Genealogia dell’Oltre-Donna: su “Birds of a Lesser Paradise” di Megan Mayhew Bergman

81snqxdx1ulQuarto libro della RechercheSodoma e Gomorra, quello delle Intermittenze del cuore. Qui il Narratore ricorda la nonna morta e in particolare racconta di come sua madre, la figlia della nonna, fosse rimasta intrappolata in “quell’incomprensibile contraddizione del ricordo e del nulla,” e come avesse preso l’abitudine di fare quello che faceva la madre, tipo iniziare a usare la sua vecchia borsa, o sedersi sulla spiaggia e leggere i libri preferiti di sua madre, e quando in quei libri leggeva le parole “figlia mia” le sembrava di sentire la voce della madre che la chiamava dal niente.
Il senso di morte e il ricordo dei morti è una peculiarità degli esseri umani, ce l’ha la madre del Narratore della Recherche, e ce l’ha la protagonista del primo racconto di Birds of a Lesser Paradisedi Megan Mayhew Bergman: una figlia rimasta orfana che va a cercare il pappagallo capace di imitare la voce della madre morta, solo per poter sentire quell’eco di un nulla capace di generare il qualcosa di un ricordo. Gli altri racconti del libro passano in rassegna quanto in noi c’è di animale, e quanto di questo viene superato e nobilitato in una sintesi tra la realtà della natura e l’aspirazione a una presunta razionalità.

Ma andiamo con ordine.

La cultura americana degli ultimi anni si è arricchita di narrazioni e rappresentazioni della società al femminile. Non si tratta solo libri scritti da donne, ma libri di donne che hanno donne per protagoniste e che costruiscono una descrizione femminile del mondo, della società, della natura e della cultura, un mondo finora raccontato, descritto e analizzato prevalentemente da uomini. Accade nelle serialità televisive degli ultimi anni,  Orange is the New Black  a Girlsfino ai più recenti Better Things,Glow,Clawso Younger. Accade nella letteratura, con i ritratti cinici e acidi di Blueprints for Better Girlsdi Elissa Schappell, con i personaggi border-line di Heartbreakerdi Maryse Meijer, i bozzetti di Unclean Jobs for Women and Girlsdi Alissa Nutting, e ancora con le riflessioni sull’identita di Sheila Heiti o quelle sulla maternità di Elisa Albert o Kristen Iskandrian, o lo sguardo sulla realtà delle non-fiction di Mary Gaitskill, Roxane Gay o Sarah Gerard.

Fra tutte, Megan Mayhew Bergman ha forse realizzato la raccolta di racconti più consistente e per certi versi programmatica. I racconti di Birds of a Lesser Paradisehanno qualcosa in comune: hanno per protagoniste delle donne; tutte le donne protagoniste sono alle prese con la maternità, o la gravidanza, o qualche rapporto complesso con l’esser madre o l’esser figlia; in tutti c’è un animale, tacito simbolo nemmeno troppo nascosto della frizione tra Cultura e Natura, ossia tra il mondo dell’uomo, ordinato, costruito, regolato e artificiale, e il mondo delle Leggi Fisiche e Biologiche, caotico, brado, indifferente, violento malgré lui.
Su “The Cow that Milked Herself” c’è la moglie incinta di un veterinario che si trova a sperimentare sul suo corpo quanto fuorviante e sciocco sia l’approccio clinico e distaccato del marito nei confronti della maternità e della procreazione; nel racconto che dà il titolo alla raccolta c’è un raffronto limpido e particolareggiato tra le contraffazioni civili della civilizzazione e le ingenue cattiverie della natura e di ciò che di ferale è rimasto nell’uomo. In altri racconti c’è spazio per una più ampia riflessione sul rapporto tra uomo e natura, mostrando come ogni tentativo di dominare e addomesticare le scortesi disattenzioni della Natura sia insensato e tragicamente buffo, oltre che scioccamente fallimentare, come è sciocco erigere la Natura a sovrana assoluta e professare “the end of humankind, sacrificing the human race to let nature reclaim the earth.” In altri racconti ancora si mostra come, seppur animali razionali per autocertificazione, spesso non siamo in grado di prenderci cura dei nostri cari o anche dei nostri simili, cosa che invece gli animali sanno fare benissimo e per istinto ricevuto: persino le galline, che sono “gentle and broody, good mothers who’d go so far as to raise eggs that weren’t their own.” [“ docili e deponevano spesso, buone madri che arrivavano persino a covare uova altrui”]

Ad una lettura più attenta, nei racconti si può osservare in filigrana una lieve traccia del “Chaos sive Natura” di Nietzsche, natura come inospitale ingenerato abisso eracliteo più che come guscio materno che ci nutre e protegge, e forse proprio Nietzsche è un ideale paragone nascosto che lega un po’ tutti i racconti: su Umano troppo umano, delineando l’imbastitura del suo super-uomo (o oltre-uomo), Nietzsche nota come l’uomo del futuro preferirà essere celibe per poter imporre la sua libertà sulla natura: “La scarsa prolificità, il frequente celibato e in genere la freddezza sessuale degli spiriti più alti e cólti, come pure delle classi a cui essi appartengono, sono essenziali nell’economia dell’umanità” e continua “uomini simili sono cime dell’umanità – essi non devono andare oltre, terminando in cocuzzoletti.”
Nel libro della Bergman al posto del super-uomo, c’è la donna o oltre-donna, madre, principio creatore e officinale, fonte e vestale di vita, presa più come simbolo di umanità (o più in generale di “animalità”) che come sineddoche umana della Terra che genera e procrea, una donna che capisce che l’unico modo di dare un senso alla natura, alla vita, al mondo come costrutto collettivo è quello di prendersi cura dei difetti e delle debolezze altrui, di curare le debolezze più che coltivare presunte super-qualità. Se da una parte gli animali non hanno il senso della morte che abbiamo noi, dall’altra a noi manca l’istinto di difesa del proprio branco o del proprio sotto-mondo che hanno gli animali: così c’è il cane su “The Two-Thousand-Dollar Sock” che si getta contro un orso per difendere i padroni senza nemmeno pensarci due volte, o i galli di “Night Hunting” che vuoi per coraggio vuoi per incoscienza seguono l’impulso di difendere ciò che sentono come una loro comunità.

Quindi invece di allontanarci dalla natura, dovremmo forse accettare di esserne una parte integrante e difettosa, imparare a mantenere alcuni istinti che sembriamo voler cancellare o modificare mediante cultura e presunta educazione. È il percorso della protagonista di “Yesterday’s Whales”— uno dei migliori racconti della raccolta—che con la gravidanza si rende conto di quanto sia sciocco il delirio del fondamentalismo ecologista del compagno, che predica l’estinzione dell’umanità in favore della natura. Se è vero che l’altruismo non esiste, come vuole il gene egoista di Dawkins, se è vero che “There were no promises, no obligations between living things […] not even humans. Just raw need hidden by a game of make-believe,” [“Non c’erano promesse né obblighi tra esseri viventi… che siano umani o animali. Solo bisogni, puri e semplici, nascosti da un gioco di finzioni”] se è vero che l’uomo è  solo “un animale affamato, territoriale, ansioso di soddisfare i propri bisogni,” è anche vero che maturiamo come per incanto un istinto di difesa del proprio nido quando ci capita di trasformarci da prodotti a produttori, da creato a creatori. Sempre Nietzsche scriveva che “in ogni specie di amore femminile viene in luce anche qualcosa dell’amore materno.” Maternità è una delle parole chiave di questo libro. C’è un libro recentissimo, che è Motherestdi Kristen Iskandrian, in cui la protagonista affronta una gravidanza imprevista, e a un certo punto nota come “Motherehood is when you find out exactly what kind of terrible person you are.” In un’intervista a proposito del libro (presente nell’edizione americana in paperback) la Bergman racconta di come la maternità sia stata un regresso a uno stadio primitivo, animale, un bagno di umiltà, un atto violento e sublime che improvvisamente ti rende meno egoista e quindi più debole, perché d’improvviso scopri quanto hai bisogno degli altri e quanto gli altri han bisogno di te solo per sopravvivere. E la maternità diventa il prototipo di ogni afflato affettivo, meccanico, biologico, indifferente alla reciprocità: “Mothers, I believe, intoxicate us. We idolize them and take them for granted. We hate them and blame them and exalt them more thoroughly than anyone else in our lives. We sift through the evidence of their love, reassure ourselves of their affection and its biological genesis. We can steal and lie and leave and they will love us.” E allora capisci che forse il gene egoista è in realtà un gene agile, e come vuole Thomas Nagel, l’altruismo è in realtà un prodotto della razionalità, già presente in forma primordiale nella natura degli animali.

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Megan Mayhew Bergman, Birds of a Lesser Paradise, Scribner, 2012. Trad. it. di Gioia Guerzoni, Paradisi minori, NN, 2017.

 

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