Loomings Agosto-Settembre 2018. Berriault, Halliday, Anderson, Eisenstadt.

41tnu4YQoZLDopo la (ri)scoperta di Lucia Berlin e quella, tardiva, di Joy Williams l’anno scorso, ora si aggiunge un terzo tassello nella planimetria dell’arte del racconto al femminile: Gina Berriault. (Si aggiungerà poi Amy Hempel, ma questa è un’altra storia). Stolen Pleasures che da noi sarà Piaceri rubati contiene 21 racconti, cioè quasi due terzi dei racconti che erano stati pubblicati nel 1996, tre anni prima della morte, su “Women in their Beds” e che conteneva quasi tutta la sua produzione nella forma breve. Quelli di Gina Berriault sono racconti che mostrano la parte desolata dell’assolata California, una sorta di controcanto al nichilismo feroce della non-fiction di Joan Didion che completa quel quadro di disincanto e disinganno. Come nota Jane Vanderbrugh nell’introduzione, nonostante Gina Berriault abbia una prosa asciutta, “did not participate in that plain-faced, stripped-of-affect fiction that followed Raymond Carver down the trail first hacked by Hemingway.” Quello di Gina Berriault è un realismo che riesce a non cadere nelle trappole paratattiche di tanto manierismo fortunatamente morto prima di lei.

Piaceri rubati, traduzione di Francesca Cosi e Alessandra Repossi, Mattioli 1885. Esce il 30 agosto.

asymmetry-9781501166761_hr.jpgAsymmetry è l’esordio di Lisa Halliday, già traduttrice e editor free-lance residente a Milano e di questo libro si sapeva già prima che uscisse che conteneva un riferimento piuttosto consistente a Philip Roth, e che la stessa Lisa Halliday, aveva avuto una qualche storia con lo stesso Philip Roth, qualcosa come quindici anni fa. Ok, whatever. Asymmetry inizia con una parte intitolata “Folly” dove si racconta la breve storia sentimentale-erotica tra una giovane redattrice editoriale newyorkese e un anziano scrittore affermato, Ezra Blazer, già pluri-premiato in patria e perennemente candidato a vincere il Nobel per la letteratura. L’inizio è un calco dell’incipit di “Alice in Wonderland” e lungo tutto il libro ci sono moli altri riferimenti all’opera di Lewis Carrol, talvolta espliciti, più spesso impliciti, cosa che trasmette la sezione di un’esperienza irreale, confusa, come di vivere in un mondo mutevole e caotico quando ancora non si hanno gli strumenti per costruire del senso a partire dall’esperienza quotidiana. La seconda sezione del libro, “Madness” sembra non aver niente a che fare con la prima: si parla di un economista iraqueno con cittadinanza americana che rimane intrappolato all’aeroporto di Londra, mentre fa scalo per andare in Turchia e quindi in Iraq in cerca del fratello medico scomparso. Salvo poi accorgersi che questa seconda sezione dice esattamente le stesse cose della prima, in una forma completamente diversa, come struttura, trama, personaggi. C’è la stessa identica sensazione di vivere in un mondo mutevole e caotico, immerso nella follia (Folly /Madness), dove incomunicabilità e approssimazione creano un reticolo di asimmetrie. Una terza sezione, poi, che contiene la trascrizione di un’intervista radio a Ezra Blazer (“Ezra Blazer’s Desert Island Disc”) ricuce le due parti, dando tutti gli elementi metanarrativi per costruire una vera e propria narrazione. Una riflessione sulla caoticità del mondo, sulle asimmetrie create dal caso, sulla portata della letteratura, sull’ambizione dell’esordiente, e anche sullo stato linguistico del romanzo americano: in un’epoca in cui c’è chi mette in guardia sulle conseguenze della standardizzazione linguistica (Tim Parks su Where I’m Reading From), Lisa Halliday ha scritto un libro pieno zeppo di deliziosi americanismi, vernacoli e argot ibridi, lontani da quella lingua franca narrativa. My two cents: uno dei libri migliori di quest’anno.

Asimmetria, traduzione di Federica Aceto, Feltrinelli. Esce il 30 agosto.

