Confessioni di un Keeg. “Purity” e la Great American Internet Novel.

 

coverC’era una volta Franzen, ossia un giovane scrittore scorbutico e ambizioso che nutriva belle speranze e faceva audaci promesse con libri come The 27th City e The Corrections. Oggi c’è un Jonathan Franzen invecchiato e scorbutico che ha tradotto le feroci ambizioni giovanili in compromessi con l’industria dell’intrattenimento, che sale in cattedra ogni volta che può per dire quello che pensa anche su quello che non sa, e che ormai scrive polpettoni come Freedom e Purity.

Purity l’ho letto dopo aver visto la prima stagione di Mr. Robot e mentre guardavo la seconda stagione di Halt and Catch Fire e poco prima di immergermi nel mondo claustrofobico e magmatico di Book of Numbers di Joshua Cohen. E proprio libro di Cohen e le serie televisive di Sam Esmail e Christopher Cantwell arredano lo stesso mondo dove (almeno parzialmente) ozia Purity: il mondo delle Information & Communication Technologies, di Internet, dei Social Network, torrent, Playstation, Google, Wikipedia e tutto ciò che può essere derubricato sotto l’etichetta del 2.0. Halt & Catch Fire è un period drama che riesce perfettamente a descrivere la gestazione del mondo nel quale ci troviamo a vivere oggi, illustrando le dinamiche che hanno portato alla fecondazione dell’ovulo da cui sono nate chat-line, forum, MMPORG e da lì gli aggregatori sociali che usiamo tutti ogni giorno. Mr. Robot vede le perversioni del mondo che abbiamo creato e che, solo vivendoci, continuiamo a foraggiare ed accrescere. Book of Numbers mostra come il mondo, riplasmato e opportunamente modificato, abbia riplasmato e modificato identità, privacy, mente e linguaggio, in un isomorfismo quasi wittgensteiniano. Mr. Robot e HACF sono le serie che Franzen vorrebbe scrivere se non dovesse scrivere libri. Book of Numbers è il libro che Franzen avrebbe dovuto scrivere se avesse voluto scrivere il libro di uno scrittore invece che l’abbozzo di una brutta sceneggiatura. Beninteso: Purityè un libro che si lascia leggere, procede e scivola docile e innocuo, ma in modo altrettanto innocuo e indolore si lascia dimenticare senza troppi rimpianti.

È la storia, per l’appunto, di Purity Tyler detta (dickensianamente, ma anche un po’ Moby-Dick-ianamente) Pip, una ragazza sui vent’anni, con un consistente debito scolastico e un lavoro da twenty-nothing, ha una madre dissociata e non sa bene chi sia il padre. Un giorno viene avvicinata da una donna tedesca che le propone un internato in Bolivia presso la sede della Sunlight Project di Andreas Wolff, un hacker giornalistico sul modello di Julian Assange che potrebbe aiutarla a estinguere il debito scolastico e a trovare suo padre. Da qui iniziano una serie di storie e sottostorie in un dedalo che si snoda tra la Berlino Est degli anni ottanta, il Texas, la Bolivia, Denver e Portland. La struttura è la stessa di Freedom e di The Corrections: una narrazione a singhiozzo che procede per flash-back che illuminano parti oscure delle vite dei personaggi impastandole tra loro e facendole lievitare in un ordito intricato quel che basta. Cosa che su The Corrections era apprezzabile, su Freedom ormai prevedibile e su Purity rischia di diventare noiosa.

Più che l’intreccio, però, il problema principale di “Purity” è la costruzione dei personaggi: Andreas Wolff vuole essere l’anti-eroe ai tempi di internet, un calco più o meno fedele di Julian Assange o di Snowden, ma finisce per assomigliare a un Beppe Grillo con un passato da Hank Moody e una vocazione da Hugh Hefner; i tedeschi della Berlino Est sovietica sembrano usciti da Gli eroi di Hogan o da una triste striscia degli Sturmtruppen, se gli Stumptrtuppen invece di essere soldati nazisti fossero agenti della Stasi; i texani sono più texani dei texani e sembrano buffe comparse di Dallas o scarti di Friday Night Lights; infine, le donne che sovraffollano il romanzo—Pip, Annagrette, Katya, Annabelle Laird, Leila Helou, fino ai personaggi femminili minori come Flor e Colleen—sono tutte nevrasteniche, isteriche, perennemente confuse e tragicamente infelici, in costante equilibrio sull’orlo di una imminente e inevitabile crisi di nervi, incastrate nelle maglie di un femminismo precario che evapora davanti all’eroe bello come il sole Andreas Wolff. Insomma un bel modo per affrancarsi dalle accuse di misoginia.

Questo perché lo scopo di Franzen è, presumibilmente, quello di scrivere qualcosa di simile alla sceneggiatura per un intrattenimento televisivo o cinematografico, una serie HBO se non un film di Soderbergh (e infatti pare che Scott Rudin stia lavorando a una serie di 20 episodi, con Daniel Craig a vestire panni e occhi azzurri di Adreas Wolff). Trama lunga e sinuosa, personaggi facili da seguire e facili da identificare, e già quelli di Freedom erano macchiettistici e sovraesposti.

Ma se il difetto maggiore del libro è nei personaggi, la mancanza più grave è il linguaggio. Franzen usa modelli collaudati —il romanzo ottocentesco di Zola o Dickens— ma già abusati, sterili e inadatti per parlare di un mondo nuovo e in costante e rapido divenire. Joshua Cohen ha cercato e trovato un nuovo linguaggio, riplasmando e arricchendo quello che aveva per poterlo estendere alle cose del mondo a venire, del mondo già avvenuto. Lo stesso ha fatto Pynchon su Bleeding Edge dove ha usato, e con mirabile maestria, i primi vagiti del web e del nascente mondo virtuale per parlare della realtà di fine millennio. Il contributo di Franzen alla Great American Internet Novel si riduce a qualche messaggio di iMessage incorporato tra le pagine del testo e qualche LOL scritto qua e là. Solo Eggers è riuscito a fare di peggio.

