Apocalisse semantica: “The Flame Alphabet” di Ben Marcus

32738500_990943667728899_5776547837059792896_nCosa accadrebbe se non potessimo più usare un linguaggio?
Con le parole si fanno cose. Si fanno domande, si danno risposte, si prega, si ama e si odia qualcuno. Con le parole si stringono relazioni e senza parole esisterebbe solo oggetti e gesti dai confini porosi, incerti, fraintendibili, incapaci di creare quelle regole, convenzioni e abitudini che sono la base del nostro agire quotidiano.
È la teoria degli atti lingustici di How to Do Things with Words di Austin e Speech Acts di Searle, che ha emancipato il linguaggio dalla sua gabbia referenziale e ne ha mostrato la funzione creatrice e sociale. Preoccupazioni in realtà vecchie quanto il De Interpretatione di Aristotele, anzi vecchie quanto il libro della Genesi. Nella sua forma moderna è figlia di Wittgenstein che nelle Ricerche Filosofiche notava che “Il comandare, l’interrogare, il raccontare, il chiacchierare, fanno parte della nostra storia naturale come il camminare, il bere, il giocare,” che “parlare un linguaggio fa parte di un’attività, o di una forma di vita,” e che “il significato di una parola è il suo uso nel linguaggio.” Quindi: cosa accadrebbe se non potessimo più usare un linguaggio? È quello che si chiede Ben Marcus su “The Flame Alphabet,” dove tutto inizia con una misteriosa epidemia, una “speech fever,” “a disease born straight from the mouth,” che rende tossico il linguaggio dei bambini per gli adulti. Ascoltare parlare i bambini produrrebbe “facial smallness, lethargy, a hardening under the tongue that defeated attempts at speech,” fino a paralisi e presumibilmetne la morte, e l’unica soluzione sembrerebbe essere quella di isolarli, sfaldare il nucleo familiare, che è anche il nucleo di base di ogni società. Quella tossicità si estende poi dal linguaggio infantile al linguaggio umano tutto, e poi alla sintassi stessa (ogni frase di senso compiuto provoca la malattia solo la legge), e infine, come una metastasi si prefigura un’estensione alla semantica, ai nomi delle cose (“The thinking. Perhaps it is the next in the long, creeping conquest of this toxicity, another basic human activity that will be slowly be taken from us”).

Ben Marcus parte dal presupposto (wittgensteiniano e austiniano) che il linguaggio crei in qualche modo delle stratificazioni di realtà, e crea un mondo popolato da persone convinte che “through sheer tone of voice, through the posturing of authority we would excact some definite change of reality,” e che “the world could be hacked into pleasing shapes simply by what we said,” e crea un percorso che segue in ordine inverso la struttura degli atti linguistici di Austin— perlocuzione (effetto del linguaggio sulle persone), illocuzione (intenzione comunicativa) e locuzione (struttura comunicativa), o meglio, quella della semiotica di Morris, che distingueva tra pragmatica (rapporto tra parole e persone), sintassi (rapporto tra parole e parole) e semantica (rapporto tra parole e cose). A ogni stadio di tossicità si perde uno strato di umanità: se non si può più parlare agli altri si perde la comunità; se non possiamo più nemmeno usare un linguaggio privato ogni individuo regredisce a uno stato animale; se non si può più nemmeno capire il senso di una parola, da animali si decade a oggetti in mezzo ad altri oggetti.

C’è un mondo distrutto dal linguaggio che è un mondo in cui sopravvivere senza un linguaggio, e dove costruire un nuovo linguaggio e con esso un nuovo mondo, un nuovo insieme di regole, di codici, pensieri, concetti.
C’è Burke, che cerca di ricostruire una religione priva di parole, perché senza linguaggio e senza parole non c’è più neanche un libro da ‘relegere,’ da rileggere e usare come fondamento, e nemmeno un insieme di codici, regole, atti rituali da usare per ‘re-ligare,’ unire gli uomini sotto una legge condivisa. Ne esce una una strana e gracile forma di religione senza ἐκκλησία, senza comunità, fondata invece sull’incertezza, dove biasimo e paura assumono nuove vesti, nella quale non è permesso interagire con nessuno, ogni forma di condivisione e di empatia è severamente proibita e dove solo “desire that information is to fear a limitation to your own devotion.”
C’è l’inquietante Murphy, che cerca di ricostruire un’attività politica sulla non-conoscenza, sul dubbio, sul non credere in niente, ché la politica ridotta all’osso è far credere qualcosa a qualcuno.
E c’è Sam, il protagonista e io narrante del libro, che cerca di ricostruire un linguaggio e una comunità scientifica, scontrandosi con i paradossi di dover operare in mezzo a muti incapaci di condividere e confrontare lo stato delle proprie ricerche, e scopre quanto sia impossibile avere dei risultati scientifici “quando non puoi nemmeno comunicare con nessuno.”

