmetriche guadagnassero in dinamicità, e ripetuta da Adorno, che suggeriva che l’asimmetria risultasse più efficace se giustapposta alla simmetria da cui nasceva e di cui era scarto e deviazione.  A ben vedere, la stessa tradizione musicale tonale è dominata da una quasi-simmetria: un accordo sulla dominante, seguito da un accordo sulla tonica che si contrappone al primo e crea una tensione risolta in un ritorno arricchito verso la dominante iniziale.

Questo fervorino iniziale solo per dire che Lisa Halliday ha costruito il suo Asymmetry su una teoria armonica abbondantemente radicata nella nostra tradizione occidentale.

Come una sequenza armonica, Asymmetry è costruito su tre parti: due novelle e una piccola coda. La prima novella, “Folly,” racconta di come Alice Dodge, una giovane editor newyorkese, si trovi coinvolta in una relazione sentimental-erotica con un anziano e famosissimo scrittore di nome Ezra Blazer, pluripremiato in patria e perennemente in lizza per il nobel, e si sapeva già prima che uscisse il libro che è un personaggio costruito su Philip Roth. La seconda novella, “Madness” cambia completamente registro e racconta invece le avventure di Amar Jaafali, economista iracheno con passaporto americano che resta intrappolato nell’aeroporto di Heathrow mentre fa scalo per andare in Turchia in cerca del fratello medico scomparso. La terza parte, la coda, è la trascrizione di un episodio inventato di Desert Island Discs, programma radiofonico della BBC, con per ospite lo stesso Ezra Blazer della prima parte. Qui Blazer con alcune osservazioni ricuce le prime due parti e getta un po’ di luce su alcuni elementi meta-narrativi del libro. Il ritorno alla dominante arricchita.

Purtroppo del libro si parla spesso per la storia d’amore tra Alice e Ezra Blazer, che rispecchierebbe una vera relazione che la giovane Lisa Halliday avrebbe avuto proprio con Philip Roth, come se Asymmetry non fosse altro che un memoir che brillasse della luce riflessa della presenza, importante eppur transitoria, di Philip Roth. E che Ezra Blazer sia Philip Roth lo si evince non solo per i continui riferimenti ai vincitori del Nobel per la letteratura che, insieme ad alcune partite famose di baseball di Red Socks e Yankees, servono a scandire gli anni che passano (la prima parte va dal Nobel a Imre Kertész al Nobel a Elfriede Jelinek, cioè dal 2002 al 2004 con uno strascico fino al 2005), ma anche da un alcuni altri dettagli, tipo i titoli dei libri di Blazer che sono spesso storpiature di quelli di Roth (The Perpetual Orgy/The Prague OrgyNine Mile Run/In Our Gang) e soprattutto il compleanno di Ezra Blazer che cade nello stesso giorno di quello di Roth (“The night before his birthday they shared a praline tart and watched the president announce the invasion”—l’annuncio fu il 18 marzo 2003, quindi il compleanno è il 19 marzo, come quello di Roth). Sembrano dei dettagli oziosi ma in realtà pongono degli accenti sul rapporto tra finzione narrativa e realtà, tra narrativa e meta-narrativa e tra fiction e auto-fiction. Frizioni parzialmente risolte in un’osservazione di Ezra Blazer nella terza parte, quando interrogato sui rapporti tra letteratura e verità risponde che separare verità e finzione è un “inane exercise… as if those boxes weren’t kicked aside by the novelist for good reason to begin with.”

Oltre che riferimenti al mondo reale, “Folly” contiee molte  citazioni letterarie incastonate, quasi in stile post-moderno, alcune esplicite (Hannah Arendt, Primo Levi, Dickens, Joyce, riportate dalla Halliday nei “Riconoscimenti” in fondo al libro), altre implicite, come Stephen Crane nella seconda parte e soprattutto Lewis Carrol: l’incipit del libro è un calco dell’incipit di Alice in Wonderland e forse non è un caso che la protagonista della prima parte si chiami Alice, i riferimenti sparsi a pillole, cose da bere e da mangiare rispecchiano bottiglie, dolci e funghetti del paese delle meraviglie, Ezra Balzer sembra quasi il bianconiglio che attrae Alice nella sua tana, le prime incursioni di Alice nel suo appartamento, tra corridoi e ascensori, hanno la stessa qualità onirico-geometrica delle disavventure di Alice, e infine alcuni accenti sembrano quasi citazioni e omaggi allo stile con cui Carrol ha scritto Alice in Wonderland (“The more you learn, thought Alice, the more you realize how little you know,” “What kind of a handle, thought Alice, can’t be handled?”—corsivi miei), fino al riferimento finale:

We all disappear down the rabbit hole now and again. Sometimes it can seem the only way to escape the boredom or exigencies of your prior existence—the only way to press reset on the mess you’ve made of all that free will.