Manca il linguaggio, quindi manca la forma, quindi manca un contenuto da informare e veicolare. E infatti Franzen non riesce a superare i confini di luoghi comuni recenti e già invecchiati. Rispolvera Platone, quando nota che «lo scopo di internet e delle tecnologie connesse era “liberare” l’umanità dai compiti – fabbricare cose, imparare cose, ricordare cose – che prima davano significato alla vita e perciò ne costituivano l’essenza. Ora sembrava che l’unico compito significativo fosse l’ottimizzazione per i motori di ricerca.» Come se le preoccupazioni di re Thamus nel Fedro («le lettere… col dipensare dall’esercizio della memoria, produrranno l’oblio che, confidando nella scrittura, ricorderanno per via di questi segni esteriori, non da sé, per un loro sforzo interiore»)  non fossero ancora risolte duemila anni dopo. Profetizza l’apocalisse virtuale di un nichilismo tecnologico, dove «pensieri privati, a differenza dei dati, non esistevano in un modo recuperabile, divulgabile e leggibile. E poiché una persona non poteva esistere in due luoghi nello stesso momento, piú Andreas esisteva come immagine su internet, e meno sentiva di esistere come persona in carne e ossa. Internet significava morte.» Internet è la morte. Nientemeno.

Evoca gli spettri di Adorno e Horkheimer e vede nel webla tumescenza finale della dialettica dell’illuminismo imbastardita con l’oracolo warholiano dei quindici minuti di fama per tutti. Quando si legge che «che la fama, come fenomeno, era migrata su internet» e «Eppure tutti vogliono essere famosi, oggi il mondo è fatto di questo, del desiderio di essere famosi,» par di sentire riecheggiare in filigrana Adorno che ne La dialettica dell’illuminismo ammonisce che «l’industria culturale rimane pur sempre l’industria del divertimento. Il suo potere di disposizione e di controllo sui consumatori è mediato dall’amusement.»

Tenta vertiginosi paralleli quando, partendo da una descrizione sommaria e piuttosto sbrigativa della vita quotidiana nella Berlino Est da Brežnev a Gorbačëv, vede in internet un totalitarismo non dissimile da quello sovietico, dove l’indivuo si dissolve nella massa e le masse vengono addomesticate con poche blande concessioni («I I privilegi disponibili nella Repubblica erano miseri, un telefono, un appartamento con un po’ di aria e luce, l’importantissimo permesso di viaggiare, ma forse non piú miseri che avere un numero x di follower su Twitter, un profilo Facebook molto popolare, e magari un’apparizione di quattro minuti sulla Cnbc»), fino a eruttare in uno slogan dal retrogusto timidamente leninista: «Sostituendo socialismo con network si otteneva internet.»

Perfino il monito sul giornalismo in fin di vita per colpa dell’estrema facilità di trovare notizie on-line ha un colore sbiadito. Di nuovo: Joshua Cohen ha capito che il giornalismo, come molti altri aspetti del nostro mondo, si è solo modificato, evoluto e ad essere in pericolo è la narrativa come forma letteraria, e l’ha fatto in un libro che non si limita a parlare dell’era tecnologica, ma È una sineddoche dell’era tecnologica. Thomas Pynchon ha descritto una nuova realtà sfumata, liquida e malleabile in via di integrazione con la vecchia realtà sporca e analogica. Franzen sembra il venerabile Jorge che sospetta e detesta ogni cosa che non riesce a addomesticare, vedendone e amplificando a dismisura presunti aspetti negativi e sottacendo quello che la sua miopia gli impedisce di vedere.

Curioso  poi come due dei romanzi più chiacchierati del 2015 (Purity e City on Fire di Garth Risk Hallberg) si affannino a rincorrere le dinamiche delle serialità televisive (a questi si può aggiungere The Son di Philipp Meyer di pochi anni prima), quando certa letteratura massimalista del ‘900 ha sempre mostrato una fiera refrattarietà alle trasposizioni audiovisive, o per lo meno ha sempre avuto dei contenuto non riducibili a trame e sceneggiature. Per la letteratura sfidare Netflix e Playstation—ossia delle forme narrative con un futuro—significa uscirne con ogni probabilità umiliata, offesa e con le ossa rotte. Come la fotografia durante il secolo scorso ha usurpato la figuratività alle arti, spingendole a intraprendere il percorso che le ha portate nei territori astratti e concettuali, dall’impressionismo al cubismo, dadaismo, surrealismo, fino alla pop e op art, minimal art, land art, action painting e ready-made, così la letteratura, forse dovrà cercare di rigenerarsi in nuovi equilibri tra forme e contenuti e non appiattirsi in contenitori di sceneggiature. Soprattutto quando ci sono serie tv  che la sceneggiatura la trascendono con sottotesti e accenti quasi modernisti.
Ma non toccherà a Franzen trovare quelle forme. Lui ha già dimenticato le promesse giovanili con la conversione di “Mr. Difficult.” Con Freedom era già diventato, arbasinianamente, uno dei tanti soliti stronzi. Altri due libri come Purity e rischia di diventare un Venerato Maestro.

Jonathan Franzen, Purity (Farrar, Strauss and Giroux – 2015); trad. it. di Silvia Pareschi, Einaudi, 2016)

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