C’è un linguaggio da ricostruire, o almeno una forma embrionale di codice da usare per comunicare senza veicolare significati, una forma di balbettìo, di rumore bianco “filled with errors, sentences afflicted with inconsistencies of tense and tone. Sentences of poor taste, good taste, no conspicous taste at all.” (E il riferimento a DeLillo mi pare lampante. Qui è in atto un rovesciamento di prospettiva rispetto a White Noise: la preoccupazione non è nei confronti di un eccesso di comunicazione che si rapprende in un disturbo dell’informazione, si tratta al contrario di approntare un linguaggio che riesca a comunicare proprio mediante una forma di rumore, “a list of rules so knotted that to follow them would be to say nearly nothing.” Un linguaggio tanto scarno e essenziale da mettere in evidenza l’urgenza di comunicare, che riesca a comunicare solo ciò che viene percepito come essenziale)

Senza linguaggio non si perdono soltanto le forme di civiltà, famiglia, scienza, religione, politica. Si perde la propria umanità e l’uomo diventa sempre più individualista, chiuso in se stesso, egoista, indifferente. Senza linguaggio si perde il senso di responsabilità: “one did not have to stop explaining oneself, inventing motives that might make sense to someone. Explanations of any kind… were simply extinct,” e senza linguaggio, la vita interiore, “was merely anecdotal, hearsay… It was the noising one might detect if a microphone were held against a stone in the woods.”
Torna Wittgenstein, che nelle Osservazioni sulla Filosofia della Psicologia osserva che “Del tavolo e della pietra non si dice che pensano, e nemmeno della pianta, e neppure del pesce; a malapena del cane: è degli uomini che lo si dice. E neanche di tutti gli uomini” e sempre nelle Ricerche Filosofiche osserva come speranza e altre modificazioni dell’animo siano proprie “solo [di] colui che è padrone dell’impiego di un linguaggio. Cioè, i fenomeni dello sperare sono modificazioni di questa complicata forma di vita.” Senza linguaggio non riesco più a elaborare, ordinare e immagazzinare ricordi, non riesco a crearmi una coscienza. Senza linguaggio si perde la comunità (che inizia a sfilacciarsi già quando ad essere tossico era solo il linguaggio dei bambini), e senza linguaggio si perde ciò che rende umano l’animale uomo. Diventiamo cose, come cose diventano gli altri, impedimenti, oggetti in mezzo ad altri oggetti, non esiste più responsabilità, la debolezza altrui è un’incognita, perfino il sesso si assottiglia fino a diventare solo un bisogno fisiologico da espletare in modo meccanico, bruto, da richiedere, in assenza di linguaggio, con una pacca sulla spalla, con “a firm tap of the sort one delivers to an object to keep it from moving.” Tutto diventa oggetto, fino all’estremo finale, quando Sam non riesce a ricordare quale sia la parola che indica un omicidio, e si perdono i concetti che danno un senso alle cose.

La “speech fever” che distrugge lentamente mondo e umanità, sembra essere allegoria della condizione postmoderna, intesa come collasso delle “grandi narrazioni,” l’insieme di concettualità che insieme spiegavano la coesione sociale. Il modo in cui il linguaggio, creazione umana di cui l’uomo si serve per interagire con cose e persone, diventa tossico può anche essere allegoria della mercificazione dilagante che trasforma tutto in merce, in oggetto da consumare, perfino gli esseri umani diventano cose. Occorre quindi un nuovo battesimo, un nuovo linguaggio da forgiare per ricreare un nuovo senso di umanità.
Ma c’è un problema: se il linguaggio diventa tossico e letale, come fa Sam a scrivere e raccontare la sua storia? Come facciamo a usare un linguaggio senza diventarne in qualche modo martiri? This is not an Exit, direbbe qualcun altro.
Con The Flame Alphabet Ben Marcus ha costruito una distopia speculativa nella quale ha destrutturato il linguaggio fino a mostrare quanto sia necessaria e fragile l’umanità.

Ben Marcus, The Flame Alphabet (Knopf, 2012) — L’alfabeto di fuoco (trad. it. Gioia Guerzoni – Black Coffee – 2018)

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