Nella seconda parte, “Madness” (sinonimo di “Folly”), il riferimento a Carrol è più nascosto ma sempre presente. L’intera parte assomiglia forse più a un mondo kafkiano, dove la giurisprudenza di regole e leggi diventa una gabbia, o un scacchiera per restare in tema carroliano, dove è quasi impossibile vincere o anche solo muoversi e Amar Jaafari ricorda il povero cittadino rinchiuso in prigione su Attraverso lo specchio o comunque un testimone incredulo e smarrito in un mondo caotico e incerto. Nella terza parte, in un incastro di elementi meta-narrativi che ricorda 10:04 di Ben Lerner, Ezra Blazer risolve l’equazione:

A young friend of mine has written a rather surprising little novel about this, in its way. About the extent to which we’re able to penetrate the looking-glass and imagine a life, indeed a consciousness, that goes some way to reduce the blind spots in our own. It’s a novel that on the surface would seem to have nothing to do with its author, but in fact is a kind of veiled portrait of someone determined to transcend her provenance, her privilege, her naiveté.

Ci dice tra l’altro, in un gioco di allusioni, citazioni e congegni metanarrativi, che la seconda parte è scritta da quella Alice Dodge che era sua amante nascosta nella prima. E non solo, quando dice “Life is all accidents. Even what doesn’t appear to be an accident is an accident” sembra commentare sia su “Folly” che su “Madness” e rivelare che le due parti dicono la stessa cosa in due modi diversi, asimmetrici, e combaciano come in una supersimmetria tra bosoni e fermioni: la prima parte mostra lo smarrimento di dover crescere in un mondo che non si capisce, è narrata in una terza persona che è molto vicina alla protagonista, ed è nel complesso una parte divertente e occasionalmente triste. La seconda parte è narrata in prima persona da Amar che ripensa ai suoi vissuti, alla sua crescita guardandoli come se fossero oggetto di osservazione, ed è nel complesso una parte triste e occasionalmente divertente.

Tutto il libro è un’architettura di simmetrie e asimmetrie: quella tra Alice/aspirante scrittrice e Blazer/scrittore affermato; quella tra la realtà accaduta e realtà trasfigurata da racconto; quella tra ordine e caos; tra arte e scienza; tra fede in un piano ordinato e cautele dell’autodeterminazione (“it’s paradoxical to be so cautious in life, so orderly and fastidious, while also claiming to place one’s faith on the ultimate agency of God”); tra passato e ricordo del passato fino alle asimmetrie semantiche che vivono nelle diverse lingue e nei diversi modi di sezionare e nominare le cose del mondo.

Di più: il riferimento implicito a Stephen Crane (“Si potrebbe forse osare dire che la più ignobile forma di letteratura del mondo è quella scritta dagli uomini di una nazione riguardo gli uomini di un’altra nazione”) è poi quello che Lisa Halliday sta facendo proprio su “Madness.” Per certi versi un’altra forma di asimmetria. Come probabilmente una forma di asimmetria è il palco linguistico usato, soprattutto della prima e terza parte. Viviamo un’epoca in cui si spinge da più parti verso una normalizzazione della produzione letteraria in vista di una diffusione almeno internazionale, il linguaggio viene “educato” e “addomesticato,” come ha osservato Tim Parks su Where I’m Reading From: “there is a spirit … in the world of fiction, that is seeking maximum communicability and that has fastened onto the world’s present lingua franca as something that can be absorbed and built into other vernaculars so that they can continue to exist while becoming more easily translated into each other—or into English itself.” Asymmetry invece è squisitamente e impertinentemente americano, non solo per i riferimenti al baseball (gioco quasi esoterico in tutti gli altrove al di fuori degli Stati Uniti), ma anche per i tic e i birignao yiddish, le barzellette e i riff ripresi dalla cultura pop, su tutti “Shave and a haircut, two bits” che ritorna come un tormentone per tutta la prima parte (e che ha forse una punta di irriverenza ai limiti del sadismo, data la residenza italiana della Halliday). Ma tutti questi accenti, tutte queste impertinenze linguistiche si risolvono in uno dei precetti di Blazer: “darling, don’t continually say ‘I’m sorry.’ Next time you feel like saying ‘I’m sorry,’ instead say ‘Fuck you.’ Okay?”

Percorsi:

  • Philip Roth, Patrimony (Simon & Schuster – 1991). Patrimonio (trad. it. Vincenzo Mantovani, Einaudi – 2007)
  • Kristopher Jansma, The Unchangeable Spots of Leopards (Viking – 2013). Le immutabili macchie del leopardo (trad. it. Maddalena Togliani, Neri Pozza – 2015)
  • Ben Lerner, 10:04 (Farrar, Straus and Giroux – 2014). Nel mondo a venire (trad. it. Martina Testa, Sellerio – 2015)

 

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