Never-Open Desert diner_finalC’è un vecchio nuovo modo di fare narrativa, ed è quello di creare delle saghe, trilogie, narrazioni che si declinano e allungano in serie, seguendo Harry Potter, o Hap & Leonard, o le logiche delle serialità televisive come sta facendo Danielewsky su The Familiar. Lo fa anche James Anderson, e “The Never-Open Desert Diner” è il primo titolo di una saga in credo tre libri e che vedrà come protagonista Ben Jones, corriere metà ebreo e metà nativo-americano che recapita merci solo lungo la Highway 117, in mezzo al deserto dello Utah. In questo primo capitolo Ben si trova nel mezzo di un piccolo “mistero” che ha a che fare con un violoncello, una donna, un ex marito e altra roba. In realtà il “mistero” è la parte debole del libro, che poteva stare in piedi senza e anzi, senza avrebbe forse funzionato molto meglio. Il deserto purtroppo resta solo sullo sfondo, ed è uno sfondo opportunamente addomesticato e addolcito, privato di tutta quella ricchezza simbolica di cui sarebbe capace e visto solo, verso la fine, come una fonte inesauribile di luce, piuttosto che come l’assenza di tutto che in realtà è. Comunque sia, il deserto e la desertificazione dei bisogni indotti permette all’autore di cesellare alcuni personaggi vividi, visti nella loro pura essenza di essere umani, al di là del superfluo, del consumismo, delle sovra-strutture sociali che trasformano l’uomo in consumatore. C’è John il predicatore che si trascina dietro un’enorme croce di legno col quale Ben Jones si intrattiene pochi minuti in un rituale tutto loro. C’è Claire, una donna che vive da sola in una casa nel deserto e che suona un violoncello senza corde. Ci sono i fratelli Lacey che vivono chissà da quanto in mezzo al deserto facendo chissà cosa. Tutti personaggi di altissimo potenziale narrativo che però vengono un po’ trascurati e lasciati marcire inascoltati nello sfondo, relegati al ruolo di grottesche comparse a una storia che ruota attorno a un pretesto che a volte sembra anche un po’ fuorviante. Inoltre l’autore sembra accelerare un po’ troppo su alcuni eventi e indugiare in qualche leziosità di troppo su altri dando al tutto un ritmo scostante e sussultorio. Tolto il “mistero,” aggiunta un po’ di carne ad alcuni personaggi e il libro sarebbe stato un delizioso campionario di umanità scarna e asciutta. Così com’è è leggero, con qualche occasionale tuffo in profondità. Godibile, con qualche momento di stanca, ma buona la prima.

Il diner nel deserto, traduzione di Chiara Baffa, NN. Esce a settembre.

250973From Rockaway di Jill Eisenstadt è un altro tassello del convenzionalismo carveriano anni ’80, sospeso tra minimalismo e dirty realism, in altre parole: una descrizione paratattica di una realtà quotidiana fatta di cose minime, salario minimo, cultura minima, idee minime, ambizioni minime.  From Rockaway uscì in pieno boom minimalista, nel 1988, due anni dopo la raccolta Twenty Under Thirty curata da Debra Sparks che conteneva, accanto a alcuni capostipiti (Susa Minot, Davi Leavitt e Lorrie Moore), una sequenza di tentativi di imitare uno stile consolidato che riuscivano a toccare l’interesse solo accidentalmente. Jill Eisenstadt non era tra gli autori raccolti, ma poteva benissimo entrarci. From Rockaway racconta le vicende, piuttosto blande, di un quartetto di amici del Queens, Timmy, Peg, Alex e Chowderhead, fotografati in quell’istante intenso e fuggevole che separa la tarda adolescenza dai primi vagiti di una forzata maturità. Tutti e quattro passano l’estate prima del college a, per l’appunto, Rockaway Beach, tra sesso, droga, occasionali riferimenti ai tempi che cambiano nel confronto che le generazioni del passato prossimo (come dice una delle madri “your generation, girls go after what they want and get it,” o ancora a proposito di ragazzi “when I was in college …they couldn’t come into our rooms. They paid for everything and wore ties”).

Il libro è composto da 16 brevi capitoli (14 più un prologo e un epilogo), ciascuno leggibile come un racconto, un quadretto, una polaroid che racconta il com’eravamo dei protagonisti. Il perno del libro però sono le due storie di Alex—proiettata verso la timida ambizione di una vita migliore attraverso il college—e Timmy—schiavo dei propri dubbi, delle proprie incertezze e delle sue precarietà che sono (sorpresa!) le precarietà della generazione X, dove “you can do anything. But same as home you sit in a bar instead.” Tutto procede con estrema lentezza e con gli stessi elementi, rimescolati, di molta letteratura dell’epoca (da Mary Robison a Susan Minot a Tama Janowitz): la generazione X, il divario tra vecchie e nuove generazioni, il disagio di dover essere precari in un mondo indifferente, l’alienazione immersa in una società consumistica. Nei capitoli finali il libro acquista un’inattesa e insperata verve, ma troppo tardi perché si salvi del tutto: se dal minimalismo togli la rabbia nichilista di Ellis o l’esistenzialismo meditabondo di Bright Lights, Big City, si ottiene una narrazione neutra, docile interessante solo se si vuole ricostruire il periodo. Un’operazione di archeologia narrativa per scoprire come si pensava e scriveva il mondo negli anni ’80.

Rockaway Beach, traduzione di Leonardo Taiuti, Black Coffee. Esce il 30 agosto. 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Crea un sito o un blog gratuito su WordPress.com.

Su ↑

Crea il tuo sito web con WordPress.com
Crea il tuo sito
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: