Coover sottocoperta: “In Bed One Night”

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Brevissima raccolta di brevissimi racconti, a volte quasi poesie, altre prose-poem, un paio di flussi di coscienza privi di punteggiatura, per un totale di appena 60 pagine, In Bed One Night fu pubblicato nel 1981 da Burning Deck in un’edizione limitata di 1200 copie, ormai rara e costosissima. Nonostante In Bed One Night sia la raccolta più breve di Coover, è forse anche la più incisiva, per peso specifico, e per il contenuto sperimentale di alcuni dei pezzi che contiene, una sperimentazione che riesce a non essere uno sterile eserciziario di tecniche postmoderne, e che, anzi, tradisce e confessa la fonte che più ha ispirato Coover: Samuel Beckett, qui uno spettro che aleggia tra riflessioni sul vuoto, sulla morte, sull’assurdità della vita, sull’incomunicabilità. Tutti i pezzi sono stati pubblicati su rivista nell’arco degli anni ’70, cosa che li rende un punto di raccordo tra Pricksongs and Descants e A Night at the Movies. Quattro di questi pezzi sono stati poi inseriti nella raccolta antologica Going for a Beer del 2018.

“debris” e “the old man” mostrano una tecnica simile: frasi prive di maiuscole e di punteggiatura spezzate a ogni paragrafo, per simulare la forma grafica di una poesia senza averne però nessun elemento retorico o metrico. Danno l’idea di un racconto in formazione ma che resta nella sua forma embrionale, larvale. “debris” racconta di come un uomo trova il cadavere di una donna su una spiaggia e poi, mentre fatica a ricordarsi la melodia di una canzone si chiede cosa fare di quel cadavere: è allegoria della caducità del tutto, di come la vita passi e di come il tempo ne cancelli il senso, fino a lasciare solo dei filamenti di niente. Su “the old man” un anziano signore dà da mangiare le briciole di pane agli uccelli e questi decidono di insegnargli a volare perché possa vendicarsi di quei bambini che “whished the birds dead the old man dead the bread dead.” Una volta in aria, però, l’anziano signore ha paura dell’altezza e supplica gli uccelli di riportarlo a terra. Il pezzo finisce a mezz’aria, come molti dei desideri che abbiamo paura di realizzare.

“in bed one night” originariamente pubblicata su Playboy, è un flusso di coscienza che parla di un uomo che trova nel suo letto una piccola comunità di estranei. Qui Coover mostra come e quanto sia assurda la vita contemporanea e di come l’uomo sia un animale capace di adattarsi a qualunque tipo di assurdità. Compresa la scrittura senza punteggiatura.

In “getting to Wichita” un uomo si ferma a una stazione di servizio per chiedere indicazioni per Wichita, e il benzinaio gli risponde con mezze frasi filosofiche fino a quando l’uomo non fa il pieno e allora i il benzinaio smette di filosofeggiare e gli chiede “regular or premium?”: per lui tutto è astratto, metafisico e filosofico, finché non si tratta di vendere benzina.

“the tinkerer” si avvicina alla forma canonica: qui un inventore inventa la Mente, che pur non essendo la sua invenzione migliore, per qualche motivo continua a catturare la sua attenzione. Allora capisce di non aver inventato la Mente, ma l’Amore, che nel frattempo sta portando scompiglio nel mondo. L’inventore decide così di trasformare l’Amore in Serenità e liberare il mondo di “slapdash and stumble and the manace of begotten thingamajigs.” Allegoricamente: Amore è goffo, imbranato, devastante, ma chi vuole vivere senza?

“the fallguy’s faith”  è uno dei due pezzi più canonici e uno dei due pezzi ”filosofici”: è un’allegoria delle paradossali conseguenze della recente svolta linguistica in filosofia (il racconto è del 1976) per cui tutto è il linguaggio: qui il narratore segue un uomo che cade e si chiede cosa significhi cadere e conclude che forse quell’uomo “had he fallen … merely to have it said he had fallen?”

“an encounter” è di nuovo formato da frasi spezzate e prive di maiuscole e di punteggiatura, e insieme al precedente è la quota filosofica (e qui anche magistralmente Beckettiana) della raccolta: qui un uomo si sposta tra una serie di stanze e in tutte trova il vuoto, fino a capire che il vuoto è anche somiglianza, fino a quando non trova una porta chiusa che preclude ogni finale, e quindi ogni senso.

“the convention” che fu poi pubblicata anche come racconto a sé stante (Lord John Press, 1982), è, con le sue sei pagine il secondo racconto più lungo del libro. Come “in bed one night” è un flusso di coscienza senza punteggiatura e racconta di come Tom, ospite a una convention in un hotel, sperimenti tutti i cliché veri o presunti delle convention, partendo dalle più innocenti come il cameratismo tra maschi, e finendo in quelle più atroci, scurrili e volgari. Ricorda “Charlie in the House of Rue” per come inizia in una situazione ordinata e poi la lascia degenerare in balia dell’entropia.

“beginnings” è forse il racconto migliore, e parla di uno scrittore che vive su un isola e la inventa scrivendola, a meno che non sia lui stesso un’immagine fittizia partorito a sua volta dalla mente di uno scrittore. Ci sono tutti gli elementi di “The Universal Baseball Association” e di parte della migliore letteratura post-moderna scritta sull’orlo tra finzione e realtà.

In una manciata di pagine Coover ha illustrato l’assurdità della vita, ha aggiornato la lezione di Beckett alle dinamiche della letteratura post-moderna, e forse in 60 pagine scarse ha detto più cose sulla condizione umana di quante tanti scrittori iper-realisti faticano anche solo a immaginare. Una piccola raccolta seminale, vicina agli esperimenti che poi faranno Lydia Davis o Diane Williams, e che ultimamente stanno tornando su libri e riviste, dalle vignette della prima raccolta di Alissa Nutting ai frammenti di Sabrina Orah Mark.

 

percorsi:

  • Robert Coover, Pricksongs and Descants (Dutton – 1969)
  • Lydia Davis, Break it Down (Farrar, Strauss and Giroux – 1986)
  • Rikki Ducornet, The Complete Butcher’s Tale (Dalkey Archive Press – 1994)
  • Alissa Nutting, Unclean Jobs for Women and Girls (Dzanc – 2010)
  • Sabrina Orah Mark, Wild Milk (Dorothy, a publishing project – 2018)

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