Coscienza, corpi e pipistrelli: alcune considerazioni su “You Too Can Have a Body Like Mine” di Alexandra Kleeman

234610031A un certo punto, nel quarto volume della sua saga Knausgård riporta un dialogo con un suo collega, Nils Eirk, che lo invita a scrivere della e sulla natura. Knausgård risponde fulminante: “I don’t believe in nature. It’s a cliché”— Non credo nella natura, è un cliché. E a ben vedere è proprio da questa sua fiera sfiducia che nasce la sua impresa, sei volumi di autofiction dove l’elemento naturale, tutto ciò che è fisico, corporeo e materiale viene disfatto e sfilacciato in un universale astratto. È la forza della sua esalogia: Knausgård è riuscito a rendere il personale universale astraendo il lato materiale. È il punto di forza ma anche il suo limite. Il suo “Min kamp” è una sequenza di interpretazioni, di dati psicologici personali e soggettivi, di descrizioni di vissuti: l’io viene ridotto a un esperienza cognitiva, il corporeo diventa quasi un intralcio, un ostacolo.

Ora, in una buona parte dell’autofiction americana degli ultimi anni sembra si stia facendo il percorso opposto: si riscopre il corpo come necessario complemento della mente, un hardware tangibile e indispensabile perché ci sia un software umano. È quello che ha fatto Sarah Manguso su The Two Kinds of Decay (Farrar Strauss & Giroux, 2008) dove costruisce una teoria dell’identità a partire dalla sua esperienza con  la sindrome di Guillain-Barré, ed è quello che hanno fatto recentemente Melissa Broder con ansia, dipendenze e depressione su So Sad Today (Grand Central Publishing, 2016), Mike Scalise con l’acromegalia su The Brand New Catastrophe (Sarabande Books, 2017), e Joselin Linder con i dispetti della genetica su The Family Gene (Ecco, 2017). In tutti i casi  si cerca di imbastire una teoria dell’identità  partendo o per lo meno non prescindendo dall’elemento fisico.

Questa rinata attenzione nei confronti del corpo è presente però anche in alcuni recenti libri di narrativa. A partire dai primi esempi di neuronovel che inseriscono elementi di psicologia, psichiatria o neurologia nel tessuto narrativo (Motherless Brooklyn di Lethem, Atmospheric Distrubances di Rivka Galchen, The Man without a Shadow di Joyce Carol Oates), fino a un paio di titoli recenti: Sarah Gerard su Binary Star (Two Dollar Radio, 2015)  costruisce un interessante e affascinante parallelo tra i mutamenti di un corpo in seguito a anoressia e l’evoluzione delle stelle; Alexandra Kleeman su You Too Can Have a Body Like Mine (Harper Collins, 2015) pare quasi costruire un testo sul dibattito sul rapporto Mente-Corpo. È un po’ la storia di “What is Like to be a Bat” di Thomas Nagel: le scienze empiriche danno una spiegazione falsata del rapporto mente-cervello perché spesso non prendono in considerazione la coscienza. La coscienza è, per Nagel, un fatto soggettivo, quindi non riducibile a un dato oggettivo, materiale: posso studiare e spiegare cosa significa essere un pipistrello, ma l’unico modo che ho per sapere esattamente cosa significa essere un pipistrello è … essere un pipistrello.

Senza dilungarsi troppo sulla trama del libro: ci sono due coinquiline, A e B, e il fidanzato di A, C, che vivono una relazione quasi simbiotica che finisce per diventare una relazione quasi parassitica. A cerca di capire come far funzionare queste relazioni in un mondo apparentemente privato di sostanza, di materia, dove tutto è forma (pubblicità, aspetto, esteriorità). A un certo punto A si accorge che B sta cercando di somigliarle il più possibile, fin quasi a sembrar volere diventare lei. Non uguale a lei: lei. Fin dall’inizio del libro A osserva:

“B and I were both petite, pale, and prone to sunburn. We had dark hair, pointy chins, and skinny wrists; we wore size six shoes. If you reduced each of us to a list of asjectives, we’d come out nearly equivalent.. B and I looked alike, talked alike, that was fair enough. To strangers viewing us from a distance as we wove a confused path through the supermarket hand in hand, we might seem like the same person. But I was on the inside and I saw differences everywhere”  (pag. 5).

Io ero all’interno, e vedevo differenze ovunque. Per essere esattamente identico ad un altro essere devo essere identico sia nella parte esteriore (e in qualche modo accidentale) che in quella interiore (in parte costruita dal tempo, in parte data dal corredo genetico). Alexandra Kleeman sembra andare ben oltre Nagel, che comunque in qualche modo ammetteva una seppur approssimativa comunicabilità di stati mentali tra esseri dalla struttura fisica identica: su YTCHABLM la coscienza diventa ancor più complessa, soggettiva, personale, tanto personale da non poter essere condivisa senza un’approssimazione che ne falsi e distorca  il contenuto. Più avanti, pensando al suo rapporto col fidanzato C, A riflette su come “It was lonely being the only one who knew how I was feeling, to not be stored in the mind of someone else who could remind you who you were” (pag. 48): è triste dover pensare di essere i soli a sapere esattamente cosa significa essere chi siamo, soprattutto perché la comprensione è l’elemento chimico su cui si costruiscono tutte le relazioni umane, da quelle amicali a quelle parentali a quelle (tragicamente più complicate) affettive, e ciò è scoraggiante e spaventoso. Significa accettare che l’affetto è solo un perverso meccanismo di cieca, sorda e muta abitudine: delle piccole scimmiette appena nate, strappate dal grembo materno, formeranno un attaccamento a finte madri fatte di pezza e filo elettrizzato, “my life, the process of living it out, was undelegatable, intransferable” (pag. 105).

I nostri stati cognitivi, le nostre volizioni, i nostri desideri, le nostre reazioni emotive sono indelegabili e intrasferibili, perché frutto della nostra struttura genetica, oltre che del nostro vissuto quotidiano, e cercare di renderli delegabili e trasferibili sarebbe una cosa grottescamente inquietante come la pornografia rovesciata oggetto della fantasia di A: sarebbe sempre pornografia, ma con la particolarità che lo spettatore entrerebbe a contatto con il vissuto in presa diretta dell’attore, e arriverebbe a conoscere le sue preoccupazioni e le sue ansie, sotto forma di sottotitoli in post-produzione. Così “you would know all the things that the body, in its busy activity, kept hidden.” (pag. 158).

Dunque l’inconveniente di avere un corpo è l’incomunicabilità del contenuto della coscienza di cui è corpo, ma se riuscissimo a farne, o meglio se riuscissimo a essere tutti uguali, uguali non solo per le ossature e configurazioni esteriori ma anche per le reti nevralgiche interiori, identici sia in hardware che in software, il problema si trasformerebbe in un agghiacciante scenario ben esplicato dall’espediente (squisitamente cooveriano) di “That’s Your Partner!”: uno show televisivo in cui il concorrente deve riconoscere il proprio partner a partire da fotografie di alcune parti del corpo come la nuca o il dorso delle mani, da come balla mascherato in mezzo ad altri attori, e al tatto in una stanza affollata e completamente buia. In quei casi non resta che sperare di essere riconosciuti “just from the shape of my body, the bony snag of my pelvis, the lumpiness of my nose and chin prodding at his spine.” (p. 165). Se condividessimo tutti lo stesso corpo non riusciremmo nemmeno a riconoscerci l’un l’altro.

Ad un certo punto del libro, riferendosi al film “Face/Off” (John Woo, 1997), A e C discutono sull’inconveniente di avere un corpo, di come si possono riconoscere le persone dai loro manierismi, da particolari e sfumature nell’uso del linguaggio o nelle risposte a stimoli, e A osserva che dovremmo riconoscere le persone indipendentemente da tutto quello e che se tutti avessimo lo stesso identico aspetto, “I would treat you like a strangere every time your mood changed.” (p. 79). Torna di nuovo Nagel, che sempre su “What is Like to be a Bat” osserva che “ogni fenomeno soggettivo è sostanzialmente legato a un singolo punto di vista e pare inevitabile che una teoria oggettiva e fisica debba abbandonare quel punto di vista.”

Il problema, nella teoria della coscienza allargata che possiamo ritrovare su You Too Can Have a Body Like Mine è che eliminare ogni traccia soggettiva significa eliminare anche ogni traccia di differenziazione fisica. Chi nel libro poi cerca di cancellare ogni differenza fisica, fino a cancellare ogni vissuto e creare una raccapricciante comunità di uguali più che di simili, di fantasmi privi di catene ma pur sempre fantasmi incorporei e esangui,  fino a “unremembering what you used to do for a living, what you used to own or wear” (p. 194) finirebbe per cancellare ogni traccia di identità, e quindi di diversità, e quindi di riconoscibilità tra esseri umani. Eliminare il soppalco corporeo e fisico su cui si forma e si regge la mente significa annientare e obliterare ogni forma di coscienza. Ma di questo se n’era già accorto Nietzsche, quando ebbe a notare che “corpo io sono in tutto e per tutto, e null’altro; e anima non è che una parola per indicare qualcosa del corpo. Il corpo è una grande ragione, una pluralità con un solo senso, una guerra e una pace, un gregge e un pastore.” (Nietzsche, Così parlò Zarathustra, 1883, § 4)

Alexandra Kleeman, You Too Can have a Body Like Mine (Harper Collins – 2015); Il corpo che vuoi; trad. it. di Sara Reggiani (Black Coffee – 2017)

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