Memorie dalla ferrovia sotterranea: “The Underground Railroad” di Colson Whitehead

21765078_865399513616649_4398625909763141494_nSu Mason & Dixon Thomas Pynchon, partendo dai primi vagiti dell’indipendenza americana, mostra la genesi delle prime rudimentali forme di capitalismo e come tutto sia nato dall’esportazione nel Nuovo Mondo di quel modello schiavistico già presente nel Vecchio. Si trattava di “assicurarsi un’eterna Offerta di economici taglialegna, fattori, e qualcuno di quei grezzi artigiani, e docili acquirenti delle merci Inglesi,” e se quei lavoratori coatti cercassero di affrancarsi dalla loro condizione, saranno facilmente “rimpiazzati, e ancor più economicamente, da altri alquanto grati di lavorare in Silenzio.” Più esplicitamente durante un dialogo Mason cerca di sottolineare come la presenza di un regolare contratto basti a distinguerlo da uno schiavo, e la risposta, caustica e tragica è: “Qualcuno la possiede, Sir. Le paga Vitto e Alloggio. La presta ad altri. Com’è che chiamate questa cosa, da dove venite?”

È lo schiavismo che diventa lavoro-salariato. È questo già lo notava Marx alla fine del primo libro del “Capitale” dove scriveva che “la schiavitù velata degli operai salariati in Europa aveva bisogno del piedistallo della schiavitù sans phrase del nuovo mondo.”

Su The Underground RailroadColson Whitehead usa la storia di Cora, una schiava da tre generazioni, per seguire la fenomenologia dello schiavismo negli Stati Uniti fino alla genesi del capitalismo moderno (seguendo per certi versi una strada che corre parallela a quella di The Half Has Never Been Told:  Slavery and the Making of American Capitalismdi Edward E. Baptist pubblicato due anni prima da Basi Books.)

Così Cora si trova a osservare e sperimentare diverse forme di schiavitù verso la presunta libertà degli Stati del Nord. Inizia con la schiavitù dispotica, efferata e rudimentale in Georgia, dove gli africani sono solo utensili d’importazione,  “instrumenti genus vocale” come venivano chiamati da Marco Terenzio Varrone sul “De agricoltura” nella Repubblica Romana (più avanti quando Cora si chiederà se i neri si sentano più simili alla creatività di Benjamin Franklin o alle sue invenzioni, si risponde “gli schiavi sono strumenti, quindi forse è la seconda”). Passa alla schiavitù soffice, velata, innervata nel tessuto sociale del South Carolina, dove chi ha la pelle nera gode di una libertà solo apparente ma viene sempre trattato più come mezzo che come fine. Siamo tra le prime metastasi di abolizionismo, ma gli ex-schiavi liberati vengono addirittura usati per ricerche mediche sulla sifilide, i corpi dei neri morti per studi anatomici, i cadaveri “scompaiono dentro sacchi e riappaiono nelle fredde celle delle scuole mediche per cedervi i loro segreti.” Forse non sono più costretti a lavori forzati, ma solo  “nella morte il negro diventa un essere umano. Solo allora diventava un pari dell’uomo bianco.”

In North Carolina, sembra iniziare il promesso progresso della civiltà. Qui “Cora aveva luce, e un’altra cosa che non aveva in South Carolina—suoni.” Suoni e luce—sembra quasi che Cora sia uscita dalla Caverna di Er per vedere e sentire il mondo nella sua concretezza sensoriale, ma scopre solo la logica del capitalismo allo stadio infantile. Esce dal buio dell’inciviltà ed entra nel buio delle soffitte degli abolizionisti che la nascondono e cercano goffamente di proteggere, in un capitolo che sembra in tutto e per tutto una riscrittura del “Diario di Anna Frank,” con i neri fuggitivi e rifugiati a impersonare la parte dei perseguiti e oppressi, fuggendo dalle ronde dei bianchi che si sono dati il compito di epurare ogni probabile minaccia all’ordine neo-costituito. Da forza-lavoro a basso costo—strumento con la voce—i neri son diventati un capitale costante ad ammortamento ridotto, e unicamente per soddisfare i cinici requisiti del capitalismo: “La spietata macchina del cotone pretende il suo carburante di corpi Africani. Andando avanti e indietro per l’oceano, navi caricano corpi per lavorare la terra e nutrire altri corpi. I pistoni di questa macchina si muovono senza sosta. Più schiavi implicano più cotone che implica più denaro per comprare altra terra con cui produrre più cotone.” Una volta presente una forza-lavoro bianca—irlandesi, scozzesi, tedeschi—si può innescare il trucco del lavoro-salariato come schiavismo legittimo e disfarsi di chi, una volta liberato, poteva costituire un problema per la stabilità.

In Tennessee, deviazione verso ovest, ideale confine tra sud e nord, la schiavitù torna cinica, un inanimato modo di produzione: “ogni nome un bene, un capitale che respira, profitto fattosi carne.” Qui Cora scopre il principio fondatore della democrazia più spietata del mondo occidentale: il Destino Manifesto che sposa lo Spirito Americano, “quello che ci ha chiamato dal Vecchio Mondo al Nuovo, per conquistare e costruire e civilizzare. E distruggere ciò che deve essere distrutto. Per educare le razze minori. E se ineducabili, per soggiogarle. E se non soggiogabili, per sterminarle. Il nostro destino per prescrizione divina—l’imperativo americano.”

In Indiana i colori e i suoni si arricchiscono di senso: Cora impara a parlare correttamente e a scrivere bene. Lo stato che si trova nel cuore dell’America e alle soglie del nord è anche il primo presidio di un processo di civilizzazione. La Dichiarazione d’Indipendenza non è solo lettera morta ma anche spirito, c’è una comunità che la discute oltre che leggerla. I neri cercano di erigere un loro modello d’America. Leggono poesie, si interessano di scoperte scientifiche, anche se Cora dopo quello che ha visto, sentito e subito sembra essersi rassegnata a una perenne condizione di schiavismo, sebbene sotto forme sempre meno esplicite, e pure le poesie le sembrano “troppo simili alle preghiere, stimolano passioni spiacevoli. Aspetti che Dio ti salvi quando tocca a te. Poesia e preghiera mettono in testa alla gente delle idee che poi le fa uccidere, distraendole dagli spietati meccanismi del mondo.” Quei meccanismi che sembrano essere rimasti a macinare in sottofondo, occultati, rinominati, camuffati, a volte addirittura scagionati, ma mai spenti.

In cinque stati e sei brevi ritratti di alcuni personaggi coinvolti nella storia, Colson Whitehead traccia i contorni dello schiavismo, dalle sue origini importate dalla Storia, alle sue forme esplicite e manifeste fino alla sua metabolizzazione in forme implicite, velate e nascoste in un tessuto sociale rimasto per certi versi primitivo. Manca l’ironia e la vitalità dei suoi romanzi post-moderni (che forse sono anche quelli più sinceri e autentici) e c’è la voce determinata e grave di quelli realisti, ci sono alcune belle frasi quasi McCarthy-ane, e alcune pagine efficaci e incisive. Nel complesso però è tutto impostato, impassibile, pulito. È tutto un po’: freddo.

Colson Whitehead, The Underground Railroad (Doubleday – 2016); La ferrovia sotterranea, trad. it. Martina Testa (Sur – 2017)

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Crea un sito o un blog gratuito su WordPress.com.

Su ↑

Crea il tuo sito web con WordPress.com
Crea il tuo sito
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: